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In fondo è sempre stato così: ideologia tradizionalista, vecchia di secoli e tecnologia avanzata. C’è un’immagine che racconta meglio di molte analisi il paradosso degli Houthi. Nelle parate di Sana’a si vedono uomini che marciano con vecchi kalashnikov, uniformi improvvisate, talvolta sandali ai piedi, come gli sherpa che portano gli alpinisti sulle vette dell’Himalaya. Poi si guarda ciò che accade sul campo di battaglia e il quadro cambia: missili balistici, droni, sistemi di comunicazione, capacità di colpire a grande distanza, una guerra combattuta anche attraverso software e informazioni.
È uno dei paradossi delle guerre del XXI secolo. La superiorità tecnologica non appartiene più in esclusiva agli Stati ricchi. Non bastano jet supersonici e portaerei. La tecnologia commerciale, l’elettronica acquistabile sui mercati internazionali e ora l’intelligenza artificiale consentono anche a un movimento armato nato nelle montagne dello Yemen di accedere a competenze che fino a pochi anni fa richiedevano eserciti di ingegneri.
La conferma più impressionante arriva da Anthropic, la società americana che produce Claude. Nel suo rapporto sulla sicurezza pubblicato il 10 settembre, l’azienda racconta di avere individuato una cellula operante nel nord dello Yemen che utilizzava Claude Code per lavorare contemporaneamente a tre programmi d’armamento. Anthropic non identifica formalmente i responsabili come Houthi, ma l’attività si svolgeva nella zona del Paese controllata da Ansar Allah.
Il primo progetto riguardava un razzo guidato dotato di un computer di volo di livello commerciale e di un sistema di guida nella fase terminale. Il secondo era assai più ambizioso: un missile balistico multistadio con un obiettivo dichiarato di oltre duemila chilometri di gittata. Il terzo programma comprendeva perfino una variante con veicolo planante ipersonico.
La vera novità, però, non è soltanto l’arma. È il metodo. Gli utilizzatori avevano trasformato Claude in una piccola équipe virtuale di ingegneri: un’istanza scriveva il codice, un’altra faceva ricerca, una terza controllava il lavoro della prima. L’intelligenza artificiale veniva impiegata per il software di guida, navigazione e controllo, per le simulazioni e per la messa a punto dei sistemi. Molte richieste furono bloccate dalle protezioni di Anthropic, altre riuscirono a superarle attraverso la frammentazione delle domande e l’occultamento dell’obiettivo finale.
Non bisogna trasformare questo episodio in qualcosa che non è. Anthropic precisa di non avere prove che la cellula sia riuscita a mettere in servizio uno di questi sistemi. Un razzo guidato arrivò però alla prova sul campo. Il test apparentemente fallì e, poche ore dopo, gli utilizzatori tornarono da Claude per cercare di capire che cosa fosse andato storto. Avevano inoltre già costruito un ambiente di simulazione capace di funzionare offline, senza dipendere ulteriormente dall’intelligenza artificiale di Anthropic.
È una lezione che riguarda molto più dello Yemen. Per decenni l’Occidente ha costruito la propria superiorità militare sul vantaggio tecnologico e sul costo proibitivo delle competenze necessarie per ridurlo. Le macchine livellano gli uomini. La mitragliatrice sulla Somme mise fine a un’epoca, l’epoca delle grandi cariche di cavalleria. L’intelligenza artificiale abbassa quella barriera. Non elimina la distanza tra una milizia e il Pentagono, naturalmente. Ma può ridurre drasticamente il prezzo necessario per acquistare conoscenza.
Sarebbe però un errore opposto trasformare gli Houthi in una Silicon Valley del deserto autosufficiente. I rapporti delle Nazioni Unite raccontano un’altra storia. Già il Panel di esperti sullo Yemen aveva concluso che, senza sostegno straniero, Ansar Allah non avrebbe la capacità di sviluppare e produrre autonomamente molti dei sistemi più sofisticati del suo arsenale: missili balistici e da crociera, missili antinave, droni, sistemi antiaerei e mezzi navali senza equipaggio. Il rapporto del 2025 ha inoltre documentato la diversificazione delle reti internazionali attraverso cui arrivano armi, materiali e componenti dual use.
Il principale alleato resta l’Iran. E nelle ultime settimane il sostegno di Teheran è apparso ancora più importante. Fonti iraniane, yemenite e regionali citate da Reuters hanno attribuito a consiglieri dei Guardiani della rivoluzione un ruolo nell’offensiva con cui gli Houthi hanno conquistato nuovi territori sulla costa del Mar Rosso, compreso il porto strategico di Mocha. Teheran nega di dirigere le operazioni del movimento, che conserva certamente una propria agenda politica, ma armi, finanziamenti e assistenza iraniana restano una componente fondamentale della sua potenza.
