Nelle università statunitensi le proteste degli studenti sono iniziate a ridosso del violento attacco del 7 ottobre da parte di Hamas e delle prime reazioni a danno dei civili residenti a Gaza da parte di Israele, con schieramenti perlopiù in difesa del popolo palestinese con accenti fortemente critici verso la politica estera statunitense e i tradizionali buoni rapporti con lo stato di Israele. In alcuni casi, dove la solidarietà ai civili palestinesi sotto le bombe ha finito per includere il sostegno ad Hamas e la sottovalutazione della crudezza della sua azione a danno degli ostaggi israliani, è cresciuta la preoccupazione.
 


IL CONTESTO DEGLI STATI UNITI

Pesa il contesto di un Paese in cui la comunità ebraica, molto presente, teme una insufficiente tutela degli studenti di origine ebraica e rischi di recrudescenze antisemite. Alcuni finanziatori hanno anche ritirato il sostegno agli atenei, che sono in larga parte privati, ritenendo che la protesta non tenga in debito conto i vari punti di vista in una conflittualità che ha radici in una lunga storia iniziata molto prima del 7 ottobre 2023. Come spesso accade, quando il dibattito si polarizza su posizioni radicali o quantomeno molto semplificate, la tensione è salita e nelle ultime settimane i rettori hanno faticato a gestirla, divisi tra il bisogno di tutelare da un lato la libertà di espressione, i diritti delle minoranze – temi molto sentiti e da anni essi stessi incandescenti nel mondo universitario americano – dall’altro la necessità di garantire alla comunità accademica il regolare svolgimento delle attività. Né la linea mediatrice di alcuni rettori né quella dura di altri sta riuscendo a tenere a bada la situazione.

 


GLI ARRESTI ALLA COLUMBIA
Non per caso ha fatto notizia nel mondo l’irruzione, in seguito a danneggiamenti, della polizia nel campus della Columbia University, prestigiosa università newyorkese. L’azione è sfociata in un centinaio di arresti, in un clima che il 1° maggio su Instagram Gianni Riotta descriveva efficacemente così: «Da mezzo secolo la polizia non entrava a Columbia, studenti ebrei e musulmani si scambiano accuse dai social di discriminazione e ostilità, il campus resta nel caos. Atenei divisi, famiglie divise, NY divisa, Usa divisi». Da allora gli studenti statunitensi manifestano a volto coperto per non essere identificati. Il caso, controverso perché la Polizia ha segnalato il fatto che una metà degli arrestati non sarebbero studenti ma presenze esterne, ha finito per contribuire al contagio della protesta, che da qualche tempo, con toni più tranquilli, e finora con numeri più contenuti, si sta diffondendo anche nelle università europee e italiane.
Che cos'è il "bando Maeci", casus belli in Italia
In Italia il casus belli è arrivato al momento di rinnovare da parte del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci) di un accordo per la collaborazione tra le istituzioni di ricerca italiane e israeliane. Da una parte ha cominciato a circolare una lettera aperta firmata da personale universitario italiano in cui si manifestava preoccupazione per «linee di finanziamento del bando MAECI, che si concentrano sullo sviluppo di tecnologie idrauliche e di gestione della distribuzione dell’acqua, di tecniche e tecnologie agricole, e sullo sviluppo di tecnologie ottiche che potrebbero rientrare nella categoria dual use» ossia ricerche nate in campo civile che potrebbero anche essere impiegate per scopi militari ndr, a fronte delle quali si chiedeva la sospensione della «la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra le università e i centri di ricerca italiani e israeliani», con lo scopo »di esercitare pressione sullo stato di Israele affinché si impegni al rispetto del diritto internazionale tutto, come è giustamente richiesto a tutti gli stati del mondo». Un appello preceduto da una lettera aperta arrivata a 4.000 firme (su una popolazione di circa 100mila persone tra professori, ricercatori, tecnici, assegnisti).

