Una scomunica latae sententiae , cioè già comminata per il fatto stesso di aver compiuto un atto che la contempla. È così che la Fraternità san Pio X (i lefebvriani) si sono posti fuori dalla Chiesa cattolica per il fatto stesso di aver ordinato, senza l’approvazione di papa Leone, quattro nuovi vescovi – Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier – sfidando l’appello di Papa Leone XIV che li aveva esortati a «tornare sui propri passi».

Ma la Fraternità è andata dritta per la sua strada. «Alcuni potrebbero pensare che siamo davanti a un dilemma: scegliamo la fede integrale ma ci separiamo dalla Chiesa», ha dichiarato don Davide Pagliarani, superiore della Fraternità nella omelia della messa di consacrazione. «Falso dilemma questo», ha ggiunto. «Noi apparteniamo alla Chiesa anzitutto per mezzo della fede». Un’affermazione che capovolge la prospettiva canonica: l’appartenenza alla Chiesa non sarebbe determinata dalla comunione gerarchica con il Romano Pontefice, bensì dalla professione della fede cattolica integrale.
Particolarmente significativo il passaggio in cui Pagliarani affronta l’accusa di mancanza di rispetto verso il Papa. «Veniamo accusati di non amare il Papa, di non rispettarlo. Ma è proprio perché amiamo il Papa come vicario di Cristo e come capo della Chiesa che non vogliamo più vedere il Papa umiliato messo sullo stesso piano dei falsi pastori». Con il pretesto di difenderlo, dunque, la Fraternità si pone in una condizione di aperta disobbedienza.

Le radici del conflitto risalgono agli anni successivi al Concilio Vaticano II. L’arcivescovo Marcel Lefebvre contestò le riforme conciliari – in particolare liturgia, ecumenismo e libertà religiosa – e nel 1970 fondò la Fraternità San Pio X per preservare la liturgia tradizionale. Il punto di non ritorno fu il 30 giugno 1988, quando Lefebvre consacrò quattro vescovi a Écône senza il mandato pontificio. Giovanni Paolo II condannò l’atto come scismatico, decretando la scomunica latae sententiae per i protagonisti.

Per oltre vent’anni la ferita rimase aperta. Benedetto XVI, che da cardinale aveva tentato invano di evitare la rottura, fece della riconciliazione una priorità. Nel 2009 rimosse la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani consacrati da Marcel Lefebrve (monsignor Bernard Fellay, svizzero, che all'epoca era l'economo generale della Fraternità e che in seguito ne divenne il Superiore Generale; monsignor Bernard Tissier de Mallerais, morto nel 2024, francese, storico e biografo di Lefebvre, monsignor Richard Williamson, morto nel 2025, inglese, noto per le sue posizioni controverse, monsignor Alfonso de Galarreta. Un gesto di fiducia per «consolidare le reciproche relazioni di fiducia» e anche per venire incontro a suo fratello che celebrava messa in latino. Ma la piena comunione non fu mai raggiunta. La remissione della scomunica del 2009, inoltre, giunta dopo la lettera di monsignor Fellay che chiedeva il rientro nella Chiesa cattolica, riguardava solo i quattro vescovi consacrati e non i consacranti Lefebvre e monsignor de Castro Mayer. La Chiesa ha sempre ribadito che la remissione della scomunica non equivaleva a un riconoscimento canonico della Fraternità né al ripristino della piena comunione, ma rappresentava un gesto di misericordia per rimuovere una pena gravissima e favorire il dialogo.
La posizione della Chiesa è stata ribadita con chiarezza dal cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, già lo scorso 13 maggio. Chiedendo di dialogare il prefetto ha sottolineato che le ordinazioni annunciate «non hanno il corrispondente mandato pontificio» e costituiranno «un atto scismatico» che «comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa».

Papa Leone XIV, nel suo estremo appello, ha scelto di non limitarsi alla denuncia canonica, ma di far leva sul bene delle anime: «L’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti».

Ma mentre il Pontefice ribadisce che la porta del dialogo è sempre aperta anche se questo comporta, da parte della Fraternità San Pio X l’accettazione imprescindibile del Concilio Vaticano II, i lefebrviani insitono, come ha spiegato don Pagliarani nella sua omelia, sul fatto che loro parlano «la lingua della fede, il linguaggio della tradizione», mentre da parte di Roma c’è «un linguaggio che parla di altre cose, il linguaggio dell’inclusione, del dialogo, dell’accompagnamento», per loro inaccettabile.

I due vescovi ai quali era stata rimessa la scomunica, Fellay e de Gallareta, sono di nuovo scomunicati essendo stati i vescovi consacranti della celebrazione del primo luglio.