È una sentenza che chiude un capitolo buio della storia recente della Corea del Sud e, al tempo stesso, ne apre uno di riflessione per tutto il mondo democratico. Il 19 febbraio, il tribunale di Seul ha condannato all'ergastolo Yoon Suk-yeol, ex presidente della Repubblica, ritenuto colpevole di aver guidato un'insurrezione armata e di abuso di autorità. La procura aveva addirittura chiesto la pena di morte. Con lui è stato condannato anche l'ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun, accusato di aver collaborato all'organizzazione del golpe: per lui, trent'anni di carcere.

La storia di Yoon è, in un certo senso, la storia di un uomo che ha perso il contatto con la realtà. E la causa, almeno in parte, è da ricercare in un fenomeno che dovrebbe farci riflettere tutti: la radicalizzazione attraverso i canali YouTube di estrema destra.

Tutto era iniziato in una notte di dicembre, quando i sudcoreani furono svegliati da un annuncio televisivo del loro presidente. Yoon Suk-yeol, in carica dal 2022, dichiarava lo stato di emergenza e imponeva la legge marziale, una misura che non veniva adottata nel paese da oltre quarant'anni. Con tono solenne, accusava l'opposizione di essere infiltrata da "forze comuniste filo-nordcoreane" e annunciava che l'esercito avrebbe preso il controllo del paese. Nelle stesse ore, un gruppo di forze speciali faceva irruzione nella sede della Commissione elettorale nazionale, l'ente che gestisce le elezioni. I soldati scattarono alcune fotografie e se ne andarono, senza trovare nulla. Era il segnale più evidente dell'assurdità di quanto stava accadendo: un raid militare basato sul nulla, ordinato da un presidente convinto da teorie del complotto che non avevano alcun fondamento.

Il parlamento reagì con una rapidità sorprendente. Nel giro di poche ore, tutte le forze politiche, compreso il partito dello stesso Yoon, votarono compatte per annullare la legge marziale. L'avventura autoritaria si concluse prima dell'alba. Ma il danno era fatto: la Corea del Sud aveva vissuto la notte più lunga della sua democrazia moderna.

Il processo e la condanna

Nei mesi successivi Yoon fu rimosso dalla carica attraverso la procedura di impeachment parlamentare, poi confermata dalla Corte costituzionale. A gennaio 2025, dopo aver tentato di resistere all'arresto barricandosi nella residenza presidenziale, fu infine detenuto. Già in un primo processo era stato condannato a cinque anni per aver ostacolato le forze dell'ordine e per aver redatto un documento falso che attribuiva al primo ministro e al ministro della Difesa l'approvazione della legge marziale, documento che aveva poi distrutto.

Il processo principale, quello conclusosi il 19 febbraio 2026, lo ha visto rispondere dell'accusa più grave: aver guidato un'insurrezione contro lo Stato. Il tribunale lo ha ritenuto colpevole, comminandogli la pena dell'ergastolo. Yoon ha sempre sostenuto di aver agito per difendere la democrazia dall'ostruzionismo dell'opposizione. Una difesa che i giudici non hanno ritenuto credibile.

Yoon Suk-yeol

Il ruolo degli YouTuber di estrema destra

Ma come si arriva a tanto? Come può un presidente della Repubblica, un ex procuratore, un uomo che ha studiato il diritto per decenni, convincersi di dover inviare i militari contro il parlamento del suo stesso paese? Una risposta, parziale ma significativa, viene dal modo in cui Yoon si era informato negli ultimi anni. Secondo ricostruzioni dei principali media coreani, riprese anche da analisti internazionali, Yoon era diventato un consumatore abituale di canali YouTube di estrema destra, la cui influenza sulla politica coreana è cresciuta enormemente nell'ultimo decennio.

In Corea del Sud YouTube è diventato, per una fetta consistente della popolazione, la principale fonte di informazione, soppiantando i media tradizionali. Il 54 per cento dei sudcoreani dichiara di informarsi sulla piattaforma, e per il 70 per cento dei partecipanti ai raduni conservatori YouTube è addirittura la fonte primaria di notizie. In questo ecosistema, una galassia di influencer di estrema destra, alcuni con oltre un milione di iscritti, ha prosperato diffondendo teorie del complotto, notizie false e retorica incendiaria.

Uno dei canali più emblematici si chiama "La mano di Dio": nei mesi precedenti la legge marziale aveva pubblicato video in cui si chiedeva esplicitamente al presidente di proclamarla. Un altro influencer, Ko Sung-kook, titolare del canale Kosungkook TV con oltre un milione di follower, aveva costruito la sua fortuna sulla denuncia di fantomatiche frodi elettorali, tesi smentite da tutti i tribunali coreani, e sulla narrazione di una cospirazione filo-nordcoreana all'interno delle istituzioni.

Questi canali si erano concentrati in particolare sulla Commissione elettorale nazionale, dipingendola come il centro operativo di un sistema di brogli alle elezioni parlamentari del 2024, che Yoon aveva perso in maniera netta. Ebbene, è esattamente questa teoria del complotto che sembra aver convinto il presidente a ordinare il raid delle forze speciali contro la Commissione. Un raid, lo ricordiamo, che non trovò assolutamente nulla.

Il quotidiano JoongAng Ilbo aveva descritto Yoon come "dipendente da YouTube". Il suo stesso ministro dell'Unificazione, Kim Yung-ho, prima di essere nominato aveva pubblicato oltre 5.400 video sulla piattaforma, molti dei quali contenenti disinformazione sulla Corea del Nord. Il governo di Yoon, in altri termini, aveva assorbito la visione del mondo della blogosfera complottista e l'aveva tradotta in politica di Stato.

Una lezione per tutti

Sarebbe comodo liquidare questa storia come una vicenda lontana, tipica di culture diverse dalla nostra. Sarebbe un errore. Il meccanismo che ha portato Yoon a credere nelle teorie del complotto degli YouTuber è lo stesso che agisce nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità. I canali di disinformazione funzionano perché fanno leva su emozioni reali: la paura, il senso di ingiustizia, la diffidenza verso le istituzioni. Propongono spiegazioni semplici a problemi complessi. Creano un senso di appartenenza, una comunità di "illuminati" che vedono ciò che gli altri non vedono. E gradualmente, attraverso l'algoritmo che premia i contenuti più estremi e sensazionali, portano chi li guarda verso posizioni sempre più radicali.

Non è un problema di intelligenza o di istruzione: Yoon era un giurista di professione. È un problema di vulnerabilità umana alla bolla informativa che ci restituisce sempre e solo ciò che vogliamo sentire, amplificato e distorto. Siamo chiamati a educarci e a educare i nostri figli a un uso critico dei mezzi di comunicazione, riconoscendo che nessun algoritmo è neutro e che la facilità con cui scorrono le notizie sui nostri schermi non è una garanzia di verità.

La Corea del Sud ha saputo reagire: il suo parlamento, quella notte di dicembre, ha resistito. La sua magistratura ha fatto il suo corso. La democrazia ha tenuto. Ma il prezzo pagato, in termini di instabilità, di paura, di fiducia perduta nelle istituzioni, è stato altissimo. E il seme avvelenato della disinformazione continua a germogliare, in Corea come altrove. La condanna di Yoon Suk-yeol all'ergastolo è giustizia. Ma la vera domanda che questa storia ci lascia non riguarda lui: riguarda noi, e il modo in cui scegliamo di informarci ogni giorno.