Era un voto che valeva più di una legislatura. Le elezioni parlamentari armene dell'8 giugno 2026 erano, nei fatti, un referendum su una scelta epocale: il distacco dall'orbita russa e l'apertura verso l'Europa. Nikol Pashinyan, premier uscente dal 2018 e uomo che in pochi anni ha cambiato radicalmente la bussola geopolitica di un piccolo paese caucasico di meno di tre milioni di abitanti, ha vinto. Ha vinto con quasi il 50 per cento dei voti, lasciando Forte Armenia – il partito filo-russo dell'oligarca Samvel Karapetyan – al 23 per cento. Ha vinto nonostante Mosca avesse fatto di tutto per fermarlo. Ha vinto portando sulle spalle il peso di una delle sconfitte militari più dolorose della storia armena recente.

È una vittoria che ha il sapore del verdetto storico, ma che non scioglie i nodi di un paese lacerato tra memoria, orgoglio ferito e necessità pragmatica. Per capire fino in fondo cosa significhi, bisogna tornare indietro di trentacinque anni. Bisogna tornare al Nagorno-Karabakh.

Una guerra lunga trentacinque anni

Il Nagorno-Karabakh – in armeno Artsakh – è una regione montuosa del Caucaso meridionale. Storicamente abitata da una popolazione prevalentemente armena, era stata inserita all'interno della Repubblica Socialista Sovietica dell'Azerbaijan da Stalin negli anni Venti, in uno di quei tracciati di confine arbitrari che il leader georgiano usava come strumento di controllo e divisione. Quando l'Unione Sovietica cominciò a sgretolarsi, quella linea artificiale diventò una miccia.

Nel 1988 la popolazione del Nagorno-Karabakh chiese di essere riunificata all'Armenia. Fu l'inizio di una guerra che durò fino al 1994, lasciando sul campo migliaia di morti e un accordo di cessate il fuoco mai trasformato in pace vera. L'Armenia controllava di fatto la regione – che si era autoproclamata indipendente con il nome di Repubblica dell'Artsakh – insieme a una fascia di territorio azero circostante. Era una situazione congelata, instabile, carica di odio.

Nel 2020 l'Azerbaijan, riarmatosi con droni turchi Bayraktar e con il pieno sostegno di Ankara, sferrò un attacco devastante. In quarantaquattro giorni di guerra, Baku riconquistò gran parte dei territori perduti. L'Armenia subì una sconfitta umiliante. La Russia negoziò un cessate il fuoco, dispiegando i propri «caschi blu» nella regione. Sembrava la solita mossa del Cremlino: mettere il piede in casa altrui con il pretesto della pace.

Ma nell'autunno del 2023 Mosca era già impantanata in Ucraina. E quando l'Azerbaijan lanciò la sua offensiva finale – una «operazione antiterrorismo» durata appena ventiquattro ore – i soldati russi non mossero un dito. Il Nagorno-Karabakh cadde interamente nelle mani di Baku. Circa 120.000 armeni etnici furono costretti ad abbandonare le proprie case in quello che il Parlamento europeo non ha esitato a definire una pulizia etnica. L'Artsakh, la patria millenaria, cessò di esistere.

La lezione di una sconfitta

Per Nikol Pashinyan, quel crollo fu la prova più dura della sua vita politica. Salito al potere nel 2018 sulla scia di una rivoluzione di velluto – manifestazioni pacifiche che avevano rovesciato il sistema corrotto degli oligarchi post-sovietici – era un giornalista prestato alla politica, un uomo delle strade di Yerevan, non un generale. La sua Armenia aveva creduto nella protezione russa. Aveva pagato quel conto.

Pashinyan trasse le conseguenze. La Russia non era più un garante affidabile. L'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva – la NATO di Mosca, di cui l'Armenia faceva parte – si era rivelata un'alleanza di carta. L'Armenia cominciò un lento, coraggioso e rischioso riposizionamento. Si avvicinò all'Unione Europea. Aprì canali con gli Stati Uniti. Congelò la partecipazione all'alleanza militare russa. E soprattutto elaborò quella che lui stesso ha definito la teoria dell'«Armenia reale»: un paese che coincide con i propri confini riconosciuti internazionalmente, che smette di inseguire i fantasmi irredentisti della Grande Armenia – dai confini sognati dai nazionalisti che includerebbero ampie regioni della Turchia orientale – e che punta a una pace concreta con l'Azerbaijan.

Un'eresia, per molti. Un tradimento, per alcuni. Una necessità, secondo Pashinyan. «Dobbiamo prendere questo cammino per il bene dell'indipendenza, per il bene della statualità, per il bene del futuro», aveva detto nel 2023, citato da Reuters. Nel 2025 ha firmato un accordo di pace con il presidente azero Ilham Aliyev – grazie anche alla mediazione americana di Donald Trump, che ha esplicitamente sostenuto Pashinyan in campagna elettorale, forte di una comunità armena negli Stati Uniti di oltre un milione di persone. Il negoziato non è ancora concluso, ma la vittoria elettorale gli dà il mandato per portarlo a termine.

La macchina della disinformazione russa

Mosca non è rimasta a guardare. La campagna elettorale armena è diventata un laboratorio – l'ennesimo – delle tecniche di interferenza russa che ormai conosciamo bene: dalla Moldavia alla Romania, dalla Georgia alla Slovacchia, lo schema si ripete con variazioni minime.

