«Per essere chiari: questa guerra deve finire». Basta armi, l’unica strada verso la pace è il dialogo. L’appello della Chiesa è risuonato al Cremlino, il cuore politico della Russia, attraverso la voce e le parole forti, nette, decise di monsignor Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali – in pratica il ministro degli Esteri della Santa Sede - che ieri a Mosca ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

Mentre sul campo la guerra continua senza tregua a seminare distruzione e a mietere vittime con un botta e risposta di attacchi con missili e droni, il Vaticano tiene aperto il canale della diplomazia e non rinuncia a coltivare e promuovere il dialogo, con franchezza e decisione, ribadendo a Mosca che, ha sottolineato Gallagher nella conferenza stampa congiunta con Lavrov al termine del loro incontro, «è urgente e necessario terminare le ostilità e pianificare le relazioni future per non rimanere prigionieri dei torti del passato».

In un momento in cui le parole trattativa e negoziato sembrano essere state accantonate, la diplomazia vaticana non prende il posto di quella degli Stati, ma interviene come voce autorevole super partes e forza di intermediazione per richiamare alla necessità di mantenere aperti e attivi dei canali di comunicazione tra le parti in conflitto. Un ruolo di mediazione che papa Leone ha sottolineato fin dall’inizio del suo pontificato quando, poco tempo dopo la sua elezione al soglio pontificio, ha proposto di ospitare in Vaticano i possibili negoziati fra Mosca e Kyiv.

La missione di tre giorni dell’alto prelato vaticano, che circa un mese fa era stato in Ucraina, ha un carattere diplomatico ma anche ecclesiale: oltre all’incontro con le autorità istituzionali, per il segretario per i Rapporti con gli Stati non è mancato l’incontro con le autorità religiose, in particolare con il metropolita Antonij di Volokolamsk, responsabile per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, guidato dal patriarca Kirill, che fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ha appoggiato l’operato di Vladimir Putin.

L’ultima volta che monsignor Gallagher aveva visitato Mosca era stato a novembre del 2021, un momento particolarmente difficile e delicato: la tensione fra Russia e Ucraina era altissima, su Kyiv incombeva la minaccia di un’aggressione militare su vasta scala che tanti in Ucraina – e non solo – si rifiutavano di ritenere possibile e che, invece, si è tragicamente concretizzata tre mesi dopo, dando inizio a una guerra che dura ormai da oltre quattro anni e mezzo. Nel corso di questi anni la Santa Sede, prima con papa Francesco ora con papa Leone, non ha mai smesso di svolgere un fondamentale ruolo di mediazione diplomatica in particolare nell’ambito delle questioni umanitarie, lo scambio dei prigionieri di guerra, il rientro in Ucraina dei bambini rapiti e deportati in Russia.

La visita del diplomatico della Santa Sede è avvenuta nei giorni in cui a Kyiv la Coalizione dei volenterosi e l’Unione europea riaffermavano il loro sostegno incondizionato all’Ucraina, in primis militare, ampliando gli aiuti con l’invio di nuovi armamenti. Sulla questione ucraina, l’Europa è sempre più compatta: l’Ungheria del nuovo premier Peter Magyar volta pagina rompendo con il corso politico dell’ex premier filo-russo Viktor Orban. In un documento in vista dell’Assemblea generale dell’Onu a settembre, Budapest definisce la Russia «una minaccia per l’Ungheria, per l’Europa e per l’ordine globale» e aggiunge: «L’Ungheria condanna l’aggressione militare russa e sostiene completamente la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti».

John Ratcliffe, direttore della Cia.
John Ratcliffe, direttore della Cia.

John Ratcliffe, direttore della Cia.

(REUTERS)

Confini che la Russia continua a non voler riconoscere. Mosca conferma la rivendicazione del Donbas come territorio russo e resta inamovibile nella sua richiesta principale: ottenere l’intera regione orientale, con la cessione da parte di Kyiv della porzione di territorio, circa il 20%, che è ancora sotto controllo ucraino. Attraverso il portavoce Peskov, proprio nel giorno dell’incontro di monsignor Gallagher con le autorità di Mosca, il Cremlino ha respinto con forza, definendola inaccettabile, la proposta del piano di pace presentata dal presidente ucraino Zelensky, che prevede il cessate il fuoco e la creazione di una zona cuscinetto, una zona economica franca, attraverso il ritiro delle truppe di entrambi i Paesi, da un lato e dall’altro.

Le posizioni di Mosca e Kyiv, dunque, restano profondamente distanti. Intanto, ha fatto molto discutere l’arrivo a Mosca - contemporaneo a quello di Gallagher - anche di John Ratcliffe, direttore della Cia (Central intelligence agency), l’agenzia di intelligence civile del Governo federale degli Usa che opera fuori dai confini del Paese. Una visita, la prima ufficiale in Russia per il numero uno dei servizi segreti statunitensi, sulle cui motivazioni resta il mistero: il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato che non è stato previsto alcun incontro fra Ratcliffe e Vladimir Putin. Ciò che si sa, a livello ufficiale, è che il viaggio ha avuto come scopo i contatti fra i servizi di sicurezza dei due Paesi. Ratcliffe ha sempre mantenuto aperta la comunicazione con l’omologo russo, Sergey Naryshkin, capo del Servizio informazioni estero (Svr), ovvero il servizio segreto russo che si occupa di sicurezza, spionaggio, intelligence all’estero, contrasto a minacce provenienti da altri Paesi (l’equivalente della Cia).

Donald Trump ha parlato di una semplice visita di routine. Una spiegazione che, però, non convince gli osservatori e gli analisti. Come interpretare davvero la missione lampo – di circa otto ore - di Ratcliffe? Il dubbio resta ed è tanto più pressante alla luce del fatto che l’ultima visita ufficiale di un direttore della Cia a Mosca, William Burns, era stata a novembre del 2021, mentre Mosca ammassava le sue truppe ai confini del territorio ucraino. Burns era stato inviato da Washington per avvertire Mosca contro un’invasione che avrebbe avuto conseguenze molto pesanti. Avvertimento inascoltato: tre mesi dopo, il 24 febbraio del 2022, la Russia ha lanciato l’attacco.

Ora, una delle ipotesi avanzate è che, inviando Ratcliffe, gli Usa abbiano voluto lanciare un nuovo avvertimento a Mosca contro una possibile, pesante escalation del conflitto. Se davvero così fosse, urge un’altra domanda: stavolta Mosca ascolterà Washington?