Pesa le parole, Sergio Mattarella, il 17 ottobre, parlando di lavoro – tema che era già stato oggetto dell'incontro con Papa Leone –, in occasione della consegna delle Stelle al merito del lavoro per il 2025, fa in modo che calino in tutta la loro gravità sulle contraddizioni di una Repubblica che si definisce fin dal primo articolo della Costituzione fondata sul lavoro, ma che fatica enormemente ad assolvere il compito di adoperarsi per ridurre le diseguaglianze, che l’articolo 3 le assegna: «Il lavoro», che vive cambiamenti che devono essere governati, osserva Mattarella, «oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizione di farlo. L’unità del lavoro è stato uno dei fattori più possenti della crescita economica, sociale, civile del nostro Paese».

Ma è una unità che, nei cambiamenti accelerati dal Covid, rischia di disgregarsi in significative diseguaglianze. Anche nella struttura delle categorie salariali: «Che vede, nei cosiddetti piani alti dell’occupazione, lavoro prestigioso, appagante, ben remunerato e, nei cosiddetti piani bassi, forme di precarietà non desiderate, subite, talvolta oltre il limite dello sfruttamento».

Nel riconoscere che non ci sono ricette facili «per un mondo del lavoro che ovviamente è condizionato da mercati sempre più interdipendenti», ricorda il presidio dell’articolo 36 della Costituzione: «Una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa».

«È una questione», ribadisce il Presidente, «che non può essere elusa perché riguarda in particolare il futuro dei nostri giovani, troppi dei quali sono spinti all’emigrazione. Questa strada, spesso sofferta, viene prescelta, talvolta, per la difficoltà di trovare lavoro e, sovente, a causa del basso livello retributivo di primo ingresso nel mondo del lavoro».

Denuncia la crescita dei «Cosiddetti “contratti pirata” (…) firmati da rappresentanze sindacali e datoriali scarsamente rappresentative, con vere e proprie forme di dumping contrattuale che hanno l’effetto di ridurre i diritti e le tutele dei lavoratori, di abbassare i livelli salariali, di provocare concorrenza sleale fra imprese».

Tutti fattori che concorrono ad aumentare nelle imprese la forbice tra chi decide e chi lavora, argomento su cui Mattarella sceglie la via di una chiarezza tagliente: «Tante famiglie sono sospinte sotto la soglia di povertà nonostante il lavoro di almeno uno dei componenti, mentre invece super manager godono di remunerazioni centinaia, o persino migliaia di volte superiori a quelle di dipendenti delle imprese».

Mentre: «Sono le entrate fiscali dei dipendenti pubblici e privati, dei pensionati, a fornire allo Stato, attraverso le imposte, il maggior volume di risorse».

«Porre riparo», spiega, «non deve consistere nell’inseguire politiche assistenziali quanto, piuttosto, essere scelta di sviluppo».

Non nasconde, infine, la preoccupazione sottovalutata, dell’impatto di tutto questo sulla coesione sociale: «Sembra, talvolta, che non ci si renda appieno conto degli effetti negativi che possono derivarne nel tempo sulla serenità della vita sociale».