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Elon Musk, patron di Tesla, SpaceX e xAI, ha dichiarato all’Economist che l’intelligenza artificiale potrebbe superare quella umana entro cinque anni e sovrastarla entro dieci; insieme ai robot, produrrebbe tanta abbondanza da rendere il lavoro facoltativo e il denaro quasi inutile.
È una promessa vertiginosa. Ma la tecnica nata per liberare l’uomo dalla necessità rischia di liberare l’economia dall’uomo. Se macchine e algoritmi potranno produrre quasi tutto, il problema non sarà soltanto come distribuire l’abbondanza. Sarà capire quale posto resterà alle persone in una società che non avrà più bisogno del loro lavoro per funzionare.


La prima crepa è economica. Più produttività non significa automaticamente più libertà. Se un’impiegata compie in un’ora ciò che prima richiedeva un giorno, l’impresa può ridurre l’orario, aumentare il salario, abbassare i prezzi. Può anche alzare gli obiettivi e assumere meno. Quando tutti corrono più veloci, la gara non finisce: cresce la velocità minima per restare dentro.
L’intelligenza artificiale crea ricchezza; proprietà e regole decidono se diventerà tempo condiviso o rendita privata.
La seconda crepa riguarda l’abbondanza. L’IA può moltiplicare testi, immagini e calcoli; non case, suolo, energia, attenzione, fiducia, un’ora di cura. Un attico a Manhattan o la Gioconda restano irriproducibili. L’economia insegna che il denaro non scompare finché esistono beni scarsi e accesso diseguale. Potrebbe diventare superfluo per chi possiede le macchine, non per chi deve comprare casa, assistenza e tempo.


La terza crepa è generazionale. L’Organizzazione internazionale del lavoro stima che un lavoratore su quattro svolga una professione esposta all’IA generativa, pur ritenendo più probabile la trasformazione dei compiti che la cancellazione dei posti. Il laboratorio di economia digitale di Stanford non rileva licenziamenti di massa; registra però che, nei mestieri più esposti, l’occupazione dei 22-25enni è del 19 per cento sotto la traiettoria dei coetanei meno esposti.
La tradizione cristiana non difende ogni mansione né santifica la fatica. Il sabato biblico interrompe la produzione e ricorda che la persona vale prima del rendimento. Ma il riposo è compimento, non esclusione. Giovanni Paolo II scriveva che «il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro»: il lavoro è anche apprendimento, servizio, riconoscimento, partecipazione.


Serve allora un dividendo umano della produttività. Ogni incentivo pubblico all’IA dovrebbe dichiarare l’effetto sulle assunzioni iniziali e destinare una quota dei guadagni ad apprendistati pagati, formazione e riduzione dell’orario. Se un algoritmo risparmia mille ore, dobbiamo sapere quante diventano profitto e quante restituiscono ‘pezzi di vita’ alle persone.
La domanda cristiana non è se la macchina avrà un’anima.
È se un’economia capace di fare a meno del lavoro saprà riconoscere che nessuna vita è di troppo. Il progresso non si misura da quanto produce senza di noi, ma da quanta libertà restituisce senza rendere nessuno superfluo.











