«Abbiamo raccolto un po' di terra intrisa del sangue di padre Crépin. Questa terra sarà conservata qui in parrocchia e una parte sarà data alla sua famiglia. Viviamo questo momento con fede e speranza: che il sacrificio di Padre Crépin porti frutti di pace per tutti».

Con queste parole, il vescovo di Bangassou (Repubblica Centrafricana) Aurelio Gazzera ha dato l’estremo saluto a padre Crépin Martial Monga Hadassi, prete diocesano di 30 anni ucciso lo scorso 29 giugno nella parrocchia di Zémio, di cui era vice parroco. Ordinato cinque anni fa, padre Crépin era molto impegnato in un’opera di dialogo e pacificazione in questa regione sud-orientale del Centrafrica, che continua a essere segnata da forti tensioni e conflitti. «In questo contesto, parlare di pace è veramente una scommessa e un sogno, ma bisogna continuare a sognare e sperare - sottolinea il vescovo Gazzera, carmelitano scalzo, che è diventato vescovo di Bangassou lo scorso 24 giugno, dopo due anni come coadiutore e dopo più di trenta come missionario in quello che è uno dei Paesi più poveri e travagliati dell’Africa -. Certo è un momento durissimo, ma non vogliamo che questa morte, questa uccisione sia inutile; vogliamo che il sacrificio di padre Crépin possa dare senso anche alle centinaia di persone che vengono uccise qui continuamente, e a tutte quelle che hanno sofferto, perso la vita, perso tutto».

La preghiera di suffragio e la sepoltura di padre Crépin Martial Monga
La preghiera di suffragio e la sepoltura di padre Crépin Martial Monga

La preghiera di suffragio e la sepoltura di padre Crépin Martial Monga

L'uccisione di padre Crépin ha colpito profondamente la comunità di Bangassou. Perché è stato ucciso?

«Padre Crépin era un giovane sacerdote, che negli ultimi due anni era qui a Zémio, dove oltre al lavoro di parroco si è impegnato moltissimo per il dialogo e la pace. Gran parte del suo tempo era dedicato proprio a questo: cercava di tenere i contatti con i vari gruppi ribelli che sono presenti in questo territorio e proprio in questi ultimi mesi stava lavorando per mettere le basi per un dialogo che avrebbe coinvolto le varie parti. In questa zona del Centrafrica, infatti, da più di un anno si è intensificata la guerra. Proprio due settimane fa, padre Crépin era partito per sensibilizzare alcuni villaggi. La cosa strana è che le autorità sfuggono a qualsiasi domanda e questo è preoccupante. Quindi probabilmente erano molte le persone interessate a eliminarlo per questa sua opera di ricerca della pace».

Quale vuoto lascia non solo come sacerdote ma anche come punto di riferimento per la popolazione?

«Quando abbiamo saputo della sua uccisione il nostro pensiero è andato subito a questa comunità che da molto tempo sta vivendo un vero e proprio calvario con continui scontri tra bande. E, come sempre, chi ci rimette di più è la popolazione civile. Due settimane fa ci sono stati scontri tra soldati russi e militari centroafricani ed è morta una giovane donna incinta. Padre Crépin, insieme al parroco, ha accolto migliaia di sfollati in questi ultimi mesi. In questo contesto, la sua uccisione sembra, da una parte, essere un avvertimento a lui, alla Chiesa cattolica e a tutti quelli che in un modo o nell'altro si impegnano per la pace; dall'altra, però, rappresenta senz'altro un momento tragico per la gente che si vede abbandonata anche da quei pochi che rimangono a difenderla. La sua uccisione ha gettato molti nello sconforto. Proprio per questo, con la mia presenza qui, con il funerale celebrato a Bangassou, e la Messa di sabato mattina a Zémio, ho voluto dare un messaggio forte per cercare di dare coraggio e respingere un po' questo scoraggiamento. Nell'omelia ho detto che padre Crepin è stato ucciso, ma non è stata uccisa e non dobbiamo lasciare morire la speranza della pace».

Come accennava, l'omicidio è avvenuto in un contesto di grande insicurezza. Com’è oggi la situazione nella regione di Bangassou?

