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Un appello interreligioso per la pace. Per «arginare l’odio, salvaguardare la convivenza, purificare il linguaggio». Lo firmano la Conferenza episcopale italiana, l’Ucei (Unione comunità ebraiche in Italia), l’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), la Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana) e la Moschea di Roma, Rivolto alle istituzioni italiane, ma anche a singoli cittaidni e credenti di ogni fede, perché, scrivono i primi firmatari «la pace è responsabilità di singoli e soggetti collettivi», l’appello «esprime il tanto che unisce, messo a dura prova da quanto sta accadendo, ma nella certezza che il dialogo deve trovare le soluzioni a quanto umilia le nostre fedi e resistere».
L’appello esprime il dolore per quanto sta accadendo nel mondo e, anche s ele posizioni possono essere diverse, tutti condividono l’obiettivo di rafforzare il dialogo e far tacere le armi. In questo documento si mette dunque da parte «quanto divide, per rafforzare ciò che ci unisce, nello sforzo comune di capire il dolore e le ragioni dell’altro, generando un impegno rinnovato per trovare soluzioni giuste e durature per tutti». In modo particolare, poi «l’appello è aperto al “Tavolo delle religioni” che da tre anni si trova presso la sede della CEI nell’intento di cercare una “Via italiana del dialogo interreligioso”».
L’appello si conclude con le parole del Salmo 34, della lettera ai Romani e di un brano del Corano. «Sta lontano dal male e fa il bene, cerca e persegui la pace», recita il versetto 15. «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto», si legge invece nel capitolo 12 della Lettera di Paolo, mentre nel libro caro ai musulmani è scritto: «Abbiamo prescritto ai figli di Israele che chiunque ucciderà una persona è come se avesse ucciso l’intera umanità, e chiunque avrà dato la vita a una persona sarà come se avesse dato la vita all’intera umanità. Sono giunti loro i Nostri inviati con le prove chiare eppure molti di loro, pur dopo questo, sono stati intemperanti sulla terra».
Intanto un flash mob per la pace ha coinvolto credenti e non credenti davanti al Pantheon. Animato dai giovani di Sant’Egidio giunti a Roma per il loro convegno internazionale “Global Friendship Peace Hope”, ha visto la presenza anche di numerosi ragazzi ucraini e rappresentanti da Africa, America Latina e Asia. Nil presidente della comunità, Marco Impagliazzo si è chiesto: «Cosa può fare un giovane nel mondo di oggi? Qual è la sua forza? C'è un clima di rassegnazione e cinismo che circonda i giovani. Un clima pesante, inquinato da giudizi severi, un clima che schiaccia sogni e speranze». I giovani, allora devono investire nella «fraternità, nella gratuità e nell'amore, perché il legame non è una costrizione ma una liberazione che connette al resto del mondo». Impagliazzo ha poi ricordato le parole di Floribert Bwana Chui, il giovane della Comunità di Sant'Egidio di Goma, in Congo, ucciso nel 2007 per essersi opposto a un tentativo di corruzione, e recentemente beatificato: « Rispetto alla violenza, all'oblio, alla dimenticanza degli altri, c'è sempre un'altra strada. Quella della speranza, fondamento di ogni cambiamento positivo nel mondo».




