PHOTO
Il post gira su Facebook è la lettera aperta alla città di Vasto, da parte di un giovane cresciuto là che prova a immedesimarsi nei protagonisti della tragica vicenda che continua a dividere la città.
Italo sono io. E Fabio pure. Sono di Vasto. Ho vissuto in questa splendida cittadina i primi 18 anni della mia vita, quelli più importanti, quelli che hanno dato forma al mio carattere, alla persona che sono. Amo Vasto, le sue dolci colline, le sue spiagge deserte d’inverno, amo la sua identità, il sorriso del suo golfo, il profumo del brodetto. Per questo soffro nel vedere il suo nome sulle prime pagine dei giornali in questi giorni. Non voglio che sia ricordata per questa triste storia. Come Garlasco, Cogne, Erba, Tortona.
No, Vasto non sarà ricordata per una storia di vendetta, perché io so che è capace di perdono. A Vasto quelli della tua età più o meno li conosci tutti. A scuola, nella classe di fianco, sui campi di calcio o in piazza Rossetti. Fabio e Roberta avevano pochi anni meno di me. Amici di amici, quelli che conosci di vista, sai chi sono anche senza averci mai parlato. Abitavano a pochi metri da casa dei miei. Italo invece non sapevo chi fosse fino a qualche giorno fa. Troppo giovane per i miei giri.
Eppure vedo Italo e vedo Fabio ogni giorno. Allo specchio. Quando avevo 14 anni ebbi un incidente in motorino. Una bambina finì in ospedale. Non entro nei dettagli perché non mi piace ricordarlo, ma la colpa era mia. Ero il tipico bravo ragazzo che per fare il bullo davanti agli amici aveva fatto una sciocchezza. Ricordo come fosse oggi i divanetti beige della questura e la telefonata più difficile della mia vita “Buonasera signora sono il Commissario. Le passo suo figlio che deve dirle qualcosa”. Avevo fatto una sciocchezza, ma non volevo fare del male a nessuno. Per questo quando mia madre, alcuni giorni dopo, mi disse di andare a trovare la bambina per chiedere scusa alla famiglia, opposi resistenza. Avevo 14 anni, vinse lei. E imparai che il perdono è il balsamo più potente mai inventato. Ma se avessi avuto 20 anni forse avrebbe vinto il mio orgoglio. Per questo Italo sono io. Perché avrei potuto esserci io alla guida di quell’auto il 1 luglio. E credo di poter immaginare cosa significhi trovarsi improvvisamente sul banco degli imputati, senza aver mai voluto fare nulla di male. Ma sapendo di essere colpevole.
Sono io anche Fabio. Io che a 20 anni ho passato notti insonni per un amore finito troppo presto non so cosa avrei fatto al posto suo. Cosa deve essere perdere tutto all’improvviso, la donna che ami, un bambino in arrivo, i progetti sognati insieme. Crolla tutto e resta una vita che non vuoi più vivere senza di lei. Hai sbagliato, caro Fabio, questo lo sai. Ma io non me la sento di giudicarti, perché forse avrei sbagliato anch’io.
Adesso non rimane che il perdono, quello che è mancato in questa storia, dall’inizio. Perché la giustizia è importante, ma da sola non basta, non lenisce il dolore. Serve il perdono. Della famiglia di Italo, della sua fidanzata, dei suoi amici. Il perdono di questa città, che invece di dividersi e giudicare dovrebbe guardare se stessa e dire “Italo sono io. E pure Fabio”. Ma il primo a perdonare devi essere tu, Fabio. Perdonare te stesso. Solo Dio può darti la forza di farlo e solo Lui può darti la certezza di essere stato perdonato. Non abbandonarlo. Lui non lo farà





