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C’è un silenzio metallico che avvolge l’alba di Brasilia all'indomani del 4 ottobre. Le urne elettroniche, fredde custodi del destino di duecentotredici milioni di anime, hanno emesso il loro verdetto imperfetto: nessuno ha vinto, nessuno ha perso, tutto è rimandato.
Il Brasile, gigante dalle vene aperte e dalle mille contraddizioni, si riscopre spaccato esattamente a metà, lungo una faglia invisibile che separa le metropoli del Sud dal profondo Nordest. Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si ritroveranno di fronte il prossimo 25 ottobre, in un ballottaggio che ha già il sapore aspro del giudizio universale per l'America Latina.


I numeri, nella loro gelida sintesi, raccontano un Paese stanco ma ferocemente mobilitato. Nessuno dei due candidati ha superato la fatidica soglia del 50 per cento, ma la sorpresa, o forse la conferma di una corrente sotterranea mai davvero esaurita, è la tenuta, anzi, il lieve vantaggio di Flávio Bolsonaro.
Il figlio dell’ex presidente, raccogliendo il testimone di una destra che ha saputo riorganizzarsi e mutare pelle, ha dimostrato che il "bolsonarismo" non era una parentesi legata unicamente al carisma ruvido del padre, ma un sistema di valori, paure e speranze ormai radicato nel ventre profondo del Paese.


Le due nazioni allo specchio
Osservare questo Brasile significa guardare dentro un caleidoscopio dove convivono secoli diversi. Da una parte c'è il Paese che si stringe attorno a Lula: è il Brasile della memoria sindacale, dei movimenti per i diritti, delle periferie e dell'Amazzonia, che vede nell'anziano leader l'ultimo argine a difesa delle istituzioni e dell'equilibrio sociale. Lula, appesantito dagli anni ma animato da una tenacia antica, ha condotto una campagna parlando di giustizia sociale e di un ritorno all'armonia, richiamando quella dottrina della solidarietà tanto cara alla dottrina sociale della Chiesa.


Dall’altra parte c’è il Brasile di Flávio Bolsonaro. Un Brasile rurale e imprenditoriale, che mescola il liberismo economico con un conservatorismo etico militante. Il senatore e "figlio d'arte" è riuscito a intercettare il malessere della classe media e ha consolidato l'alleanza con le potenti chiese neopentecostali. La sua non è stata la campagna incendiaria del padre; ha limato gli spigoli, ha indossato abiti istituzionali, ma ha mantenuto intatta la narrazione di una "crociata" per la famiglia e per l'ordine, utilizzando codici simbolici e religiosi che risuonano potenti nelle megalopoli e nell'agrobusiness dell'interno.


Tre settimane per l'anima di un Continente
Da oggi al 25 ottobre, il Brasile vivrà venti giorni di passione. Sarà una guerra di trincea per conquistare il centro, per convincere gli astenuti, per limare i decimali che decideranno il futuro di Planalto. È una sfida all'ultimo voto in cui le piazze si misureranno con i social network, e dove il fantasma della delegittimazione democratica, l'ombra lunga dei disordini del 2023, aleggia ancora come una ferita non rimarginata.
Ma ciò che si respira, camminando tra la folla di San Paolo o lungo le spiagge di Rio, non è solo l'ansia per un'elezione politica. È il senso di vertigine di un Paese che deve decidere quale identità assumere nel ventunesimo secolo. Da un lato la promessa di protezione sociale e la sacralità delle istituzioni democratiche; dall'altro la richiesta di ordine, sicurezza e una visione del mondo fortemente radicata in un populismo religioso e nazionalista di respiro globale.
Il Brasile ha trattenuto il respiro il 4 ottobre, ma non ha ancora espirato. Il 25 ottobre non si sceglierà solo un Presidente. Si deciderà quale volto, quale anima, l'ottava economia del pianeta vorrà mostrare a sé stessa e al resto del mondo. E fino a quel giorno, in questa terra di mezzo, tutto resta possibile.











