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Prima il boato. Poi la polvere, che sale per decine di metri e nasconde la parete, e dopo ancora quel silenzio che in montagna pesa più di qualsiasi rumore. È domenica 4 ottobre, primo pomeriggio, sopra Cortina d'Ampezzo.
Sulla normale della Tofana di Rozes l'elicottero del Suem di Pieve di Cadore sta ultimando un recupero come ce ne sono tanti: un tecnico di elisoccorso, calato con un verricello di dieci metri, issa a bordo un'escursionista di 52 anni di Limana, nel Bellunese, che si è storta un ginocchio. Una storia piccola, di quelle che si esauriscono in poche righe di cronaca.


Ed è proprio in quel momento che dalle pareti nord della Tofana di Dentro si stacca la frana. Di dimensioni enormi, e con ogni probabilità riversata nella Val Travenanzes, una valle attraversata da sentieri. L'eliambulanza porta l'infortunata al Codivilla, poi torna in quota con due soccorritori della Guardia di finanza di Cortina per un sorvolo: non riesce ad avvicinarsi, perché la polvere sospesa nell'aria è troppa e non si dirada. Le prime notizie dicono che nessuno sia stato coinvolto, e toccherà alle verifiche sul posto confermarlo. Resta un'immagine che vale più di un comunicato: l'elicottero fermo davanti a una montagna che crolla, costretto a guardare da lontano.
Le Tofane, otto mesi dopo le Olimpiadi
Sono le stesse Tofane che a febbraio facevano da fondale alle gare femminili di sci alpino dei Giochi di Milano-Cortina, la cartolina che il mondo ha guardato in diretta: roccia chiara, guglie, la Regina delle Dolomiti in versione olimpica. Otto mesi dopo, quella cartolina mostra un'altra faccia. E sarebbe un errore raccontarla come un incidente isolato. Il 23 luglio un'altra frana si era staccata dal Monte Pelmo, sul territorio di Borca di Cadore: anche allora il boato e la nube di polvere alta nel cielo, anche allora, per fortuna, nessuna persona coinvolta. Il Soccorso alpino aveva ricordato che nelle settimane precedenti erano state segnalate altre scariche di materiale e aveva raccomandato di non passare sotto la parete.
Boato, polvere, elicottero, invito alla prudenza: la liturgia di queste cronache è ormai così familiare che rischiamo di leggerla come routine. È il primo segno che qualcosa è cambiato. Eventi di questo genere un tempo segnavano la memoria di un'intera valle; oggi rischiano di scorrere accanto alle altre notizie, tra un recupero e un bollettino meteo.
Il Cervino spogliato
Se le Dolomiti crollano, la Gran Becca si è spogliata. Nell'estate che sta finendo il Cervino è comparso più volte nelle pagine dei giornali, ma non per le imprese di qualcuno: a fare notizia è stato lo stato della montagna. Frane e colate detritiche hanno spinto prima le guide svizzere e poi quelle italiane a sospendere le salite.
Dal 5 agosto la Società Guide Alpine del Cervino ha sconsigliato la via normale italiana, quella lungo la cresta sud-ovest sopra Breuil-Cervinia, per dichiararla di nuovo accettabile dal 29 agosto. Poi, il 29 settembre, un nuovo crollo ha peggiorato la situazione, in particolare sul tratto del Lenzuolo, e le guide, che accompagnano alpinisti da oltre centocinquant'anni, hanno diffuso un avviso in più lingue: la Via Italiana è sconsigliata, la situazione è in continua evoluzione, non sottovalutate i rischi.


Pochi giorni prima di quell'avviso, i quotidiani nazionali avevano portato in prima pagina due fotografie della vetta, una di settembre dell'anno scorso e una dello stesso mese di quest'anno.
Quattromilaquattrocentosettantotto metri di roccia scoperta, senza neve. Il confronto era ed è impietoso, e nei mesi scorsi lassù era comparsa persino acqua che scorreva in cascata. Non è più l'impresa degli alpinisti a fare notizia, ma la salute della montagna stessa.
Quattro generazioni sotto la stessa montagna
Chi vive ai piedi di quella montagna da sempre l'ha vista cambiare con gli occhi di famiglia. Hervé Barmasse, valdostano di Valtournenche, classe 1977, è la quarta generazione di guide alpine del Cervino: il bisnonno Michel era già attivo sulla vetta nel 1908, poi sono venuti il nonno Gino e il padre Marco, che nel 1983 aprì la Via Direttissima. A lui si è rivolta L'AltraMontagna, il giornale di montagna di ilDolomiti.it, con un'intervista di Samuele Doria uscita il 2 ottobre, che porta nel titolo la frase giusta, quella che dovrebbe farci alzare lo sguardo: «Scalarlo in maglietta e pantaloncini potrebbe essere sempre meno eccezionale. Spero di sbagliarmi».