Anche le altre connessioni internazionali vanno maneggiate con maggiore cautela di quanto suggerisca certa propaganda. Nel 2024 il Wall Street Journal riferì che dati satellitari russi erano stati messi a disposizione degli Houthi attraverso i Pasdaran; Reuters documentò nello stesso periodo negoziati, mediati dall’Iran, per una possibile fornitura di missili antinave russi Yakhont, senza che fosse però accertata la consegna.
La Cina è un caso ancora diverso. Non ci sono elementi sufficienti per sostenere che Pechino abbia deciso di armare direttamente gli Houthi. Esistono invece reti commerciali e società basate in Cina che, secondo il Tesoro americano, hanno fornito componenti elettronici, materiali dual use e parti utilizzabili nella produzione di missili e droni. E nel luglio scorso Reuters ha rivelato che Pechino era in contatto diretto con Ansar Allah per ottenere garanzie di passaggio alle petroliere cinesi attraverso Bab el-Mandeb. Una combinazione molto cinese di commercio, prudenza diplomatica e difesa dell’interesse nazionale.
Poi c’è la religione. Gli Houthi appartengono alla tradizione zaydita dello sciismo e Ansar Allah ha costruito la propria identità politica e militare su una mobilitazione religiosa fortissima. Sarebbe ingenuo considerarla soltanto propaganda. La capacità di sopportare perdite, bombardamenti e anni di guerra è uno dei fattori che spiegano perché un movimento nato come insurrezione locale sia riuscito a sopravvivere all’intervento della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e successivamente alla potenza di fuoco americana.
Donald Trump lo scoprì nel 2025. Il 15 marzo gli Stati Uniti lanciarono una massiccia campagna di bombardamenti contro gli Houthi. Il 6 maggio, dopo circa sette settimane e oltre mille attacchi americani contro obiettivi nello Yemen, Washington accettò un accordo mediato dall’Oman: gli Stati Uniti cessavano i bombardamenti e gli Houthi si impegnavano a non colpire le navi americane e a interrompere gli attacchi alla navigazione concordati nell’intesa. Restavano fuori gli attacchi contro Israele.
Quanto fosse diventato difficile persino per la Marina americana operare in quelle acque lo dimostra un episodio che sembra scritto per un manuale sulla guerra asimmetrica. Il 28 aprile 2025 la portaerei USS Harry S. Truman dovette compiere una manovra evasiva per una minaccia missilistica Houthi. Durante la virata un F/A-18E Super Hornet che veniva spostato nell’hangar, insieme al trattore che lo trainava, finì nel Mar Rosso. Non è una leggenda della propaganda yemenita: lo ha confermato la successiva inchiesta ufficiale della US Navy.
La storia non finisce lì. Ansar Allah sta costruendo relazioni anche dall’altra parte del Golfo di Aden. Negli ultimi anni sono emersi rapporti sempre più stretti con al-Shabaab, l’organizzazione jihadista sunnita somala affiliata ad al-Qaeda: scambi di armi, addestramento, trasferimenti di competenze e contatti operativi. È un’intesa sorprendente proprio perché supera una frattura religiosa che sulla carta dovrebbe rendere i due movimenti nemici. Ma nelle guerre contemporanee la geografia può essere più forte della teologia.
E qui arriviamo alla posta in gioco reale. Non occorre immaginare scenari futuribili su Socotra. Basta guardare ciò che è già accaduto. L’11 settembre gli Houthi hanno preso il controllo dell’isola di Perim, nel cuore dello stretto di Bab el-Mandeb, dopo essere avanzati lungo la costa occidentale dello Yemen. È uno dei colli di bottiglia del commercio mondiale, il passaggio che collega Oceano Indiano, Mar Rosso e canale di Suez.
Il vero segreto degli Houthi, dunque, non è una misteriosa arma invincibile. È la combinazione di elementi che l’Occidente tende troppo spesso a studiare separatamente: fanatismo religioso e pragmatismo, tecnologia commerciale e aiuti esterni, organizzazione locale e reti globali, droni a basso costo e intelligenza artificiale.
Un avversario non deve essere più ricco di te per diventare pericoloso. Deve soltanto riuscire a rendere molto costoso il tuo vantaggio.
Nel Mar Rosso gli Houthi ci sono riusciti.




