C'è un punto, in ogni epidemia, in cui i numeri smettono di essere statistica e diventano geografia umana: un ospedale che passava cinquecento pazienti al mese e oggi ne vede quasi nessuno, non perché la malattia sia arretrata, ma perché la paura ha vinto sulla cura. È accaduto a Bunia, capoluogo dell'Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, dove da mesi si combatte contro il virus Ebola nella sua variante Bundibugyo. Il rappresentante dell'Unicef nel Paese, John Agbor, lo ha raccontato con la sobrietà di chi misura ogni giorno la distanza fra i protocolli sanitari e la vita reale delle famiglie: un medico gli ha riferito che la sua struttura, prima dell'epidemia, curava cinquecento persone al mese. Ora quasi zero.

Al 2 agosto 2026 l'Unicef contava 743 casi confermati tra i bambini, da zero a diciassette anni, e 330 decessi nella stessa fascia d'età. Numeri che l'agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia definisce senza perifrasi: la peggiore epidemia di Ebola mai registrata nel Paese, quella con la crescita più rapida mai documentata. I bambini rappresentano quasi un caso su quattro tra quelli confermati, ma quasi un decesso su tre: sotto i cinque anni la mortalità supera il 60 per cento dei casi confermati, contro meno del 30 per cento fra gli adulti. È la sproporzione più crudele di ogni epidemia: colpisce chi ha meno difese, biologiche e sociali insieme.

Ma il dato che più racconta la profondità della crisi non riguarda direttamente il virus. Riguarda tutto ciò che il virus, indirettamente, sta spegnendo. Fra aprile e giugno 2026 l'accesso ai servizi sanitari essenziali è crollato del 42 per cento nei focolai principali di Bunia, Mongbwalu, Nizi e Rwampara; a livello dell'intera provincia dell'Ituri il calo è stato del 13 per cento, un dato che nello stesso periodo del 2025 semplicemente non esisteva. Le vaccinazioni pediatriche di routine sono diminuite di oltre la metà nelle zone più colpite, con un tracollo del 69 per cento per la prima dose contro il morbillo proprio a Mongbwalu, l'epicentro dell'epidemia. Tra maggio e giugno sono state somministrate oltre 23 mila dosi di vaccino in meno rispetto ad aprile. I parti assistiti in struttura sono calati del 13 per cento nell'intera provincia, ma con punte drammatiche: meno 38 per cento a Bunia, meno 30 a Rwampara, meno 70 a Nizi. È l'altra epidemia, quella secondaria e silenziosa, che si annida dentro la prima: la sfiducia, il terrore del contagio negli ospedali, l'abbandono delle cure di routine che uccide quanto e talvolta più della malattia che le ha messe in fuga.

Cinquant'anni di convivenza con un nemico invisibile

Per comprendere come si sia arrivati fin qui bisogna riavvolgere il nastro. L'allarme nasce ufficialmente il 15 maggio 2026, quando le autorità sanitarie congolesi dichiarano l'epidemia nella zona sanitaria di Mongbwalu, provincia dell'Ituri. È la diciassettesima epidemia di Ebola nella storia della Repubblica Democratica del Congo, un Paese che con quel virus convive da mezzo secolo: fu proprio nei pressi del fiume Ebola, nell'allora Zaire, che nel 1976 la malattia fu identificata per la prima volta al mondo, in un focolaio quasi contemporaneo a quello del Sudan. Da allora il Congo ha attraversato epidemie ricorrenti, alcune contenute in poche settimane, altre devastanti: quella del 2018-2020 nel Nord Kivu, la seconda più grande mai registrata sul pianeta dopo l'epidemia dell'Africa occidentale del 2014-2016, si consumò per due anni in una regione già dilaniata da conflitti armati, lasciando sul terreno oltre 2.200 morti.

Questa volta il ceppo è diverso: Bundibugyo, individuato circa vent'anni fa nell'omonimo distretto ugandese, storicamente meno letale del più aggressivo ceppo Zaire, che in passate epidemie ha superato il 70-90 per cento di mortalità. Ma “meno letale” è un aggettivo che si scioglie di fronte ai numeri di questi mesi: il tasso di letalità di questa epidemia oscilla, secondo le rilevazioni più recenti dell'Organizzazione mondiale della sanità, intorno al 44 per cento, ai limiti superiori di quanto la letteratura scientifica attribuisce a questo ceppo. Il 17 maggio l'Oms classifica l'epidemia come emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, rischio “alto” per l'Africa subsahariana, “basso” su scala globale: una formula burocratica che, tradotta, significa che al mondo ricco, con ogni probabilità, non arriverà.

La curva che rincorre se stessa

La progressione dei contagi ha la ferocia di una curva esponenziale mai vista prima in Congo. A metà giugno si contano 808 casi e 192 morti. A fine luglio, in appena un mese e mezzo, si arriva a 2.267 casi confermati e 893 decessi, con l'Ituri che concentra da solo quasi il 90 per cento dei contagi e oltre l'83 per cento dei morti. Il 30 luglio l'asticella sale ancora: 3.605 casi, 1.587 decessi, tasso di letalità al 44 per cento; nella sola trentesima settimana epidemiologica si registrano 567 nuovi casi e 296 morti, i numeri settimanali più alti dall'inizio dell'epidemia. Il 4 agosto il conteggio ufficiale tocca 3.973 casi confermati, 1.801 decessi, 776 guarigioni, in 51 zone sanitarie distribuite su cinque province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé e Tshopo. In appena ventiquattro ore, fra il 3 e il 4 agosto, si erano aggiunti altri 99 casi e 52 morti.

