La Commissione europea non darà seguito legislativo all’iniziativa dell’organizzazione abortista “My Voice, My Choice”, che ha raccolto oltre un milione di firme per chiedere un meccanismo di sostegno all’accesso all’aborto sicuro nell’Unione.

La decisione non nasce da valutazioni etiche, ma da un rilievo tecnico-giuridico: l’Unione ha competenze limitate in materia di salute pubblica. Nella comunicazione ufficiale, Bruxelles chiarisce che gli Stati membri possono già utilizzare strumenti esistenti per migliorare la parità di accesso ai servizi di interruzione di gravidanza sicuri. Non è dunque ritenuto necessario un nuovo atto normativo.

In particolare, viene indicata la possibilità di impiegare le risorse del Fondo sociale europeo plus (Fse+). Gli Stati che intendano farlo dovranno eventualmente modificare i propri programmi nazionali o regionali per includere esplicitamente questo tipo di azione tra le priorità finanziabili. La Commissione sposa in pieno la teoria della “riduzione del danno” in nome della quale – anziché mettere in campo iniziative per mettere le madri in condizioni economiche, fisiche e psicologiche di salvare la vita del proprio figlio – si praticano centinaia di migliaia di aborti in tutta Europa e snocciola i numeri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: ogni anno in Europa si registrano circa 483.000 aborti definiti “non sicuri”. Procedure che, sottolinea Bruxelles, «costituiscono un problema di salute pubblica, con possibili danni fisici e gravi ripercussioni psicologiche, fino al rischio per la vita delle donne».

“My Voice, My Choice” chiedeva la creazione di un meccanismo di solidarietà finanziaria per sostenere gli Stati in grado di praticare l’interruzione di gravidanza in sicurezza, nel rispetto delle normative nazionali, a favore delle donne che non hanno accesso a un aborto legale nel proprio Paese.

Il 17 dicembre 2025 il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza (358 sì, 202 no, 79 astensioni) una risoluzione – non vincolante – che invitava la Commissione a istituire uno strumento finanziario per rimborsare, con fondi Ue, le spese di viaggio e le procedure di aborto per le donne che si recano in Stati con normative più permissive.

Secondo i promotori, l’obiettivo è ridurre le disuguaglianze di accesso all’aborto sicuro tra Paesi membri. Secondo i critici, si tratterebbe di promuovere e rafforzare l’idea dell’aborto come “diritto” finanziato a livello europeo, oltrepassando i limiti di competenza fissati dai Trattati, in particolare dal Trattato sul funzionamento dell'Unione europea.

In questo contesto si inserisce la campagna lanciata il 10 febbraio dalla federazione europea One of Us, che riunisce 50 associazioni di 18 Paesi, tra cui il Movimento per la Vita Italiano. Lo slogan è netto: “No al turismo dell’aborto”.

La petizione – disponibile in 21 lingue – invita i cittadini a scrivere al Commissario del proprio Paese, alla Presidente della Commissione, al Commissario alla Salute, a quello per la Parità di genere e a quello per i Diritti sociali. L’obiettivo dichiarato è far giungere centinaia di migliaia di e-mail per chiedere che non vengano utilizzate risorse europee per finanziare trasferte legate all’interruzione volontaria di gravidanza.

A intervenire è anche Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita, che parla di un’iniziativa «avversa alle radici e all’anima dell’Europa, fondata sulla dignità umana e sui diritti dell’uomo».

Secondo Casini, la richiesta di finanziare e organizzare le trasferte per abortire in Paesi con legislazioni più permissive rappresenterebbe «una distorsione del principio di uguaglianza» e un uso improprio delle istituzioni europee per superare le scelte legislative dei singoli Stati. «Utilizzare l’Ue come mezzo per oltrepassare le disposizioni normative elaborate dai rappresentanti nazionali – sostiene – significa trasformare uno spazio di cooperazione in uno strumento di normalizzazione ideologica, fino a rendere i diritti dell’uomo armi contro i più deboli, i bambini non ancora nati».

Casini richiama anche il recente intervento di Papa Leone XIV, che il 9 gennaio ha espresso «profonda preoccupazione» per progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro”, ribadendo che le risorse pubbliche dovrebbero essere investite «nel sostegno alle madri e alle famiglie» e nella «protezione di ogni nascituro».

Il confronto resta aperto. La Commissione ha scelto di non creare nuovi strumenti giuridici, ma il dibattito politico e culturale sull’aborto e sul ruolo dell’Unione europea è tutt’altro che chiuso.