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Il Consiglio regionale della Lombardia ha recentemente approvato, con un supporto bipartisan e nessun voto contrario, la legge che istituisce il servizio di psicologia delle cure primarie. La legge istituisce la figura del cosiddetto “psicologo di base”, che lavorando all’interno delle Case di Comunità e della rete territoriale dovrebbe favorire il riconoscimento precoce delle situazioni di disagio psicologico.
Con questa legge regione Lombardia si propone di dare una risposta al drammatico incremento della sofferenza psichica riscontrato negli ultimi anni e che la pandemia ha amplificato, colpendo soprattutto alcune fasce della popolazione tra cui i giovani, le donne, gli anziani.
La salute mentale viene pertanto riconosciuta come un tema importante, a cui prestare sempre maggiore attenzione e tale riconoscimento non può che essere accolto positivamente.
È però doveroso sottolineare che la scelta adottata lascia perplesso chi lavora e gestisce da anni, all’interno del servizio pubblico, i servizi per la prevenzione e la cura della salute psichica, come il sottoscritto. Alla base di tale perplessità vi sono alcune considerazioni.
In Italia i servizi per la cura della salute mentale sono costituiti da equipe multidisciplinari su un modello di rete integrato tra ospedale (reparti di psichiatria e ambulatori specialistici) e territorio (con i centri psico-sociali – CPS, le unità territoriali di neuropsichiatria – UONPIA e i servizi per le dipendenze). È a questi servizi che è affidata la tutela e la cura della salute psichica della popolazione. È un sistema all’avanguardia che viene preso a modello da altri paesi e rappresenta una profonda ricchezza.
I servizi italiani e lombardi di salute mentale sono da diversi anni in sofferenza di organico e necessiterebbero di investimenti adeguati in personale per poter offrire pienamente gli interventi di cui sono mandatari. Chi ogni giorno si scontra con le carenze che ne minano l’operatività, si sarebbe aspettato investimenti “di sistema”, che andassero a rinforzare i servizi già attivi. Ad esempio, l’assunzione, all’interno dei servizi di salute mentale in carenza di organico, di psicologi da impiegare in un’ottica di riconoscimento precoce avrebbe garantito un intervento organico e avrebbe favorito una maggior efficienza. L’impressione è che sia stata sottovalutata la complessità e la specificità del sistema, con il rischio di creare doppioni o servizi poco coordinati.
Si sarebbe inoltre potuta favorire l’interfaccia degli attuali servizi di salute mentale con la medicina di base, inserendone alcune declinazioni nel contesto delle case di comunità.
Per concludere, questa legge non riuscirà a rispondere come sperato ai bisogni e sarà necessario che il prossimo piano regionale per la salute effettui una profonda opera di riorganizzazione e rifinanziamento dei servizi mirati alla prevenzione e alla cura della salute mentale. Le prossime decisioni dovranno situarsi all’interno di un pensiero unitario, trovando strade organizzative che favoriscano i servizi già presenti un’ottica di rete e di collaborazione tra specialisti della salute mentale (psichiatri, neuropsichiatri, medici delle dipendenze, psicologi, infermieri, educatori terapisti della riabilitazione) e medicina di famiglia.
di Giovanni Migliarese, Direttore SC Salute Mentale Lomellina e membro del Comitato Scientifico del Cisf





