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Franco Gabrielli.
Si fa presto a dire “sicurezza”, non per caso la parola domina il dibattito pubblico e le preoccupazioni dei cittadini esacerbati dai fatti di cronaca, da Modena a Milano. Si fa forse ancor prima a prometterla. Ma realizzarla è una faccenda, complessa, che richiede competenza e strategia di breve e lungo periodo. Non solo, la parola stessa è esposta a una contrapposizione manichea che evoca luoghi comuni di opposto segno: difficile ragionare di questo tema uscendo dalla logica della curva da stadio. Ma Franco Gabrielli, che tra le tante cose nella sua vita è stato capo della Polizia e prefetto di Roma, alle complicazioni è avvezzo per curriculum e ha deciso, a partire dalla sua lunga esperienza, di provare a mettere sul tavolo, in collaborazione con Carlo Bonini, un manifesto per una sicurezza democratica, intitolato Contro la paura (Feltrinelli). A partire dal presupposto che la paura è un sentimento umano, che attraversa le nostre società, e che merita un’attenzione e un rispetto più profondi dell’antitesi strumentalizzazione/rimozione che la politica è abituata a riservarle a seconda del colore.
Dottor Gabrielli, come definirebbe la sicurezza?
«La sicurezza non è una cosa “da sbirri”, ma un tema sensibile che intercetta le esigenze delle persone più deboli e fragili nella società, perché è una precondizione della loro libertà: nel rapporto Univ-Censis La sicurezza fuori casa del maggio 2025, leggiamo che tre italiani su quattro ritengono che negli ultimi cinque anni sia diventato più pericoloso girare per strada e che questo condiziona la loro libertà al punto che il 38,1% ha affermato di aver rinunciato almeno una volta a uscire per paura, dato che sale al 52,1% tra i giovani. Liquidare tutto questo come “insicurezza percepita” rischia di tradursi in una sottovalutazione, che fa sentire incompresi e un po’ traditi i cittadini che non possono comprarsi la sicurezza per censo, scegliendosi i quartieri migliori, né averla per status attraverso una scorta: un po’ come quando uno va dal medico, descrive i propri sintomi e li sente ricondurre allo stress, come a una categoria che comprende tutte le cose che non si riescono a inquadrare in altro modo. Non solo, un approccio democratico non dovrebbe proporre un baratto fraudolento tra libertà e sicurezza».
All’estremo opposto la paura è un tema politicamente cavalcato, come se ne esce?
«La paura è un sentimento naturale che ha consentito all’umanità fin dalla preistoria di sopravvivere alle insidie del mondo. Diventa patologica a livello sociale, quando viene alimentata per poi proporre soluzioni in apparenza semplici e salvifiche attorno alle quali ottenere consenso. Se ci facciamo caso, si assiste a un gioco delle parti alternato tra chi sta di volta in volta al Governo e chi all’opposizione: i primi brandiscono le statistiche sul crimine; i secondi la percezione di insicurezza, poi, quando cambia il Governo, le parti si invertono: eppure le statistiche non dovrebbero essere armi da brandire ma chiavi di lettura della realtà, utili per la ricerca di soluzioni».
Se la destra guarda alla repressione, la sinistra invoca la prevenzione: qual è l’atteggiamento più costruttivo?
«Ci vorrebbe uno sguardo “strabico”, sia detto con rispetto di chi soffre di questa patologia: con un occhio bisognerebbe guardare lontano e provare a intervenire sulle cause, con l’altro guardare all’oggi e al contenimento degli effetti che producono insicurezza, sapendo che, pur desiderando la miglior medicina preventiva possibile, la chirurgia rimane a volte necessaria.