In Armenia la Russia ha lavorato su più livelli. Sul piano economico: ha ridotto l'importazione di prodotti agricoli armeni e di alcolici, e ha minacciato di tagliare la fornitura di gas naturale a prezzi agevolati. Sul piano logistico: ha elaborato – secondo fonti di intelligence citate da Reuters – un piano per trasportare fisicamente in Armenia una parte dei circa due milioni di cittadini armeni residenti in Russia, così da farli votare per i partiti filo-russi. Il voto per corrispondenza dall'estero non è previsto dalla legge armena: bisogna presentarsi di persona ai seggi. Il costo stimato dell'operazione, secondo le stesse fonti, avrebbe superato i 40 milioni di euro per 100.000 votanti.

Il piano – almeno nelle sue dimensioni più ambiziose – non sembra aver funzionato. Ma la campagna di disinformazione è stata feroce. A condurla, secondo le ricostruzioni di Reuters, gruppi come Storm-1516, una struttura propagandistica che genera e distribuisce contenuti falsi per conto del Cremlino, e la Social Design Agency, una società di marketing russa sanzionata dall'Unione Europea, specializzata nella produzione di brevi video virali con notizie fabbricate.

I bersagli della disinformazione erano tutti Pashinyan: accuse di corruzione in affari immobiliari con senatori americani (inventate di sana pianta), presunte gravi malattie nascoste all'opinione pubblica, coinvolgimento in traffico di organi umani e reati sessuali. Una tecnica collaudata: non basta screditare un avversario politico, bisogna distruggerlo moralmente, renderlo mostruoso. Vladimir Putin ha usato anche la minaccia diretta: l'Armenia rischiava una crisi simile a quella ucraina, perché «i problemi dell'Ucraina erano cominciati con i tentativi di ingresso nell'Unione Europea». Un avvertimento che sa di ricatto.

La risposta degli armeni è stata chiara. Metà del paese ha votato per Pashinyan. Un quarto ha scelto Forte Armenia, il partito dell'oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan – un miliardario legato al gas e all'energia, che ha fatto l'ultima parte della campagna elettorale dagli arresti domiciliari, accusato di un tentativo di colpo di stato nel 2025. Lui nega. Ma l'immagine di un candidato in catene – metaforicamente – non ha giovato alla causa filo-russa.

Chi è Pashinyan

Sarebbe sbagliato descrivere Pashinyan come un eroe senza macchia. È un leader che ha dato prova di coraggio geopolitico ma che è anche accusato, a ragione, di tendenze autoritarie. Poco prima delle elezioni la polizia ha arrestato diversi esponenti dell'opposizione. Il confine tra sicurezza dello Stato e repressione del dissenso è sempre sottile, in quella parte del mondo. Gianni Mura avrebbe detto che le storie più vere sono quelle con le contraddizioni dentro.

Pashinyan è un uomo che ha perso una guerra e non si è dimesso. Che ha subito l'umiliazione più grande – la perdita del Karabakh, la terra dei padri – e ha trasformato quella sconfitta in una strategia. Ha capito, prima degli altri, che l'Armenia non poteva permettersi il lusso dei sogni irredentisti. Che 120.000 profughi non tornano a casa con i discorsi nazionalisti, ma forse – forse – con una pace negoziata e riconosciuta.

La sua scelta europea non è sentimentale. È pragmatica, fredda, necessaria. L'Armenia è un paese senza sbocco sul mare, circondato da vicini complicati – Turchia a ovest, Azerbaijan a est, Georgia a nord, Iran a sud. La Russia era l'alleato storico, ma si è rivelata un alleato che abbandona. L'Europa offre mercati, fondi, stabilità giuridica. A maggio 2026 si è tenuto a Yerevan il primo summit ufficiale tra Armenia e Unione Europea. Un segnale politico di peso.

La grande incognita resta la pace con l'Azerbaijan. L'accordo firmato nell'agosto 2025 – con la mediazione americana – ha aperto una strada, ma non l'ha percorsa fino in fondo. Restano questioni aperte: i diritti degli armeni rimasti in Azerbaijan, il corridoio del Nakhchivan (un'exclave azera separata dal resto del paese dal territorio armeno, per la quale Baku chiede un passaggio garantito), la demarcazione dei confini.

L'opposizione armena accusa Pashinyan di aver fatto troppe concessioni. Forse è vero. Ma quale alternativa propone? Continuare una guerra che l'Armenia non può vincere militarmente, contro un Azerbaijan più ricco, meglio armato e sostenuto dalla Turchia? Il realismo politico è impopolare, ma a volte è l'unica forma di onestà che un leader può offrire al suo popolo.

Il voto di domenica ha detto che metà degli armeni, per ora, è disposta a scommettere su quella onestà. È una maggioranza fragile, costruita su macerie. Ma è una maggioranza.

Un Caucaso che cambia

L'Armenia non è sola in questa transizione. In tutta la regione del Caucaso meridionale e nell'Europa orientale si gioca una partita più grande: il progressivo indebolimento dell'influenza russa negli spazi post-sovietici. Dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022, Mosca ha perso credibilità come garante della sicurezza. I paesi che dipendevano dalla Russia cercano nuovi equilibri. Alcuni, come la Georgia, oscillano. Altri, come la Moldova, hanno già scelto.

L'Armenia si aggiunge alla lista di quelli che scelgono. Lo fa con cautela – la Russia resta il principale partner commerciale, e i legami storici, culturali, demografici sono profondi – ma lo fa. È una scelta che costerà cara, probabilmente. Mosca non perdona le defezioni. Ma il peso del passato, da solo, non basta più a tenere insieme un'alleanza. Ci vuole anche un futuro credibile. E quello, al momento, sembra venire da Ovest.

Sulla piazza della Repubblica a Yerevan, la notte dell'8 giugno, migliaia di persone festeggiavano agitando bandiere armene ed europee. Nikol Pashinyan, con il gesto del cuore che era diventato il simbolo della sua campagna, guardava la folla. Aveva vinto. Adesso cominciava la parte difficile.