Ci sono carriere che finiscono per un errore. E ce ne sono altre che resistono a tutto: alle contestazioni, alle sfiducie, perfino al buon senso. Quella di Paolo Petrecca sembrava appartenere alla seconda categoria. E invece no.

Il direttore di Rai Sport ha annunciato le sue dimissioni. Resterà fino alla fine delle Olimpiadi (l’onore delle armi), poi passerà il testimone – provvisoriamente – al vice Marco Lollobrigida. Sipario. Con una certa compostezza istituzionale, come sempre accade quando le cose sono già state decise altrove.

Ma la storia non comincia con la telecronaca della cerimonia di apertura dei Giochi di Milano-Cortina del 7 febbraio. Quella è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo. Il mandato di Petrecca era stato accompagnato da due sonore sfiducie della redazione. Due. Non brusii di corridoio, ma voti formali. La redazione aveva respinto il suo piano editoriale e gli aveva negato la fiducia. In qualsiasi redazione del mondo civile, sarebbe bastato questo. Celeberrima il titolo di assoluzione di Delmastro per il caso Cospito, trasmesso per ore a caratteri cubitali, mentre era solo la richiesta del pm. Infatti a sera il sottosegretario finì condannato e la notizia relegata in fondo.

Poi è arrivata la famosa conduzione olimpica. Non mi soffermo sulle gaffe – che pure non sono mancate come lo scambio della vicepresidente del Cio con la figlia di Mattarella – né sull’improvvisazione e la sciatteria. Quello che colpiva era altro: la povertà del linguaggio. Una manciata di aggettivi ripetuti, un lessico scarno, un registro piatto. Davanti a nove milioni e mezzo di spettatori che pagano il canone. Il servizio pubblico non è un dopolavoro aziendale. È una responsabilità.

A quel punto la protesta è diventata nazionale. Lo sciopero delle firme, l’adesione massiccia, la solidarietà dell’Usigrai. La redazione di Rai Sport aveva già avviato le procedure per tre giorni di sciopero alla fine dei Giochi. Il clima era quello delle grandi crisi interne: non una guerra ideologica, ma una questione di dignità professionale.

L’annuncio della Rai è stato laconico. Petrecca resterà fino alla fine delle Olimpiadi, come da contratto. Poi si vedrà. Nessuna destinazione indicata. Un modo elegante per chiudere senza strappi.

Qualcuno dirà che è la solita lottizzazione. Che si tratta di equilibri politici, di appartenenze, di correnti. Petrecca è stato definito “meloniano”, e tanto basta per infilare la vicenda nel solito schema. Ma stavolta la spiegazione è più semplice, e più rassicurante.

Il caso Petrecca, l’inamovibile giornalista meloniano che inamovibile non è stato, dimostra che la lottizzazione non è tutto in Rai e che, alla fine, prevale il buon senso. Rimanere sulla tolda di comando dopo due sfiducie e dopo una figuraccia pubblica sarebbe stato un precedente pericoloso. Non per lui. Per l’istituzione.

La Rai ha molti difetti. È sempre stata terreno di spartizioni e di equilibri. Ma è anche una macchina che, quando la pressione interna diventa insostenibile, sa ancora correggersi. Non per eroismo, forse solo per necessità. Ma intanto si è corretta.

Ed è già qualcosa. Quanto a Petrecca, che nel privato è persona assai frequentabile e gentile, al di là della vicenda politica, auguro di dare prova della sua professionalità in altre sedi e in nuovi incarichi professionali, che non mancheranno e di far sua una frase di Saul Bellow: «Mi vendicherò di loro facendo progressi».

ps. su Instagram, Paolo Petrecca richiama il passo 26,20-29 del Vangelo di Matteo, nel quale Gesù annuncia il tradimento di Giuda durante l'Ultima cena. Un post di cattivo gusto.