Il limite attuale è immaginare che si possa agire sugli effetti con il solo strumento della norma penale, aumentando le pene, mentre il susseguirsi di decreti sicurezza, dopo quattro anni permette di dubitare della loro efficacia salvifica. La sicurezza è infatti un tema che intercetta la complessità del nostro tempo, prenderne atto non significa crearsi un alibi per non affrontare il problema, ma sapere che richiede un approccio fatto di una pluralità di interventi: dalla pubblica sicurezza che compete esclusivamente allo Stato, alla sicurezza urbana (che passa anche per la fruibilità dei luoghi, il contrasto al degrado, l’illuminazione...); dall’integrazione alla coesione sociale, dalla prevenzione della dispersione scolastica a quella della malattia mentale. Oggi su queste questioni l’atteggiamento è fatalistico. Siamo tutti consapevoli che covano delle bombe sociali – si pensi ai minori non accompagnati lasciati a sé stessi e scaricati sui territori –, ma ci limitiamo ad augurarci che non esplodano. Poi avvengono i fatti di Modena e ci riconducono a una realtà molto più tragica di quella che abbiamo finto di non vedere fino a qualche istante prima e che non può essere affrontata limitandosi a operazioni di polizia. Sarebbe bene non dimenticare che la sicurezza è più un fatto relazionale che di ordine pubblico: si concilia male con le zone rosse e con la “desertificazione”, che poi andrebbero presidiate da un numero di persone che non ci possiamo permettere».
Ha parlato di integrazione, forse la più complessa delle scommesse, il cui insuccesso è sovente associato a fenomeni di criminalità giovanile. Che cosa manca?
«Se escludiamo le azioni meritorie della Chiesa cattolica e del Terzo settore e qualche bella iniziativa sul territorio, all’Italia è mancata non da ora una politica complessiva sull’integrazione, a partire dal fatto che non esistono ricette valide per tutti in ogni luogo. In altri Paesi l’integrazione è favorita dal fatto che arrivano persone che parlano la stessa lingua, la nostra è poco diffusa nel mondo, eppure questo Governo ha addirittura smantellato il poco che si faceva nei Cas per l’insegnamento dell’italiano. Ma se chi arriva non sa la lingua, tende a “enclavizzarsi” chiudendosi nella comunità d’appartenenza in Italia, è questa la prima forma di integrazione, ma è problematica quando diventa permanente: se non c’è scambio con l’esterno, si crea una lacerazione nel tessuto sociale».
Lei parla di approccio “olistico” alla migrazione, che cosa vuol dire?
«Bisogna tenere insieme i flussi leciti, i rimpatri che non sono in sé uno scandalo, e l’integrazione. Tutto questo si declina non attraverso l’esclusione ma attraverso una legalità che abilita, attraverso una integrazione concepita non come un atto di generosità ma come un’infrastruttura: un investimento strategico, che implica risorse, visione di lungo periodo e un controllo intelligente. Io credo che l’obiettivo che dovremmo perseguire non sia la protezione di una identità italiana tutta da definire, ma la costruzione di una identità civica, che abbia a fondamento i primi 54 articoli della Costituzione, come patrimonio condiviso, attorno al quale saldarsi».
Come arrivarci, mentre il caporalato produce casi Amendolara?
«Viviamo grandi contraddizioni: da un lato sentiamo parlare molto di rimpatri e di remigrazione, cose facili da promettere ma difficili da mantenere, anche perché presuppongono accordi con i Paesi d’origine non facili da ottenere; mentre dall’altro si fa un decreto flussi per 450 mila nuovi arrivi in tre anni: mi sorge il dubbio che esista un retropensiero inconfessabile, forse più diffuso di quanto si immagini, che vede negli immigrati una sorta di nuovo schiavismo: siccome la popolazione invecchia, va bene che facciano i lavori che non vogliamo più fare, che raccolgano gli ortaggi, che facciano i caregiver, purché non rompano le scatole e non rivendichino diritti. Nessuno, tra l’altro, ammette che solo il 40% degli irregolari arriva con i barconi e che sugli arrivi via mare molto più delle politiche italiane incidono gli equilibri dei Paesi di imbarco, Tunisia e Libia in particolare».
Si associa la sicurezza all’ordine pubblico, quando possiamo dire che la sua gestione funziona?
«L’ordine pubblico è la cornice che consente la coesistenza di diritti diversi: una manifestazione ha successo quando nessuno si fa male, le vetrine si salvano, i violenti vengono isolati, e il diritto di esprimere dissenso pacifico è salvaguardato. È qualcosa che si ottiene con buonsenso, proporzione, capacità di intessere percorsi che precedono l’evento: in tutto questo un armamentario troppo rigido, tutto basato sulla norma penale, rischia di inasprire le contrapposizioni, riducendo gli spazi di mediazione e di sortire l’effetto opposto aumentando l’insicurezza della piazza».




