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Milano Cortina 2026 Arianna Fontana con la lanterna che raccoglie il fuoco olimpico del braciere appena spento
Un soffio e s’è spento il braciere dell’Olimpiade di Milano Cortina 2026, si riaccenderà il 6 marzo per la Paralimpiade. Nell’attesa resta un filo di malinconia che sempre accompagna tutto quello che smobilita, più di tutto quello che, essendo un tempo irripetibile di un luogo, è destinato a non tornare.
C’era tanta gente stamattina sotto l’Arco della Pace a Milano, a vedere le ultime ore della fiamma olimpica, in una domenica mattina di sole, con ancora qualche bimbo in maschera in ritardo sul sabato grasso ambrosiano, che è a propria volta in ritardo sul resto del mondo già in Quaresima.
Ancora tanti bambini in fila per abbracciare il pupazzone della mascotte olimpica Tina lì davanti. E tanta fila agli store in cerca degli ultimi gadget abbordabili rimasti non ancora esauriti. Si resta aperti fino alla fine delle Paralimpiadi, in realtà, si riassortirà. Ma pare che per quanto riguarda Tina non ce ne sia per nessuno neppure online fino a tarda primavera. E dire che tra le mascotte non era proprio delle più avvenenti, povera: con Aster, mascotte paralimpica di Torino 2006, la più bella in assoluto, non c’era proprio gara.
Giusto persino inevitabile, l’onore dato ad Arianna Fontana, la più grande leggenda olimpica numeri alla mano, di portare la lanterna che ha custodito il fuoco olimpico, che poi sotto le arcate millenarie dell’Arena s’è spento tra le sue mani, durante la elegante e molto lirica cerimonia di chiusura nel suggestivissimo scenario dell’Arena di Verona, ma è stato un passaggio con un velo di melanconia: evocava il pensiero che è improbabile, anche se non impossibile conoscendola, che a 35 anni Arianna abbia la voglia e la forza di affrontare un altro giro di pattini a cinque cerchi.
Il fatto è che con Milano Cortina che si chiude l’anagrafe dice che finisce un ciclo: tanti giri d’onore, da Chicco Pellegrino a Dorothea Wierer, da Francesca Lollobrigida a Federica Brignone, da Arianna Fontana ad Andrea Giovannini, passando per Roland Fishnaller arrivato addirittura alla sua settima olimpiade qui. Alcuni verso uscite già decise, altri nel dubbio, ma comunque lì sull’orlo di un futuro da ridisegnare. Si tratta di leggende, certezze, monumenti che hanno tenuto in piedi la neve e il ghiaccio azzurri per tre lustri almeno, che se non chiudono qui carriere fenomenali, soltanto con tante incognite e un passo alla volta si avvicineranno alle Alpi francesi cui stasera è stato passato il testimone.
Pensando a quanto hanno dato questi nomi si prova un filo di nostalgia anticipata, all’idea di dover fare presto o tardi a meno del loro apporto ci si sente un filo persi come un Linus cui Snoopy abbia rubato la coperta.
Non è solo questione di ricambi generazionali e di cicli sportivi, né del cinico calcolo di medaglie sicure su cui non si potrà contare all’infinito per il forziere, è che ci si affeziona alle proprie leggende olimpiche. Si vorrebbe che non finissero mai.




