Sulla guerra a colpi di dazi di Donald Trump sembra regnare il caos. In realtà non si tratta solo di una disputa doganale (che è già epocale, come hanno dimostrato le reazioni del mondo e nei mercati internazionali ). È una visione del mondo. Quella di Donald Trump, l’uomo che ha trasformato i dazi in arma di diplomazia muscolare, si scontra adesso con i tribunali e con le vecchie regole del gioco globale. Regole che Trump ha dimostrato di voler scardinare, infischiandosi bellamente dei verdetti dei giudici, La Corte del Commercio Internazionale ha appena dichiarato illegittimi i dazi imposti a raffica dal presidente su mezzo Pianeta. Ma una corte d’appello ha subito sospeso quella decisione, e il caos si è impossessato della scena mondiale. A questo punto sorge la domanda: a chi giova tutto questo?

Trump, come è noto, adotta spesso la legislazione d’emergenza per forzare le leggi piegandole al suo volere (come nel caso delle leggi sull’immigrazione). Per quanto riguarda le tariffe doganali tutto nasce da un uso spregiudicato dell’International Emergency Economic Powers Act, una legge del 1977 pensata per le emergenze vere — crisi internazionali, attacchi esterni — non per correggere i deficit commerciali. Eppure Trump ha deciso di brandirla come una durlindana per imporre un dazio minimo del 10% su quasi tutti i partner degli Stati Uniti, con punte del 25% per il Canada e del 30% per la Cina, il nemico commerciale per eccellenza. Tutto legittimato, a suo dire, da minacce come il traffico di fentanyl o gli squilibri nella bilancia commerciale.
Il risultato? Una raffica di ricorsi, proteste diplomatiche e un'incertezza che paralizza imprese, mercati, borse e alleati (ma chi sono gli alleati dell’America?Anche in questo caso non si capisce più nulla). Ma questo sembra non turbare Donald Trump. Per lui, recentemente abbandonato anche dal miliardario stellare Elon Musk, tutto questo caos è il prezzo da pagare per ridare all’America “il rispetto che merita”.

Non si tratta solo di economia, ma di geopolitica. Il becero Trump sa che il potere commerciale è un potere strategico. Sa che in un mondo multipolare la leva economica può sostituire quella militare. E che i dazi, usati come minaccia, possono ottenere tavoli negoziali, concessioni, cedimenti. «Dopo quello che ho fatto — ha detto con disarmante franchezza — mi hanno detto: ci vediamo quando vuoi». Per tacere di altre espressini volgari.
Nel frattempo, la diplomazia americana si muove su più fronti: con Londra ha strappato un accordo di principio, in cambio di aperture su carne ed etanolo. Con l’India e il Vietnam i colloqui sono in corso. Bruxelles è in allarme. Il messaggio è chiaro: o ci trattate da primi della classe, o vi colpiamo alle esportazioni.
Ma il vero scontro si gioca in casa. Non solo nei tribunali, dove i giudici mettono in discussione il principio stesso che un presidente possa esercitare poteri “illimitati” su base unilaterale. Il Congresso, totalmente in mano a Trump, umiliato da queste scorciatoie, osserva in silenzio. Se non interverrà presto, rischia persino di diventare spettatore di un’erosione continua del proprio ruolo costituzionale.
Non è la prima volta che un presidente americano usa poteri d’emergenza in modo discutibile. Ma è la prima volta che viene costruita un’intera dottrina commerciale su quel presupposto. Una dottrina isolazionista, imperniata sull’idea che il mondo stia approfittando dell’America. Una dottrina, va detto, che una parte dell’opinione pubblica condivide, soprattutto quella che lo ha votato, il cui nucleo è rappresentato dagli operai disoccupati della Rust Belt.
Il vero punto è che Trump ha capito qualcosa che i suoi critici fingono di ignorare: l’ordine globale costruito nel Dopoguerra è in crisi, non solo per colpa sua. Gli Stati Uniti sono stanchi di sostenere il peso di un sistema che sembra premiarne i rivali. E se oggi è lui a guidare questa rivoluzione con l’accetta, domani potrebbe toccare a qualcun altro - magari con toni più moderati o forse ancora più radicali -  ma con la stessa agenda.

La Corte Suprema dei “justice” (così sono chiamati i magistrati supremi), con ogni probabilità, sarà chiamata a decidere. Ma a prescindere dall’esito, l’America ha già imboccato un nuovo corso: più protezionismo, più unilateralismo, meno fiducia nelle istituzioni multilaterali. È il mondo secondo Trump. Un mondo che non piace, caotico, confuso, diviso, sprezzante, ma che esiste. E che molti, forse più di quanto immaginiamo, sono disposti a seguire. Grazie finora anche alla totale, inconsistente inanità dei democratici, che paiono paralizzati di fronte all’ira tariffaria del loro nemico politico.