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Il Kosovo ricomincia da Albin Kurti per risolvere l’impasse politica che dura ormai da più di un anno e mezzo. Il partito del premier uscente, Lvv o Vetevendosje, ha vinto le elezioni di domenica 7 giugno, le terze negli ultimi 18 mesi passati senza un accordo in assemblea per eleggere il nuovo presidente della repubblica e formare un governo stabile.
Ma l’incertezza pende ancora sul piccolo paese balcanico. Vetevendosje, che in albanese significa autodeterminazione e ha un orientamento di centrosinistra nazionalista e filoatlantico, ha conquistato il 43,2% dei voti: senza la maggioranza assoluta Albin Kurti dovrà formare una coalizione con gli altri partiti.


Il premier, che governa il paese da marzo 2021, ha festeggiato tutta la notte con i fuochi d’artificio in piazza Skanderbeu a Prisitna e ha assicurato che collaborerà con l’opposizione: del resto dalle urne è uscito più debole rispetto alle ultime elezioni di dicembre 2025 in cui aveva conquistato più del 51% dei voti. Adesso dovrà confrontarsi con il partito dell’ex presidente Vjiosa Osmani o l’Alleanza per il Kosovo, entrambi in crescita rispetto a sei mesi fa. E anche il partito della minoranza serba, la Lista Srpska, è forte di un risultato che va oltre il 6% dei voti.


Sullo sfondo dell’impasse politica rimangono sospesi i due nodi del paese: la riconciliazione sociale e il percorso verso l’Ue.
A distanza di ventisei anni dalla fine della guerra del ‘99 e a quasi diciotto dalla proclamazione di indipendenza, il Kosovo deve ancora completare la sua maturità politica e sociale: non fa ancora parte delle Nazioni Unite e il cammino verso Bruxelles è ancora lungo. «Il voto dei cittadini merita di trovare una traduzione rapida e responsabile nelle istituzioni del paese. Ogni ritardo non necessario indebolisce la capacità dello stato di rispondere ai bisogni della popolazione e ostacola il progresso del Kosovo» spiega monsignor Dode Gjergji, vescovo della diocesi Prizren-Pristina. «La democrazia non è soltanto il diritto di scegliere, ma anche il dovere morale di collaborare al servizio del bene comune.
Per questo motivo, il tempo che segue le elezioni richiede saggezza, maturità politica, disponibilità al dialogo e rispetto della dignità di ogni persona: solo su queste fondamenta può essere costruita una società più giusta» ha concluso monsignor Gjergji.


Il Kosovo è una entità politica ma ancora l’identità nazionale e la coesione sociale sono ancora lontane. I veicoli blindati della Kfor passano a bassa velocità mantenendo una presenza discreta ma concreta vicino ai monasteri ortodossi e ai villaggi serbi come Gracanica o nei pressi di Djakova e di Meje, teatro della più grave tragedia della guerra del ‘99: il 27 aprile 372 civili di cui molti cattolici e minorenni furono uccisi dai paramilitari serbi. Adesso le speranze di riconciliazione e progresso passano attraverso la capacità della classe politica di uscire dall’impasse.
«Oggi abbiamo la possibilità di crescere i nostri figli senza guerra», spiega Petrit Hasanaj, 48 anni: quel 27 aprile perse il fratello di 16 anni, il padre e il nonno. Lo zio risulta ancora scomparso. Petrit guarda le lapidi del memoriale a Meja, poi sospira. «Abbiamo versato tanto sangue fino dai tempi dell’ex Yugoslavia. La riconciliazione? Forse con mio figlio. Oggi siamo uno stato multietnico e giovane ma non possiamo essere lasciati soli. Prima ci fanno entrare nell’Ue e meglio è».







