C'è una scena ricorrente nella storia delle democrazie in crisi: l'uomo che ha contribuito a rompere qualcosa torna, anni dopo, ad offrirsi come unico possibile riparatore. Nigel Farage, sessantadue anni, ex trader della City, birra sempre in mano per le fotografie di rito, sorriso da venditore convinto della propria merce, conosce quella scena a memoria. L'ha vissuta tante volte da averla resa quasi un metodo. E adesso, nel maggio del 2026, dopo le elezioni amministrative che hanno sconvolto il paesaggio politico britannico, la sta recitando di nuovo con una convinzione che nessuno, nemmeno i suoi avversari, riesce più a liquidare come millanteria.

Reform UK, il partito che guida, ha vinto. Ha vinto ovunque: nei consigli locali dell'Inghilterra, sottraendo centinaia di seggi sia ai laburisti di Keir Starmer che ai conservatori di Kemi Badenoch; ha vinto nei bastioni storici della classe operaia settentrionale, il cosiddetto Red Wall, il muro rosso che per un secolo era sembrato inespugnabile; ha vinto, per la prima volta, anche in Galles e in Scozia, dove il populismo di destra di Farage era rimasto fino ad allora una curiosità esotica. In Galles, Reform si è attestata al 29 per cento, diventando il secondo partito in un paese dove i laburisti non perdevano il primato da più di cento anni. In Scozia, ha raggiunto quasi il sedici per cento.

Il verdetto numerico è spietato nei confronti del sistema: il Labour di Starmer ha visto dimezzare i propri consiglieri. I conservatori hanno perso un terzo dei rappresentanti locali. I due grandi partiti che per generazioni si sono passati il potere come in un duopolio gentlemen's agreement si ritrovano oggi appaiati, nella loro declino comune, con i liberaldemocratici e i Verdi dell'«ecopopulista» Zack Polanski. Cinque partiti in uno spazio che ne conteneva due. È la frammentazione, e la frammentazione, paradosso crudele della politica contemporanea, gioca a favore di chi è primo, anche con percentuali modeste.

epa12938398 Reform UK leader Nigel Farage eats an ice-cream after voting in local elections in Clacton-on-Sea, Britain, 07 May 2026. Millions of Britons are voting across the country in local elections on 07 May. EPA/ANDY RAIN
epa12938398 Reform UK leader Nigel Farage eats an ice-cream after voting in local elections in Clacton-on-Sea, Britain, 07 May 2026. Millions of Britons are voting across the country in local elections on 07 May. EPA/ANDY RAIN
Il leader di Reform UK, Nigel Farage, mangia un gelato dopo aver votato alle elezioni locali a Clacton-on-Sea, in Gran Bretagna, il 7 maggio 2026. Milioni di britannici hanno votato in tutto il paese alle elezioni locali il 7 maggio. (EPA)

Il meccanismo perverso del maggioritario

Per capire come Farage possa davvero diventare primo ministro senza espandere ulteriormente il suo consenso, bisogna fare i conti con l'aritmetica del sistema elettorale britannico, un meccanismo maggioritario uninominale, college per college, che storicamente ha sempre penalizzato i partiti a vocazione nazionale ma con voti distribuiti in modo diffuso. Nel 2024, Reform aveva ottenuto oltre quattro milioni di voti e si era ritrovata con soli cinque seggi a Westminster. I liberaldemocratici, con seicentomila voti in meno, ne avevano portati a casa settantadue. Una distorsione quasi kafkiana, che sembrava condannare Farage al destino di eterno challenger (sfidante) senza trionfo definitivo.

Ma la frammentazione cambia tutto. Quando i voti si spargono tra cinque partiti anziché due, la quota necessaria per arrivare primi in ciascun collegio si abbassa. Il sistema uninominale, che punisce chi è forte ovunque ma non dominante da nessuna parte, diventa improvvisamente favorevole a chi riesce a tenere la leadership nei sondaggi nazionali mentre gli avversari si cannibalizzano tra loro. Reform può vincere le prossime elezioni politiche che potrebbero tenersi nel 2028 o anche prima, se la leadership laburista dovesse cedere sotto la pressione, senza necessariamente crescere ulteriormente. Gli basta restare primo, mentre gli altri restano divisi.

È una finestra di opportunità storica, e Farage lo sa con la precisione di chi ha studiato la meccanica elettorale per trent'anni.

