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Medici al lavoro con lampade d'emergenza nel’Hospital Docente Ginecobstétrico “Ramón Gonzáles Coro” di L’Avana
«Siamo noi a dover essere i massimi responsabili dei bambini» - dice la specialista in medicina generale e neonatologia Niurka Morán Obregón, e continua: «ogni volta che c’è una sospensione dell’energia elettrica, il generatore, che è già vecchio, comincia a funzionare non prima di dieci secondi; e questa lunga attesa ci spaventa, ci angustia, ci fa sentire impotenti».
Quando la dottoressa riesce a mandarci queste pochissime battute dall’Hospital Docente Ginecobstétrico “Ramón Gonzáles Coro” di L’Avana ha la voce avvilita e allarmata, e ci chiede scusa perché non può dedicarci altro tempo, vista la drammatica emergenza in cui si trova. Mentre ci risponde, una voce di neonato irrompe con tutta la sua voglia di vita attraverso il telefono.


Anche Diego, di cui non sveliamo il cognome per rispettare la privacy del suo dolore, dipende dal tic che segnala lo stop dell’energia elettrica. A lui quel tic interrompe la sua sessione di chemioterapia. «Tengo miedo», dice, e cioè “ho paura”. Sua madre Licet Rodríguez Alonso si introduce nella conversazione e dice: «Se non fa il trattamento in ospedale, non so come altro potrà continuare le sue cure, mio figlio. È da quelle cure dipende la sua vita. Io non ho più soluzioni, non ho come fare. E non so in che modo farlo sentire al sicuro».
Diego ha 19 anni e gli è stato diagnosticato un cancro quando ne aveva 15. In questo momento, sono sopraggiunte per lui delle complicazioni severe che richiedono cure tempestive che non può portare avanti in modo costante.
Quando la corrente se ne va, con lei vanno via tutte le speranze e le certezze. E se va via durante una operazione chirurgica, si opera anche con le torce del telefono. Queste sono solo alcune delle storie drammatiche che vive Cuba oggi.


Dopo sessant’anni di bloqueo económico approvato da John F. Kennedy sulla base delle restrizioni commerciali varate dal generale Eisenhower nel 1960, una misura devastante dichiarata illegale dalle Nazioni Unite già nel 1992, il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha deciso di inasprire in modo disumano delle sanzioni che hanno portato la piccola isola caraibica alla sopravvivenza nel corso di questi lunghi anni. Il presidente aveva già promesso, dopo l’attacco aereo su Caracas e il sequestro di Nicolás Maduro, che il suo prossimo obiettivo sarebbe stato Cuba insieme ad altri stati che apparentemente hanno fermato la sua furia.
I nuovi dazi imposti il 29 gennaio scorso vanno a colpire indirettamente l’isola perché in realtà ricadono sui paesi che decidono di avere a che fare economicamente con Cuba, inviando petrolio greggio o prodotti petroliferi, ferro, acciaio, alluminio, prodotti chimici, farmaceutici e semiconduttori.
L’ordine emanato dal governo statunitense conferma anche per il 2026 la presenza di Cuba nella lista degli stati terroristi, e questo comporta la richiesta di un visto specifico per entrare negli Stati Uniti se si è visitato il paese. Automaticamente, si scoraggia il turismo.
«La verità è che gli Stati Uniti ci stanno ammazzando lentamente, mentre su Gaza cadono bombe da ottant’anni, su Cuba è stato studiato e pianificato un sistema mortale che va avanti da sessant’anni. In un modo o nell’altro, ci hanno ammazzato mentalmente e anche fisicamente perché se ci ammaliamo non c’è altra via che la morte, allo stato attuale», ci dice una ex diplomatica che vive in capitale.
Il governo cubano ancora una volta si adatta per resistere al ricatto di Trump applicando un piano di emergenza che prevede il razionamento del combustibile destinato sia ai trasporti sia alla corrente elettrica. I provvedimenti interessano: la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado che garantiscono lezioni in DAD, degli uffici per tre giorni a settimana e delle aziende alle quali è stato chiesto di concentrare la produzione nel minor numero di giorni possibile per risparmiare, appunto, corrente e trasporti, quindi carburante.
La campagna "Let Cuba Breathe”, lanciata da AICEC, l’agenzia di interscambio culturale ed economico con Cuba – nata a Torino nel 2015 per collaborare con vari enti presenti sull’isola – ha l’obiettivo di dare voce al popolo cubano che per l’ennesima volta si trova a dover subire l’isolamento economico imposto dagli Stati Uniti d’America.


«Si tratta di una reiterata punizione collettiva, è uno strangolamento collettivo. Si sta cercando di piegare un intero popolo con un vero atto di terrorismo di stato e di genocidio lento e crudele», dice un portavoce di AICEC e aggiunge: «abbiamo messo su una campagna di comunicazione per cercare di far vedere quali sono le conseguenze, soprattutto nei posti in cui c’è più fragilità, delle ultime sanzioni Usa che si sono sommate a quelle già esistenti. Questo è solo l’inizio, anzi è la prosecuzione di uno strangolamento che c’è sempre stato. Abbiamo visitato i pazienti oncologici, abbiamo assistito agli interventi chirurgici per documentare l’assenza totale di risorse con cui stanno facendo i conti tutti nell’isola. Chi però ne paga le spese più grandi sono i bambini».
Let Cuba Breathe è una chiamata internazionale per gli operatori della comunicazione, per i giornalisti e per tutti coloro che vorranno unirsi e fare un appello collettivo al presidente Trump chiedendogli di “lasciare respirare Cuba”, che vuol dire anche riconoscere il diritto a un popolo di autodeterminarsi.







