Nel solo nord della Valle del Giordano almeno 38 comunità palestinesi dedite alla pastorizia – circa 7 mila persone – sono oggi minacciate di sfollamento. La comunità di Makhoul, un tempo abitata da decine di famiglie, è stata ridotta a quattro nuclei fra demolizioni, intimidazioni, attacchi incendiari, veicoli lanciati contro le greggi. A Ein al Hilweh le forze israeliane hanno demolito tutte le strutture, lasciando la comunità di pastori senza tetto. Sono sono alcuni dei casi drammatici riportati nel recente rapporto di Amnesty international Cancellare ogni traccia palestinese: la pulizia etnica israeliana delle comunità di beduini e pastori della Cisgiordania. Ne parliamo con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

(Da S) Riccardo Noury, Marco Petroni, durante la consegna simbolica di COOP e Amnesty International Italia all’Ambasciata dell’Iran di oltre 115.000 cartoline raccolte tra soci, dipendenti, cittadini a sostegno degli uomini e delle donne che in Iran combattono per la liberta’, Roma 22 giugno 2023. ANSA/FABIO FRUSTACI.
(Da S) Riccardo Noury, Marco Petroni, durante la consegna simbolica di COOP e Amnesty International Italia all’Ambasciata dell’Iran di oltre 115.000 cartoline raccolte tra soci, dipendenti, cittadini a sostegno degli uomini e delle donne che in Iran combattono per la liberta’, Roma 22 giugno 2023. ANSA/FABIO FRUSTACI.
Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia (ANSA)

Noury, cosa emerge dal Rapporto?
«La campagna di pulizia etnica di Israele non è il prodotto di coloni "estremisti" o di ministri del governo, bensì una politica statale. Attraverso il crimine del trasferimento forzato, ovvero la pulizia etnica, il governo Netanyahu intende svuotare la Cisgiordania occupata, e in particolare l’area C, per poi annetterla».
La situazione peggiora sempre più, quali fattori pesano maggiormente?
«L’apartheid e occupazione illegale vanno avanti da decenni. A inasprire la situazione è stata l’entrata in servizio del governo Netanyahu nel 2022. La coalizione con i partiti Potere ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich ha fatto sì che il governo puntasse fortemente all'estensione e dell'annessione formale di altre aree della Cisgiordania occupata, oltre a Gerusalemme Est: l’obiettivo politico è esplicito. A produrre poi un’accelerazione della violenza sono stati i crimini commessi da Hamas del 2023. Risultato, il progressivo riarmo ha superato di 15 volte i volumi pre 7 ottobre. E non possiamo dimenticare una serie di politiche volte all’acquisizione delle terre: oggi più del 50% delle aree C è di proprietà statale».
Quali sono le misure messe in atto dal governo Israeliano per portare avanti la pulizia etnica?
«Le autorità israeliane accelerano le appropriazioni di terre con intimidazioni, facilitano l'espansione degli insediamenti e consentono la moltiplicazione degli avamposti, aumentando i finanziamenti e le infrastrutture per gli insediamenti nell’Area C. Un’ulteriore strategia sta nel designare intere aree “zone militari chiuse”, riserve naturali o siti archeologici. In questa maniera le autorità israeliane impediscono la possibilità di vivere su quei terreni».
Nella pratica cosa succede?
«Irruzioni, molestie, vandalismo contro abitazioni, veicoli, tende, scuole, attrezzi agricoli e trattori. Distruzione di cisterne d’acqua, pannelli solari e scorte alimentari, incendi di tende e abitazioni... Le terre vengono requisite, così come i mezzi di sostentamento. Migliaia di palestinesi, soprattutto pastori e beduini, vengono allontanati con la violenza. Gli insediamenti dei coloni, che inizialmente si configurano come avamposti, vengono provvisti dei servizi, dall’acqua all’elettricità fino alle strade. I coloni ricevono incentivi economici per trasferircisi. Tra gennaio 2023 e aprile 2026, circa 5.910 palestinesi appartenenti a 117 comunità palestinesi, prevalentemente beduine e di pastori, sono stati sfollati forzatamente. I coloni sono stati armati, finanziati, incoraggiati e protetti dalla responsabilità dallo Stato israeliano».
Una situazione gravissima di violenza e totale ingiustizia.
«Non c’è alcuna giustizia. Fra i tanti casi ricordo il villaggio di Zanuta, nella Cisgiordania occupata, dove le comunità beduine palestinesi vivevano da generazioni: oggi Zanuta viene divorata dagli avamposti e dagli insediamenti israeliani. Eppure non ci sono mai indagini sulle violenze perpetrate dai coloni: nonostante un'abbondante disponibilità di video pubblicamente accessibili e testimonianze di vittime e testimoni oculari, le forze dell'ordine israeliane hanno sistematicamente omesso di indagare e di far sì che i responsabili delle violenze fossero chiamati a risponderne».
La comunità internazionale sembra muta. Quale il vostro appello?
«Nei mesi scorsi milioni di persone sono scese in piazza per Gaza, un gesto importante per fare pressione alla politica. Abbandoniamo la narrazione per cui la responsabilità dei crimini è attribuibile solo alcuni esponenti, mentre sono dell’intero governo israeliano».
Nella Ricerca formulate alcune raccomandazioni per gli Stati. Come si potrebbe intervenire?
«Gli Stati devono imporre sanzioni mirate agli alti funzionari israeliani maggiormente implicati nella pulizia etnica e vietare commercio, investimenti, trasferimenti di armi e attività che contribuiscono all'occupazione illegale israeliana. L'Unione europea deve accelerare la sospensione del suo accordo di associazione con Israele: la clausola del rispetto dei diritti umani, contenuta nell’articolo 2, è violata fin dalla firma dell’accorso, nel 2000. Poi c’è la proposta di Legge per introdurre in Italia il divieto di importazione di beni e di fornitura di servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati. Bisogna andare avanti».