Un uomo, molte resurrezioni

La biografia politica di Nigel Farage somiglia, nell'economia narrativa, a quella di certi personaggi shakespeariani: un'ascesa, una caduta apparente, un ritorno più potente di prima. Non una volta. Molte.

Nato nel 1964 nel Kent, figlio di un broker della City, educato al Dulwich College, una scuola privata di buon rango londinese, Farage sceglie a diciotto anni di non andare all'università e di diventare trader di materie prime. È già, in questo dettaglio biografico, il ritratto di un uomo che preferisce il mercato alle aule, il rischio alla riflessione. Si iscrive ai conservatori da giovanissimo, ma li abbandona nel 1992, scandalo per il Trattato di Maastricht, quando sente che il partito ha tradito la sua idea di sovranità britannica. Entra nell'UKIP, il Partito per l'Indipendenza del Regno Unito, ancora in fasce, come uno dei fondatori.

Per tutto il primo decennio del Duemila, Farage costruisce il suo strano impero: europarlamentare per il South East England dal 1999 al 2020, usa il Parlamento europeo come palcoscenico da cui attaccare l'istituzione che lo ospita, con discorsi incendiari che circolano su YouTube prima che YouTube diventasse la piazza di ogni populismo. «Chi siete voi?» chiede a Herman Van Rompuy nel 2010, davanti all'emiciclo di Strasburgo, con il tono di chi sa di stare scrivendo un meme. «Avete l'aspetto di un funzionario bancario di basso livello». Il pubblico ruggisce. L'Europa inorridisce. Farage esulta.

Sotto la sua guida, l'UKIP trasforma la xenofobia latente in proposta elettorale presentabile: non più neonazisti da ghettizzare, ma cittadini indignati da ascoltare. Alle europee del 2014, l'UKIP arriva primo in Gran Bretagna. È la prima volta, in un'elezione nazionale, che né conservatori né laburisti vincono da quasi cent'anni. David Cameron, spaventato dall'erosione del suo elettorato a destra, promette il referendum sull'Europa. È la mossa che consegnerà Farage alla storia.

Il 23 giugno 2016, il Leave vince con il 51,9 per cento. Farage quella notte, con la foto della sua faccia esultante davanti al manifesto «Breaking Point», che mostrava migranti in fila e fu paragonato da George Osborne alla propaganda degli anni Trenta, è il volto della vittoria. Poi, quattro ore dopo l'alba, si dimette da leader dell'UKIP. Ha ottenuto quello che voleva. Se ne va. Lascia agli altri il peso di capire cosa fare del caos che ha contribuito a generare.

Il profeta che torna sui danni della propria profezia

C'è un momento, nel maggio del 2023, che definisce meglio di qualsiasi analisi politologica la traiettoria morale della vicenda Farage. In un'intervista alla BBC, l'uomo che aveva fatto del «riprendiamoci il controllo» il mantra di una generazione ammette candidamente: «La Brexit è stata un fallimento. Non abbiamo beneficiato economicamente della Brexit, cosa che avremmo potuto fare». Incolpa i conservatori della cattiva gestione. Non si incolpa. Non si scusa. E, soprattutto, non smette di essere il leader più rilevante della destra britannica.

È qui che la storia di Farage incrocia quella più antica e più dolorosa di una nazione che ha creduto in una promessa e ha ottenuto qualcosa di molto diverso. I numeri, oggi, sono impietosi. Secondo una ricerca pubblicata nel 2025 dal National Bureau of Economic Research e ripresa da CEPR e da «UK in a Changing Europe», la Brexit ha ridotto il PIL pro capite del Regno Unito di una cifra compresa tra il sei e l'otto per cento rispetto a quello che sarebbe stato senza l'uscita dall'Unione europea. Gli investimenti delle imprese sono crollati del dodici-diciotto per cento rispetto alle economie comparabili. L'occupazione è del tre-quattro per cento più bassa. La produttività uguale. Il costo non è stato un terremoto improvviso ma una ferita lenta, un dissanguamento silenzioso che per anni si è confuso con altri malanni, la pandemia, la guerra in Ucraina, il caro energia, e solo adesso, a quasi un decennio dal referendum, emerge nella sua vera dimensione strutturale.

Bloomberg Economics stima che la Brexit costi al paese tra i cento e i duecento miliardi di sterline l'anno. Per ogni famiglia britannica, si tratta di centinaia di sterline in meno di potere d'acquisto ogni anno, anno dopo anno, senza soluzione di continuità. Il «Breaking Point» era il titolo del manifesto anti-immigrazione di Farage. Il breaking point reale, a quanto dicono i dati, è stato quello dell'economia britannica.

