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Un frame del presidente americano Donald Trump tratti dal video postato sul suo profilo X. Trump ha spesso dichiarato di voler aggiungere il proprio volto al Monte Rushmore, accanto a Washington, Jefferson, Roosevelt e Lincoln. Un esempio di slopaganda.
La propaganda non è stata inventata dall’Intelligenza artificiale. Esiste da quando il potere ha scoperto che, per governare gli uomini, non basta controllarne le azioni: bisogna anche orientarne paure, speranze e convinzioni (pensate a Goebbels, il ministro della Propaganda di Hitler). L’Intelligenza artificiale generativa ha però cambiato la velocità e soprattutto la quantità della produzione (sempre Goebbels, ci sarebbe andato a nozze).
Da questa trasformazione nasce la “slopaganda”. Il termine è una crasi di “propaganda” con “AI slop”, espressione usata per indicare quella poltiglia digitale di immagini, testi e video generati automaticamente, realizzati in pochi secondi, spesso approssimativi e privi di reale valore. La parola è stata introdotta nel 2025 dagli studiosi Michał Klincewicz, Mark Alfano e Amir Ebrahimi Fard per descrivere i contenuti prodotti con l’Intelligenza artificiale e diffusi con lo scopo di manipolare opinioni, emozioni e comportamenti politici.
Non si tratta semplicemente di una nuova forma di fake news. Una notizia falsa cerca generalmente di far credere che un fatto inventato sia realmente accaduto. La slopaganda può invece funzionare anche quando tutti capiscono che l’immagine è artificiale. Non deve necessariamente convincerci che un leader politico sia davvero un gladiatore, un supereroe o un pontefice. Le basta associare quel personaggio alla forza, alla vittoria o alla grandezza, mentre rappresenta gli avversari come incapaci, corrotti, ridicoli o addirittura disumani. Il subconscio agisce, soprattutto nei più sprovveduti mentalmente e culturalmente ma a volte anche per per chi è particolarmente intelloigente, e il gioco è fatto.
Il suo scopo principale non è dimostrare, ma impressionare. Non vuole aprire una discussione, bensì provocare una reazione immediata: rabbia, paura, entusiasmo, disprezzo. È ciò che facevano i manifesti della Prima guerra mondiale, quando il nemico veniva raffigurato come un barbaro o un mostro; la propaganda fascista trasformava Mussolini nell’uomo forte, infallibile e sempre vicino al popolo; il nazismo costruiva il culto di Hitler e indicava negli ebrei il capro espiatorio di ogni crisi; nei manifesti sovietici il dittatore criminale Stalin appariva come il padre benevolo della patria mentre il capitalismo veniva rappresentato come un padrone grasso e avido.Ma - per dare esempi meno truci - era ciò che faceva il celebre manifesto americano con lo zio Sam che puntava il dito e invitava i cittadini ad arruolarsi; oppure “Rosie the Riveter”, l’operaia con le maniche rimboccate diventata il simbolo delle donne chiamate a lavorare nelle fabbriche durante la Seconda guerra mondiale. La slopaganda riprende gli stessi meccanismi, ma li aggiorna al linguaggio dei meme, dei reel e dello scorrimento compulsivi. È la vecchia propaganda, insomma, aggiornata al linguaggio dei meme, dei reel e dello scorrimento compulsivo.


Il leader di Futuro nazionale Vannacci in un reel insieme con Giorgia Meloni e Ignazio La Russa al Colosseo. Un altro esempio di slopaganda.
Il salto di qualità è rappresentato dalla produzione industriale. Un manifesto politico richiedeva disegnatori, stampatori e una rete di distribuzione. Un filmato propagandistico aveva bisogno di attori, tecnici e montatori. Oggi una sola persona può generare decine di immagini o video in pochi minuti, modificarli per pubblici differenti e diffonderli contemporaneamente su numerose piattaforme. Ed è esattamente quello che fannno migliaia di galoppini di partito, di lobbies e di altri organismi di condizionamento del potere. Gli studiosi individuano proprio nella velocità, nella scala e nella possibilità di personalizzare i messaggi le caratteristiche più insidiose del fenomeno.
Negli Stati Uniti il termine è stato utilizzato per descrivere la crescente diffusione di immagini artificiali pubblicate dalla Casa Bianca e dagli account di Donald Trump: il presidente rappresentato come re, guerriero o salvatore, gli avversari trasformati in caricature e scene politiche o militari ricostruite come sequenze di un film. Nel maggio 2026 il Financial Times ha documentato una forte crescita di questi contenuti nei profili trumpiani, parlando di una vera macchina della slopaganda.


Ancora un esempio di slopaganda: Trump nei panni di guerriero e addirittura di pontefice.
Ma il problema non riguarda soltanto Trump né una singola parte politica. Video generati dall’IA, cartoni animati, finti servizi giornalistici, voci clonate e meme vengono ormai impiegati nelle campagne elettorali, nei conflitti internazionali e nella comunicazione dei governi. Durante le crisi geopolitiche circolano contenuti costruiti come piccoli film d’azione, nei quali il proprio esercito appare invincibile e quello nemico viene umiliato o annientato. Non importa che siano palesemente assurdi: ciò che conta è che vengano guardati, condivisi e ricordati dalla corteccia cerebrale.
La slopaganda sfrutta infatti un paradosso. Più un contenuto è esagerato e grottesco, più può diventare virale. Le deformazioni e gli errori dell’Intelligenza artificiale, anziché indebolirlo, finiscono talvolta per renderlo divertente e riconoscibile. E mentre il pubblico ride, il messaggio politico passa: noi siamo forti, loro sono deboli; noi rappresentiamo il popolo, loro il nemico. Il reel del generale Vannacci vestito da gladiatore si inserisce certamente in questo fenomeno.
Il pericolo maggiore è l’inquinamento dell’ambiente informativo. La moltiplicazione di immagini false o semiverosimili rende più difficile distinguere un documento autentico da una manipolazione. Alla lunga non si finisce soltanto per credere alle falsità. Si può arrivare a non credere più a niente, neppure alle prove reali. È la strategia del “sommergere la zona”: produrre una tale quantità di rumore da rendere impossibile una discussione fondata sui fatti.
Per difendersi non basta imparare a riconoscere le mani con sei dita o le scritte deformate tipiche delle prime immagini artificiali. I programmi migliorano rapidamente. Diventa quindi necessario controllare la provenienza dei contenuti, cercare la fonte originale, confrontare più testate affidabili e diffidare delle immagini concepite per suscitare una reazione violenta prima ancora di fornire informazioni. Insomma diffidare, diffidare, diffidare e adoperare quel “dubbio esaminatore” di cui già parlava lo storico Marc Bloch, recentemente tumulato al Pantheon insieme alla moglie. Aquasi cent’anni dalla sua morte il suo metodo resta infallibnile. ma bisogna coltivarlo.






