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epaselect epa13079501 Local people react at the site of a Russian missile strike on a residential area in Kyiv, Ukraine, 02 July 2026, amid the Russian invasion. At least 13 people died and more than 90 were injured after a massive combined Russian attack overnight in Kyiv, according to the State Emergency Service. Russia used about 500 drones and more than 70 missiles of different types during the massive combined attack on Ukraine, as the air forces reported. Kyiv was the main direction of the attack. EPA/SERGEY DOLZHENKO
La notte non porta consiglio, a Kyiv. Porta il sibilo metallico dei droni, il boato sordo dei missili che squarciano il cemento e, con esso, l’illusione residua di una normalità possibile. L’ultimo attacco russo sulla capitale ucraina si consegna alla storia di questo conflitto non solo come un’operazione militare, ma come un abisso etico. Il bilancio, drammaticamente provvisorio, parla di almeno diciassette vite spezzate e oltre ottanta feriti.
C’è una tentazione cinica, nella cronaca quotidiana della guerra, che consiste nel trasformare l’orrore in contabilità, i corpi in statistiche. Ma il giornalismo che non vuole farsi complice dell’indifferenza ha il dovere di fermarsi davanti a quei numeri. Diciassette morti significano diciassette letti rimasti vuoti, colazioni lasciate a metà sui tavoli delle cucine sventrate, sogni di bambini interrotti nel cuore del sonno.


Dietro gli ottanta feriti ci sono corpi violati dalle schegge, ma anche esistenze mutilate nell’anima, madri e padri che dovranno ricostruire il senso del domani sulle macerie del proprio presente. Questa è la carne viva della guerra, quella che la retorica dei comandi militari non nominalizza mai.
Dal Cremlino, la replica giunge con la consueta, gelida distanza burocratica. «Continueremo ad aumentare la pressione sul regime ucraino», fanno sapere da Mosca. È il linguaggio standardizzato del potere assoluto, una formula asettica che serve a mascherare la ferocia quotidiana e a anestetizzare la coscienza di chi ordina i raid. Questa «pressione», nella realtà dei fatti, non colpisce astratte strutture di potere, ma i quartieri residenziali, la gente comune che cerca un rifugio sotterraneo nel cuore della notte.
È una rabbia cieca, quella russa, che si scarica scientemente sulla popolazione civile ucraina per coprire le crepe di una conduzione bellica che sta mostrando tutti i suoi limiti strutturali.
Dietro la foga distruttiva su Kyiv si cela infatti la profonda frustrazione di Mosca per i rovesci subiti su altri fronti caldi. In Crimea, quella che doveva essere la roccaforte inespugnabile di Vladimir Putin si sta trasformando in un teatro di disfatta logistica. Gli attacchi mirati delle forze ucraine, come quelli nell'area di Rozdolne e sulle cruciali infrastrutture dei ponti, hanno mandato in frantumi le catene di approvvigionamento dell'esercito russo. La vulnerabilità della Crimea non è solo uno scacco militare; è il crollo di un simbolo geopolitico su cui il Cremlino aveva fondato la propria narrazione di invincibilità.
A questa paralisi logistica si aggiunge un'ulteriore, cocente umiliazione economica. I ripetuti ed efficaci attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie all'interno del territorio russo hanno toccato il sistema nervoso energetico del Paese. Mosca, la superpotenza che per decenni ha usato il gas e il greggio come armi di ricatto globale, si trova oggi nell'inaudito e paradossale scenario di dover valutare l’importazione di prodotti petroliferi. Una ferita all'orgoglio autarchico del regime, che svela la fragilità di un’economia interamente ripiegata sul fronte e incapace di proteggere i propri asset strategici.
Questa morsa di fallimenti esterni e tensioni economiche sta producendo una stretta autoritaria senza precedenti all'interno della stessa Russia. La recente e radicale chiusura dei varchi ferroviari con la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia risponde a una duplice, disperata esigenza. Da un lato, sigillare il Paese sollevando un nuovo muro di separazione doganale e politica con l’Europa; dall'altro, blindare i confini interni per arrestare l'emorragia umana, impedendo ai propri cittadini di fuggire all'estero per sottrarsi alla macchina della mobilitazione perpetua.
Il regime trasforma così la Russia in una gigantesca gabbia autarchica, dove il consenso viene gestito attraverso il controllo asfissiante del partito egemone Russia Unita e dove i confini diventano barriere per trattenere i propri figli dal fuggire dal fronte.
Di fronte a questa furia che nasce dall'impotenza, l’Ucraina non chiede più soltanto di essere soccorsa; chiede gli strumenti per sopravvivere autonomamente. Il presidente Volodymyr Zelensky, all’indomani del tragico raid su Kyiv, ha rivolto un appello esplicito agli Stati Uniti, chiedendo la licenza per produrre direttamente sul proprio suolo i sistemi di difesa aerea Patriot. Non è una richiesta di escalation, ma un grido di protezione: la necessità vitale di nazionalizzare la difesa del proprio cielo, per non dipendere esclusivamente dalle lungaggini burocratiche degli alleati occidentali. Proteggere i cieli significa, prima di ogni altra cosa, proteggere i civili e impedire che la frustrazione russa continui a mietere vittime innocenti.


La risposta della politica europea si muove lungo i binari consueti della diplomazia sanzionatoria, con Kaja Kallas che ha già annunciato la proposta di un nuovo pacchetto di misure punitive contro Mosca. Ma l'Europa sa bene, o dovrebbe sapere, che le sanzioni economiche sono uno strumento a lungo termine, incapace di fermare i missili che partiranno questa notte. La diplomazia non può ridursi a un rito notarile di condanna. C’è bisogno di uno scatto profondo, di una diplomazia che rimetta al centro il valore della persona umana e il dovere della pace, senza per questo scivolare nell'ambiguità di dimenticare chi sia l'aggredito e chi l'aggressore.


Mentre i leader decidono le sanzioni e i generali pianificano le prossime mosse, a Kyiv si scava ancora tra le macerie. Una comunità ferita si stringe attorno ai suoi morti, cercando nel conforto reciproco la forza di non cedere alla disperazione e all’odio. È in questa resistenza della dignità umana, prima ancora che nelle armi, che risiede la vera sconfitta di ogni disegno imperiale. Il compito dell'informazione, specialmente di quella che si ispira ai valori cristiani, è fare in modo che quel pianto non resti isolato, e che il cielo spezzato di Kyiv torni, o continui, a interpellare, con forza, la coscienza di tutti noi.