Barmasse non parla da catastrofista. Racconta un Cervino secco, spoglio come non lo avevamo mai osservato, e tuttavia non meno affascinante: a pesargli è ciò che quell'immagine dice di noi. È lo specchio, spiega a L'AltraMontagna, della difficoltà di chi ha il potere e la responsabilità di capire a leggere ciò che ha davanti, e un segnale che riguarda la salute dell'essere umano e la qualità del futuro che stiamo costruendo.
Viviamo in una società che ragiona per immagini, osserva, e allora dovremmo imparare a leggerle davvero: da una parte una natura che muta in fretta, dall'altra la nostra fragilità davanti a eventi sempre più estremi.
Ricorda il Nepal, ricorda la Marmolada di pochi anni fa, e ricorda come, nel frattempo, si continui a deridere o a delegittimare chi chiede un cambiamento.
Una neve così assente non l'aveva mai vista. L'anno scorso si era andati vicino, nel 2026 le condizioni si sono aggravate, anche per l'effetto di El Niño, ma ciò che più lo preoccupa è la direzione imboccata. Le soluzioni, aggiunge, esistono e in molti casi sono già disponibili. Il problema è che finché gli effetti della crisi climatica non si tradurranno in un costo economico concreto e insostenibile per un Paese, nei bilanci come nella vita quotidiana, teme che la reazione resterà molto al di sotto della dimensione del problema.
Ma le grandi trasformazioni, ricorda, non sono nate soltanto dall'alto: sono spesso partite da persone comuni che sulla propria pelle sentono di non poter più aspettare, e se la politica non saprà anticiparle sarà la società a pretenderle.
In casa Barmasse se ne parla. Il padre Marco, racconta Hervé, vive uno stupore enorme e insieme una forma di rassegnazione, ed è molto preoccupato per i nipoti. Quando si ritrovano torna sempre la stessa domanda: come sia possibile che una comunità importante come quella dei montanari, presente su tutto il territorio italiano, non chieda a gran voce un cambiamento. È una domanda che finisce, inevitabilmente, nella politica.
Il paradosso della montagna facile
Qui sta il passaggio più insidioso, e Barmasse lo mette a fuoco con precisione. Salire il Cervino senza ramponi, magari con le scarpe da trail, non è una novità: è già successo, quando la via era semplicemente libera dalla neve. A stupirlo sono le temperature così alte e soprattutto la durata di queste condizioni. È nella durata che l'eccezione smette di essere tale. Il futuro delle salite, prevede, sarà sempre più legato alle mezze stagioni e in parte all'inverno: le poche precipitazioni e le temperature più alte hanno reso favorevoli all'alpinismo anche mesi che un tempo erano i più rigidi, mentre il vero freddo, quello che dava il ritmo alla montagna e alle stagioni, si fa sempre più raro.
Ecco il paradosso. Una montagna senza neve sembra più semplice, più scalabile, e per questo più seducente per chi arriva a ottobre con l'idea di una gita estiva in quota. Ma è una montagna che si sbriciola, e lo dicono le guide che la conoscono meglio, costrette a rivedere ogni settimana il proprio giudizio. Il rischio non sta più soltanto nella difficoltà tecnica, che si misura e si allena, ma nell'instabilità della roccia, che nessun allenamento può prevedere.
Una precisazione di metodo, però, è dovuta. La scienza collega da tempo il crollo delle pareti d'alta quota al disgelo del permafrost e agli sbalzi tra gelo e caldo, ma nessuno può dire oggi quanto abbia pesato nella frana delle Tofane: saranno i geologi a stabilirlo, e un cronista onesto aspetta di saperlo prima di scriverlo. Ciò che si può scrivere già adesso è la sequenza: il Pelmo in luglio, il Cervino a settembre, le Tofane a ottobre, e una normalità che sposta ogni anno un po' più in là il confine di ciò che consideravamo eccezionale.
Una fatica che nessuno sceglie
Barmasse, del resto, non è nuovo a questo sguardo. Lo avevamo incontrato su queste pagine a maggio, quando raccontava Barren Lands – Terre aride, il documentario girato tra i pastori Gabra della contea di North Horr, nel nord del Kenya, con Amref Health Africa. Spiegava la differenza fra chi sceglie una condizione estrema per un tempo limitato e chi, in quella condizione, ci vive ogni giorno: «chi non ha scelto di essere lì, è nato lì». Riletta oggi, quella frase prende un'altra luce. L'alpinista che a ottobre sale in pantaloncini ha scelto di esserci e può tornare a valle. Chi vive del pascolo, del ghiacciaio che alimenta il torrente, di una stagione che ha le sue regole, una discesa prevista non ce l'ha.
E già all'inizio di giugno, partendo da Cala Gonone per Endurance – Italia, venti vette in trenta giorni e seimila chilometri senza mai salire su un motore, Barmasse aveva lasciato cadere un dettaglio quasi privato: nel luogo dove aveva arrampicato per la prima volta in Sardegna, oggi, a differenza di allora, «in estate è quasi proibitivo arrampicare». Parlava del tempo che passa e, senza volerlo, del clima. Dal Kenya alle Alpi, dalle Dolomiti alla Sardegna, il filo è lo stesso: un mondo che cambia sotto i piedi di chi lo abita, e una politica che fatica a vederlo.
Cosa ci dice il silenzio
C'è un passaggio, nell'intervista a L’Altramontagna, che un giornale come il nostro non può lasciare cadere: la richiesta di un cambiamento che parta dalle persone, prima ancora che dalle istituzioni. Non è una prerogativa dell'alpinista, è la logica stessa della casa comune, che ci chiede di custodire ciò che non abbiamo fatto noi e che dovremo lasciare ad altri. Una montagna che crolla non è un fatto geologico lontano: è la cronaca di un debito. Restituzione era la parola che Barmasse usava per il suo lavoro in Kenya, e vale anche qui.
Il primo pomeriggio del 4 ottobre, sopra Cortina, un boato e una nube di polvere hanno impedito a lungo a un elicottero di avvicinarsi. Dopo il rumore viene il silenzio, quello che Barmasse ha imparato a distinguere: il silenzio della montagna, che invita a pensare, e quello di chi le parole le ha finite. Dipende da noi quale dei due ascolteremo domani. L'alpinista che il Cervino lo vede da sempre sopra la testa dice di sperare di avere torto. Per dargli torto, però, bisogna cominciare adesso.


