«Qui siamo ai confini con la Repubblica Democratica del Congo e con il Sud Sudan, terre che da più di vent'anni sono teatro di scontri e vedono la presenza di milizie molto pericolose. Abbiamo avuto per molto tempo i ribelli del Lord’s Resistance Army, che dall'Uganda erano passati qui con il loro terribile leader Joseph Koni. Solo un paio di anni fa erano stati liberati gli ultimi bambini rapiti e trasformati in soldati, quindi c'era già una situazione di grande sofferenza. A questo si è aggiunto l’arrivo della Seleka, la formazione di ribelli che ha preso il potere a Bangui, nel 2014; pure loro hanno portato morte e distruzione per molto tempo. Tre anni fa, i giovani della regione si sono organizzati in milizie di autodifesa e sono riusciti a scacciare parte di questi ribelli da alcune città, cosa che né lo Stato, né i caschi blu riuscivano a fare. La loro è stata un'iniziativa popolare partita dal basso, che è riuscita a ottenere qualche risultato. A quel punto il governo ha pensato di fare loro un po' di formazione e di inserirli nell'esercito insieme ai russi; però, come succede spesso in queste iniziative, c'è stato molto entusiasmo in partenza, poi le belle promesse sono state dimenticate e l'integrazione non è avvenuta. Nell'ultimo anno, alcuni elementi di questo gruppo sono stati invitati nella capitale, poi arrestati e di molti di loro si sono perse le tracce, quindi probabilmente sono stati uccisi. Nel maggio del 2025, all'ennesimo arresto di alcuni elementi del loro gruppo, questi giovani hanno attaccato sia l'esercito che gli alleati russi e quindi qui è successo di nuovo il disastro».

Le vostre missioni hanno accolto moltissime di persone in fuga.

«Per mesi ci sono state migliaia di persone qui alla missione, le scuole sono rimaste quasi chiuse per più di un anno, tantissima gente è fuggita anche nel vicino Congo, dove c'è un campo di rifugiati con almeno 30-40 mila persone originarie di Zémio. Siamo praticamente dentro una guerra che si trascina, tra alti e bassi, da molti anni, ma quest'ultimo periodo è stato davvero molto pesante. Anche per questo che ero venuto qui con la Piattaforma dei leader religiosi, tra cui il cardinale di Bangui Dieudonné Nzapalainga, l’imam e un pastore protestante, proprio per cercare di parlare con tutte le parti e provare a trovare una soluzione».

Monsignor Aurelio Gazzera, vescovo di Bangassou
Monsignor Aurelio Gazzera, vescovo di Bangassou

Monsignor Aurelio Gazzera, vescovo di Bangassou

Quali risposte vi aspettate dalle autorità centrafricane dopo l’uccisione di padre Crépin?

«Nei giorni scorsi, andando a visitare tutte le autorità militari e civili, dicevo loro che rimaniamo con più domande che risposte, anche sull'uccisione del nostro sacerdote. Da mesi parliamo di dialogo, ma l'esercito governativo è molto duro e cerca di evitarlo in ogni modo. Quanto ai militari russi, che sono in teoria alleati del governo, parlano e agiscono spesso al suo posto, senza che il governo abbia il coraggio di dire qualcosa. In più ci sono i ribelli. E così oggi ci troviamo sostanzialmente di fronte a un muro contro muro».

Nonostante il dolore e la paura, voi come Chiesa continuate a rimanere accanto alla popolazione. Quale messaggio ha trasmesso ai fedeli di Bangassou e alla popolazione della zona?

«Abbiamo pregato anche sabato mattina, iniziando la Messa qui a Zémio, nel nome del Padre e del Figlio dello Spirito Santo. Ho ricordato che anche la croce è stata un crimine assurdo, un'uccisione di un innocente. Ma se il sangue di Cristo ha salvato tutti noi, dobbiamo pregare perché anche il sangue di padre Crépin possa aiutarci e guidarci sulla via della pace. Alla fine della celebrazione siamo andati sul luogo dove è stato ucciso, abbiamo pregato, abbiamo preso un po' di terra che è intrisa del sangue di questo sacerdote e la vogliamo conservare per la Chiesa e per la sua famiglia. Inoltre, ho voluto celebrare sia i funerali che la Messa con il colore rosso, quello dei martiri. Chiaramente non è un giudizio da parte nostra che anticipa il giudizio della Chiesa, però è un constatare che un uomo ha perso la vita, testimoniando il Signore e testimoniando la pace che il Signore ci vuole dare».