Eppure è Farage che vince le elezioni.

La rivolta di chi non ha nulla da perdere

Come si spiega questa anomalia apparente? Come si spiega che l'uomo che ha guidato la campagna per una scelta rivelatasi economicamente devastante sia oggi il politico più popolare del paese che ha subito quella devastazione?

La risposta è scomoda, ma onesta: Farage non ha torto quando dice che il disagio delle città operaie del nord, Hartlepool, Sunderland, Wigan, le città del Red Wall, non è nato con la Brexit. Era lì prima, sedimentato in decenni di deindustrializzazione, di servizi pubblici erosi, di sanità in crisi, di scuole sotto-finanziate, di giovani che non trovano lavoro dignitoso. Brexit non ha creato quella rabbia: l'ha intercettata, canalizzata, trasformata in progetto politico. E i governi che sono venuti dopo — conservatori prima, laburisti poi — non l'hanno risolta. Anzi, in molti casi, l'hanno peggiorata.

Il voto per Reform, in quei territori, non è necessariamente un voto per Farage. È un voto contro Starmer, contro i Tories, contro un establishment che ha promesso cambiamento e ha consegnato continuità. Reform è il voto della disperazione che ha trovato un indirizzo. È la protesta che ha trovato una casa. Ed è, ed è questo il punto più preoccupante, da un punto di vista democratico, una casa sempre più strutturata, sempre meno protestataria, sempre più simile a un partito di governo in attesa del governo.

Per la prima volta, Reform ha vinto la maggioranza assoluta in tre comuni. Ha eletto centinaia di consiglieri che ora siedono nei comitati locali, votano i bilanci, gestiscono i servizi. Il radicalismo diventa amministrazione. La protesta diventa istituzione. È esattamente il percorso che ha compiuto ogni partito populista che in Europa ha lasciato il segno, e non sempre un segno positivo.

Quello che la Gran Bretagna non riesce ancora a dirsi

C'è una riflessione che la crisi politica britannica impone, e che riguarda qualcosa di più profondo del semplice calcolo dei seggi. Una democrazia che si frammenta non si indebolisce soltanto numericamente: si indebolisce nella sua capacità di costruire consenso intorno alle questioni fondamentali: il lavoro, la casa, la sanità, la coesione sociale. Quando i partiti sono cinque e nessuno ha la forza di governare davvero, chi paga il prezzo sono sempre i più fragili: chi non può permettersi una scuola privata se quella pubblica declina, chi non ha i risparmi per resistere alla crisi se il Servizio sanitario nazionale funziona a singhiozzo, chi non ha una rete di protezione familiare se le politiche sociali vengono tagliate.

Farage ha capito, con l'intuizione del grande comunicatore populista, che la gente non vota per i numeri del PIL. Vota per quello che sente. E quello che sente, nel nord dell'Inghilterra, nelle Midlands, nei quartieri che un tempo erano manifatturieri e oggi sono memorie di manifattura, è un senso di abbandono che nessun partito tradizionale ha saputo trasformare in speranza concreta. La domanda che la vicenda Farage pone a chi guarda dall'esterno, dall'Europa continentale, dall'Italia, da chiunque si interroghi sul futuro delle democrazie liberali, non è soltanto «vincerà?». La domanda è: cosa succede a una società quando la rabbia legittima di chi è stato lasciato indietro viene raccolta sistematicamente da chi propone soluzioni che aggravano il problema? Cosa succede quando il populismo è l'unico linguaggio che riesce ad ascoltare i dimenticati, e la politica tradizionale non ne trova un altro?

Il sistema maggioritario britannico potrebbe ancora salvare il paese da un governo Farage. La matematica dei collegi uninominali è capricciosa e nessun esito è scritto. Ma il fenomeno politico che Reform rappresenta, la sua crescita, il suo radicamento territoriale, la sua capacità di parlare insieme a operai e piccoli imprenditori, a delusi di destra e delusi di sinistra, non sparirà con un voto. È diventato parte strutturale della politica britannica.

Nigel Farage, l'uomo che voleva portare la Gran Bretagna fuori dall'Europa e c'è riuscito, sta adesso cercando di portarla dentro Downing Street. Non è più un'utopia. Non è ancora una certezza. Ma è, per la prima volta nella storia del populismo britannico, una possibilità reale. E le possibilità reali, nella politica come nella vita, meritano di essere prese sul serio prima che diventino fatti compiuti.