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“Adesso che i buonisti sono felici x l’approdo e il salvataggio di 49 sconosciuti … adesso che non schiumano più rabbia … Ditegli che ci sono dei nostri fratelli sotto la neve, in casette fornite dai governi precedenti che cadono a pezzi … fratelli che sono nati qua, che hanno contribuito alla crescita di questo paese, che hanno radici talmente profonde e amore per la propria terra, da non averla voluta abbandonare … spero che questo governo si occupi di questi fratelli. Di quaraquaqua ne abbiamo già avuti abbastanza. #primagliitaliani #primalanostragente”. È questo il post che circola sul web accompagnato da una foto che in realtà... è di un campo libanese. Tutto volto solo e come sempre ad alimentare, con qualunque scusa anche la peggiore e la più falsa, il clima di competizione e l'odio razziale.


Ma la realtà è un'altra e ce la racconta don Fabrizio Borrello, direttore della Caritas di Rieti che dal sisma di due anni fa lavora sul territorio ogni giorno. «Amatrice oggi è una realtà dove le persone sono al sicuro nelle loro casette. Non c’è nessuno in tenda, né per strada o in situazioni drammatiche. Poi certo ci sono le fatiche del freddo, in questi giorni siamo arrivati anche a meno 7/8 gradi sotto zero. E certo, le tubature si rompono, ma questi sono disagi che c’erano anche prima. Quello che è il vero disagio è la mancanza di prospettiva nella ricostruzione che non è ancora definita. Le persone non capiscono cosa, come e quando qualcosa rinascerà. Quindi una fatica più psicologica che reale. Persone che gridano perché questa terra ha bisogno di rinascere e non solo attraverso la politica locale. Sennò queste zone muoiono e la gente se ne va».
Cosa risponde a chi dice "prima gli italiani"?
«Che Amatrice di attenzione umana ne ha avuta eccome. Manca il lavoro per ovvie ragioni, mancano le infrastrutture, certo. Hanno ricostruito per prime le scuole ma manca tutto il resto. Non si può negare. Ma non sono persone trascurate. A due anni e 4 mesi dal primo evento sismico è normale tutto questo il che non vuol dire che sia giusto. Ma Caritas e Protezione Civile profondono un'attenzione continua, per esempio tenendo le strade costantemente pulite».
Lei che vive la loro fatica ogni giorno come reagisce a queste provocazioni della rete?
«Sono infastidito perché tra l’altro io lavoro anche con i rifugiati. Con il decreto Salvini siamo stati bastonati e messi a disagio perché non puoi far quel che potresti fare. Faccio fatica a trovare una collocazione per le mamme incinta, capisce? Non è davvero possibile… Questa provocazione è davvero pretestuosa perché non è che occupandoti degli uni non ti preoccupi degli altri. Sono scoraggiato... sono mondi differenti con gestioni differenti, musiche completamente diverse che suonano nella stessa fatica».




