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«Abbiamo sempre trovato il modo di stare insieme, di vivere insieme e continueremo a farlo, malgrado tutto». Monsignor César Essayan, 63 anni, vicario apostolico di Beirut per i cattolici di rito latino, ha appena detto Messa nella chiesa di San Francesco d’Assisi, nel quartiere di Hamra, a maggioranza sunnita. «Ho fatto gli auguri ai fratelli e sorelle ortodossi che hanno celebrato la Pasqua una settimana dopo di noi. Abbiamo festeggiato insieme. Al mio arrivo sono stato accolto dai 1.200 profughi che ospitiamo nei locali della nostra parrocchia. Mi hanno dato il benvenuto rassicurandomi che avranno cura della struttura. Per noi queste sono relazioni normali. Abbiamo tante famiglie miste e siamo abituati a una convivenza bella, dove accettiamo le differenze». Per il vescovo, in questa situazione delicatissima e in continua evoluzione, «c’è una linea rossa da non sorpassare, ed è quella della pace civile. Per questo il Governo sta lavorando per rendere Beirut una zona completamente senza armi. Siamo già passati per una guerra civile e non vogliamo ricaderci». Delle proteste in piazza per sabotare i negoziati «non si sa cosa pensare anche se la maggioranza dei libanesi vuole il dialogo», dice pensando allo storico incontro, l’ultimo fu nel 1983, voluto fortemente dal presidente Aoun a Washington tra l’ambasciatrice libanese negli Usa, Nada Hamadeh Moawad, l’ambasciatore israeliano, Yechiel Leiter, e l’ambasciatore americano a Beirut, Michel Issa.
«Siamo sottoposti a una grande pressione», continua, «a un tentativo di separarci per appartenenze religiose, per interessi che sono estranei al Libano. Ma se Israele o l’Iran vogliono essere due superpotenze, se gli Stati Uniti vogliono regolare il mondo a modo loro devono sapere che noi continuiamo a portare avanti la nostra vita quotidiana nella condivisione. Vedremo quale sarà la posizione di Hezbollah, ma anche quella del partito Amal. Intanto il presidente sta tenendo i contatti con la Siria, con Israele, con gli Usa. È un momento molto delicato, ma non vogliamo cedere all’odio e alla violenza». Lo ha scritto anche nel messaggio di Pasqua: «Nel centro di Beirut, sotto la tenda, c’è una donna che sta allattando il suo bambino. Nel nostro centro di accoglienza altre due donne hanno dato la vita a due bellissimi piccoli. E allora possono massacrare, possono ammazzare, ma le nostre tombe saranno sempre vuote perché siamo figli della vita e della risurrezione. Possono chiamare l’operazione “oscurità perenne”, ma noi rispondiamo che di eterno c’è solo Dio».
Un tentativo di vita normale, mentre, fallito il primo round dei negoziati in Pakistan tra Usa e Iran, Israele continuava a bombardare. «Nel villaggio cristiano di Debel, nel Sud del Libano, l’esercito israeliano ha distrutto le case dei militari libanesi e dei gendarmi che presidiavano la sicurezza. Un chiaro segnale che vogliono installarsi sempre di più nel territorio. Nello stesso tempo, però, il presidente Aoun è intenzionato a portare avanti le trattative di pace. Siamo in attesa, in una situazione non facile. E intanto tanti innocenti, li chiamano “danni collaterali”, vengono uccisi. Tra loro tantissimi bambini».
Il vescovo parla dei «dieci minuti di follia del mercoledì della scorsa settimana in cui hanno perso la vita oltre 350 persone». Tra loro anche un piccolo scout, Jawad Ali Ahmad. Non è lo stesso la cui foto, con l’immagine di Khamenei appuntata sul petto e una gioia incontenibile per l’arrivo di papa Leone, aveva fatto il giro del mondo lo scorso dicembre, ma un coetaneo con lo stesso nome e la stessa divisa. «L’importanza di questi scout», spiega monsignor Essayan, «è che sono di famiglie sciite e, durante la visita del Papa, rappresentavano tutta la fascia degli sciiti, e sono la maggioranza, che è per la pace». Monsignor Essayan torna a quei giorni, quando «papa Leone ha incontrato i capi religiosi e il leader sciita gli aveva detto che non volevano la guerra, che amano la pace e che mettevano nelle sue mani il futuro del Libano e la causa libanese. Dopo questi discorsi eravamo abbastanza tranquilli che Hezbollah non avrebbe trascinato il Libano in una nuova guerra. E invece ha dato il pretesto a Israele per entrare nel nostro Paese. Voglio ricordare che Hezbollah rappresenta meno del 30 per cento degli sciiti e ancora meno sono i sostenitori della causa dell’Iran in Libano. La grande maggioranza silenziosa vuole solo recuperare il nostro Paese e fare di esso qualcosa di degno di noi. Questa maggioranza è rappresentata da quel bambino e da tutti gli altri, di ogni religione, che hanno accolto papa Leone. Nei suoi discorsi ci riconosciamo tutti. E tutti, cristiani e musulmani, andiamo a pregare Nostra Signora del Libano, ad Harissa, andiamo sulla tomba di padre Charbel, il primo santo libanese. Questo è il Libano vero e dobbiamo resistere alla tentazione di farci trascinare in discorsi fondamentalisti. Dobbiamo continuare a essere quel “Paese messaggio” come ci definiva Giovanni Paolo II, che è mosaico di convivenze, culture,



