Una bambina di 12 anni residente a Chioggia, in provincia di Venezia, è ricoverata in gravi condizioni all’ospedale di Padova dopo aver contratto la malaria. Al rientro da un viaggio in Africa con la famiglia, la minore avrebbe iniziato ad accusare febbre alta e, nel pomeriggio di sabato 21 febbraio, sarebbe stata accompagnata all’ospedale di Chioggia.

Dopo gli accertamenti, i pediatri avrebbero diagnosticato l’infezione e avviato la terapia specifica, ma la criticità del quadro clinico ha reso necessario il trasferimento nella struttura padovana, dove la paziente è attualmente seguita dagli specialisti.

Un episodio che riaccende l’attenzione sulla malaria importata. «La preoccupazione è assolutamente legittima, considerando che i bambini sono particolarmente sensibili a questa malattia», spiega l’infettivologa Gloria Taliani, professore ordinario di Malattie infettive alla Sapienza Università di Roma. «Il caso in sé, però, non deve allarmare la comunità perché la malaria non si trasmette da persona a persona: ha bisogno di un vettore».

Determinante, sottolinea l’esperta, è la tempestività della diagnosi. «Il ritardo è sempre l’alleato migliore della malaria e il peggior nemico del paziente: un riconoscimento precoce comporta una prognosi nettamente migliore, soprattutto in età pediatrica». E aggiunge: «Non aver pensato alla malaria in una bambina febbrile di ritorno dall’Africa è un fatto preoccupante, perché indica che la cultura delle malattie tropicali in Italia si è in parte persa». È vero, precisa, che nei più piccoli il decorso può talvolta essere severo anche indipendentemente dalla rapidità dell’intervento, «ma il ritardo non è mai un elemento rassicurante: è sempre un fattore peggiorativo».

Quando sospettare la malaria

In Italia, ricorda Taliani, la malaria è ormai quasi esclusivamente una patologia di importazione. «Tutti i casi devono essere notificati e sono legati al rientro da aree endemiche: Africa, Medio Oriente, Sud-Est asiatico». Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nel 2023 sono stati registrati 798 casi nel nostro Paese, in aumento rispetto ai 596 del 2022.

Il segnale da non sottovalutare è soprattutto la febbre. «In un paziente che rientra da zone endemiche, qualunque rialzo termico (anche modesto) deve far scattare il test per la malaria», avverte l’infettivologa. L’infezione può infatti essere confusa con influenza o altre patologie febbrili, perché «molte sindromi condividono gli stessi sintomi, ma in chi torna da aree a rischio la malaria deve sempre rientrare nella diagnosi differenziale: è un passaggio imprescindibile».

Fondamentale resta la prevenzione prima della partenza. «La profilassi è lo snodo tra un viaggio senza rischio e uno che può comportare conseguenze serie», afferma Taliani. Molti genitori, osserva l’esperta, mostrano ancora resistenze nella somministrazione dei farmaci ai figli, ma «rinunciare significa esporre il bambino a una malattia potenzialmente severa».

Il ruolo della profilassi

Se eseguita correttamente, la profilassi è efficace: «I farmaci antimalarici», spiega, «bloccano la moltiplicazione del parassita nelle fasi iniziali». Oggi, se individuata in tempo, l’infezione è generalmente controllabile. «Disponiamo di terapie efficaci e tutte le forme sono trattabili», rassicura l’infettivologa.

Resta però una patologia potenzialmente mortale: «Il decesso può intervenire prima che la terapia faccia effetto, soprattutto in caso di diagnosi tardiva». Con il passare del tempo, infatti, aumenta la parasitemia (cioè il numero di globuli rossi infettati) e si può arrivare a forme gravissime come la malaria cerebrale.

Un falso mito riguarda chi è nato in aree endemiche: «La cosiddetta premunizione non dura per sempre», avverte Taliani. Chi vive per anni lontano da quei contesti e poi vi fa ritorno «è esposto al rischio quanto chi non ha mai avuto contatti con la malaria».

Il messaggio dell’esperta è chiaro: «Per chi viaggia per vacanza o per periodi brevi in aree endemiche non esiste una ragione valida per rinunciare alla profilassi antimalarica». L’unica eccezione riguarda i soggiorni molto lunghi (mesi o anni) in queste zone, dove può essere più appropriata una strategia di sorveglianza e terapia precoce. «Ma per i viaggi di breve durata la profilassi resta la misura di sicurezza fondamentale per proteggere se stessi e i propri figli», conclude l’infettivologa.