Chi sono gli studenti che protestano e che cosa chiedono
Dall’altra parte i collettivi studenteschi pro palestinesi hanno cominciato a far pressione sui Senati accademici perché votassero contro il rinnovo dei bandi cooperazione con le università di Israele, in scadenza lo scorso aprile. Le università e il mondo accademico sul tema si sono divisi: alcuni atenei hanno accolto la richiesta dei collettivi e votato contro altri, i più, hanno votato per mantenere la collaborazione. La protesta degli studenti, anche in Italia come nel resto del mondo ribattezzata “intifada studentesca”, si è intensificata nelle ultime settimane dopo l’astensione dell’Italia nel voto della Risoluzione Onu che riconosce la Palestina come qualificata a diventare membro delle Nazioni Unite. Il Movimento giovani palestinesi Italia, insieme ai collettivi universitari pro Palestina, ha organizzato, dal 6 al 19 maggio, accampamenti di tende nei cortili delle università italiane, secondo una modalità di protesta già presente nel resto del mondo: chiedono il cessate il fuoco a Gaza e «la risoluzione immediata di tutti gli accordi universitari con atenei e aziende ubicate in Israele e il boicottaggio totale del sistema accademico israeliano». Va detto, per fare una proporzione che la protesta al momento coinvolge attivamente alcune centinaia di studenti a fronte circa 1 milione e 900 iscritti.
PUNTI DI VISTA DIVERSI ALL'INTERNO DEGLI ATENEI

La richiesta degli studenti dei collettivi, come si può notare, nella sua istanza di chiusura totale è più radicale di quanto auspicato dalla parte di personale firmatario della lettera aperta che invece poneva il problema di boicottare ricerche a rischio di “dual use”, preoccupandosi comunque di distinguere tra gli accordi a livello istituzionale e la libertà di ricerca di singoli docenti e ricercatori, lasciando aperta la possibilità di collaborare per i singoli.

Altri tra docenti e ricercatori si sono esposti proponendo un contro-appello contro il rischio di derive antisemite e altri ancora hanno scelto di non firmare il “boicottaggio” in nome dell’autonomia dell’università come luogo di scambio di sapere e di pensiero critico: tra questi c’è stato Tommaso Montanari, rettore della Università per stranieri di Siena, che ha argomentato il suo punto di vista dalle colonne del Fatto quotidiano: «Rompere le relazioni tra comunità di ricercatori e studenti», ha scritto Montanari, «di Paesi diversi significherebbe uccidere proprio l’ultima speranza di costruire argomenti comuni per ribellarci alla follia omicida di governi che conducono il mondo al disastro».

Tra le perplessità di chi non condivide la chiusura, ricorre la constatazione della contraddizione insita nel chiudere la porta soltanto a Israele, tenendo contemporaneamente in piedi rapporti e scambi accademici con altre realtà del mondo, cui sarebbe difficile dare patenti di democrazia. 

La conferenza dei rettori emanando linee guida per la gestione della protesta, ribadendo l'importanza della libera manifestazione del pensiero, ha osservato: «L’impegno a promuovere una cultura della pace e dei diritti umani non può che avvenire mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione e di informazione. In particolare, le università possono rappresentare, attraverso un’azione di diplomazia scientifica, un veicolo per la costruzione della pace tra i popoli».

 


La provocazione al presidente e la risposta di Mattarella
Il presidente della Repubblica, il 16 maggio, in visita alla Sapienza, ha rivolto proprio agli studenti impegnati nella protesta che lo avevano provocato con una lettera aperta. Le sue parole che potete legge qui, hanno messo in guardia dai rischi dello sguardo unilaterale, che perde di vista la complessità dei problemi.
I timori di infiltrazioni
Uno degli aspetti che preoccupa, al momento soprattuto negli Stati Uniti, è il fatto che la protesta degli studenti possa essere infiltrata da esterni, con intenti destabilizzatori. Diversi analisti si stanno interrogando su possibili finanziatori esterni e sul rischio che la protesta possa essere strumentalizzata da interessi diversi a interferire sulle elezioni presidenziali americane. Sembra che fossero esterni diversi degli arrestati alla Columbia university.