Ogni tappa di questa progressione porta con sé una motivazione precisa, quasi mai isolata. C'è l'insicurezza: l'Ituri è una delle regioni più segnate dai conflitti interetnici degli ultimi decenni, fra le comunità Hema e Lendu, e oggi convive con l'avanzata del Movimento del 23 marzo, che controlla Goma, nel Nord Kivu, dove un caso di Ebola è stato confermato già a maggio dopo il viaggio di una donna infetta partita proprio dall'Ituri. C'è la mobilità forzata: decine di migliaia di sfollati, minatori itineranti che si spostano da un giacimento all'altro rendendo quasi impossibile il tracciamento dei contatti, solo il 75 per cento dei contatti delle persone infette viene attualmente seguito dalle autorità sanitarie, contro un obiettivo del 95 per cento necessario per spezzare rapidamente le catene di trasmissione. Il virus è comparso in almeno cinque dei sessantanove campi per sfollati dell'Ituri censiti dall'Unhcr. E c'è la saturazione delle strutture: al 4 agosto risultavano 674 persone ricoverate, con i centri di trattamento del Nord Kivu arrivati al 139 per cento della capacità disponibile.

Una risposta che rincorre, non precede

Di fronte a questa accelerazione, la risposta internazionale non è mancata, ma rincorre l'epidemia più che precederla. Dopo una missione condotta il 4 e 5 agosto tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo, i vertici dell'Oms e di Africa Cdc hanno chiesto un rafforzamento urgente delle misure di contenimento: diagnosi più rapide, tracciamento dei contatti, nuovi posti letto, più ambulanze, più laboratori, più sostegno agli operatori sanitari. L'Unicef, in stretta collaborazione con il Ministero della Salute congolese, l'Oms e l'Africa Cdc, ha formato e mobilitato circa 13 mila operatori comunitari, raggiungendo oltre 2,4 milioni di persone con informazioni su prevenzione e diagnosi precoce, ed effettuato più di 505 mila visite domiciliari per ricostruire un rapporto di fiducia logorato da decenni di violenza e abbandono istituzionale. Sono stati forniti materiali per la prevenzione delle infezioni a otto centri di cura, attrezzate 45 strutture sanitarie con kit igienico-sanitari, mantenute le catene di approvvigionamento di farmaci essenziali. Il sostegno psicosociale ha raggiunto oltre 21 mila persone, tra cui 5.100 bambini. Ma restano in fase di studio, non ancora approvati, gli antivirali e gli anticorpi monoclonali specifici contro il ceppo Bundibugyo: la cura, quando arriverà, arriverà dopo.

L'indifferenza come scelta

Ed è qui che il racconto smette di essere solo cronaca sanitaria e diventa, inevitabilmente, una domanda sulla nostra coscienza collettiva. Perché questa storia, quasi quattromila casi confermati, oltre milleottocento morti, settecentoquaranta bambini contagiati, trecentotrenta bambini uccisi, un sistema sanitario che collassa mentre la fiducia della gente si dissolve, non ha mai davvero varcato la soglia dell'attenzione pubblica occidentale. Nessuna prima pagina prolungata, nessun dibattito nei talk show, nessuna mobilitazione paragonabile a quella che accompagnò, appena qualche anno fa, epidemie ben meno letali ma percepite come minacce dirette al nostro perimetro di sicurezza. La ragione, spogliata di ipocrisie, è semplice e antica: temiamo ciò che può arrivare fin qui, non ciò che devasta altrove. L'Ebola del 2014-2016 in Africa occidentale conquistò le cronache mondiali quando un caso comparve negli Stati Uniti; questa, finché resterà confinata all'Ituri e al Kivu, continuerà a essere trattata come una notizia di servizio, un trafiletto fra le agenzie, un allarme lanciato e subito dimenticato.

C'è una geografia morale, prima ancora che sanitaria, in questa indifferenza: riguarda una regione che l'opinione pubblica globale associa quasi soltanto ai minerali che alimentano i nostri telefoni e le nostre auto elettriche, il coltan e il cobalto che escono da quelle stesse miniere intorno a cui oggi si muovono, ignari e disperati, i lavoratori itineranti che rendono impossibile tracciare i contagi. Un cortocircuito che dovrebbe farci vergognare: prendiamo dal Congo ciò che serve alla nostra modernità e restituiamo, in cambio, distrazione. Eppure ogni bambino di Mongbwalu che muore prima dei cinque anni, ogni madre che rinuncia al parto in ospedale per paura di contrarre un virus fra le mura che dovrebbero salvarla, ci riguarda esattamente come riguarderebbe qualunque famiglia europea. Non per un afflato genericamente umanitario, ma perché il virus non conosce confini quando le condizioni glielo permettono, e perché la dignità di un bambino congolese non vale, semplicemente, meno di quella di un bambino italiano. Continuare a guardare altrove, oggi, non è distrazione: è una scelta.