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Leone XIV. (@VATICAN MEDIA)
Non è soltanto un’enciclica sull’intelligenza artificiale. È un testo sul lavoro, sul potere, sulla dignità della persona nell’epoca in cui gli algoritmi entrano nelle fabbriche, negli uffici, nelle piattaforme digitali, nei processi decisionali, perfino nella vita quotidiana. È attorno a questa intuizione che la rivista LavoroDirittiEuropa, diretta da Piero Martello, dedica un ampio focus alla Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, pubblicata nel 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII.
Il dato è significativo. A raccogliere la sfida non è una rivista ecclesiale, ma uno spazio di riflessione giuridica e sociale sul lavoro. Segno che il documento di Leone XIV non resta confinato nel perimetro del magistero cattolico, ma entra nel cuore del dibattito pubblico: che cosa diventa il lavoro umano quando la macchina non si limita più a sostituire la forza fisica, ma pretende di imitare il giudizio, la decisione, la creatività?
Nel suo contributo, Gandolfo Maurizio Ballistreri, professore associato di Diritto del lavoro all’Università di Messina e studioso di diritto del lavoro e relazioni industriali, legge la Magnifica Humanitas come una denuncia del “tecnocapitalismo”: un sistema in cui piattaforme, dati e intelligenza artificiale rischiano di trasformare il lavoratore in una variabile dell’efficienza. Riders, lavoratori digitali, professionisti sottoposti a sorveglianza algoritmica, cittadini ridotti a profili: è questo il nuovo proletariato della rivoluzione tecnologica. Ballistreri collega l’enciclica alla tradizione del diritto del lavoro europeo, da Umberto Romagnoli a Gino Giugni, e vede nel testo di Prevost un punto d’incontro tra dottrina sociale cattolica, costituzionalismo del lavoro e cultura socialdemocratica.
Marco Biasi, professore associato di Diritto del lavoro all’Università degli Studi di Milano, dove insegna anche temi legati al rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro, insiste invece sull’idea di “custodia”. La tecnologia non è neutrale, ricorda Biasi seguendo il ragionamento del Papa: può accrescere partecipazione e giustizia, oppure allargare controllo, disuguaglianze ed esclusione. Da qui il richiamo a quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti e soprattutto a una politica che non abdichi. Non basta invocare genericamente l’etica: bisogna decidere chi governa l’algoritmo, con quali regole, con quali responsabilità e con quale idea di persona.
Nel Primo commento alla enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, Tiziano Treu, professore emerito di Diritto del lavoro all’Università Cattolica di Milano, già ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nei governi Dini e Prodi e presidente del Cnel dal 2017 al 2023, mette in evidenza il cuore politico del documento: l’intelligenza artificiale non è moralmente neutra. Ogni sistema tecnico porta con sé priorità, omissioni, classificazioni, gerarchie. Per questo, sostiene Treu, l’enciclica chiede discernimento umano, responsabilità, vigilanza, ma anche il coraggio di “disarmare” l’IA, sottraendola alla logica della competizione armata, economica e cognitiva. Il punto non è avere una macchina più morale, ma una politica più presente.
Di lavoro come rinascita parla don Bruno Bignami, sacerdote della diocesi di Cremona, docente di teologia morale e direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei. Nel saggio I magnifici tre aggettivi del lavoro «Più sicuro, più creativo, più dignitoso», Bignami legge la Magnifica Humanitas attraverso due immagini bibliche: Babele e Neemia. Da una parte il lavoro come volontà di potenza, uniformità, dominio. Dall’altra il lavoro come ricostruzione, responsabilità condivisa, cantiere comune. Bignami coglie nel testo di Leone XIV una teologia concreta del lavoro: non semplice mezzo di sostentamento, ma luogo in cui la persona cresce, coopera, costruisce legami, partecipa al bene comune. Per questo l’innovazione non può produrre lavori più insicuri, più ripetitivi, più poveri di senso. Deve renderli, appunto, più sicuri, più creativi, più dignitosi.
Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl, in Magnifica humanitas, un’IA pro-umana è possibile!, concentra l’attenzione sul potere delle Big Tech e sulla necessità di una “pro-worker AI”. Non si tratta di respingere l’intelligenza artificiale in blocco, né di rifugiarsi in un luddismo fuori tempo massimo. Il problema è decidere se l’IA servirà a sostituire il sapere umano o a valorizzarlo. Per Fumarola, la risposta passa dalla contrattazione collettiva, dalla partecipazione dei lavoratori, dalla formazione e da una politica industriale capace di orientare la tecnologia verso la crescita umana. Senza competenze, l’IA diventa sostituzione. Con competenze, può diventare lavoro nuovo e più ricco.
Infine Maurizio Marchesini, imprenditore, presidente di Marchesini Group e vicepresidente di Confindustria con delega al Lavoro e alle Relazioni industriali, offre una prospettiva dal mondo dell’impresa con Lavoro, intelligenza artificiale e civiltà industriale europea. La sua lettura è netta: l’enciclica non è antitecnologica. Al contrario, riconosce nella tecnica una dimensione della vocazione creativa dell’uomo. Ma chiede che l’innovazione sia governata. Marchesini vede qui una grande occasione per l’Europa: costruire un modello capace di tenere insieme competitività, libertà economica, coesione sociale, dignità del lavoro e responsabilità democratica. Non nostalgia industriale, dunque, ma una nuova civiltà industriale europea fondata sul capitale umano.
Il focus di LavoroDirittiEuropa mostra così la portata vera della Magnifica Humanitas. Leone XIV non scrive un testo contro la modernità. Scrive un’enciclica contro l’idea che la modernità debba per forza diventare dominio. Non rifiuta l’intelligenza artificiale, ma rifiuta che l’uomo venga ridotto a dato, costo, prestazione, scarto. Rimette al centro una verità antica e insieme futuribile: il lavoro non è una merce e la persona non è una funzione dell’algoritmo.
È questo il punto più forte del dibattito aperto dalla rivista. Dopo la Rerum Novarum, la Chiesa parlò alla questione operaia della rivoluzione industriale. Con la Magnifica Humanitas, Leone XIV prova a parlare alla questione umana della rivoluzione algoritmica. E lo fa ricordando a giuristi, imprenditori, sindacati, politica e società civile che il futuro non lo decide la macchina. Lo decide chi avrà ancora il coraggio di governarla.
A completare il quadro interviene Stefano Zamagni, economista, tra i principali studiosi italiani dell’economia civile, docente legato all’Università di Bologna e già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Nel saggio Il lavoro umano nella “Magnifica Humanitas”, Zamagni sposta il discorso ancora più in profondità: l’intelligenza artificiale, sostiene, non va trattata come una tecnologia fra le altre, paragonabile al motore a vapore o al microprocessore, perché cambia la struttura antropologica del lavoro e il rapporto tra persone, strumenti e risultati. Il punto non è solo se l’IA aumenti la produttività, ma chi decide come si lavora, chi governa i processi, chi paga i costi della trasformazione e se il lavoro resti un bisogno umano fondamentale, oltre che un diritto. Molto efficace il richiamo finale a una storia di Gianni Rodari: un venditore propone una macchina capace di fare i compiti al posto del bambino, ma in cambio chiede il suo cervello. La morale è brutale e perfetta per l’epoca dell’IA: se smettiamo di pensare, qualcun altro penserà per noi, e finirà per toglierci la libertà. Da qui la proposta di Zamagni di arrivare a un nuovo habeas mentem, un diritto a custodire la mente come l’habeas corpus custodiva il corpo.




