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Ha trasformato la cena annuale dell'Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca in un attacco ai media, agli storici alleati degli Stati Uniti e alla stessa Costituzione. Donald Trump, a tre mesi dal fallito attacco – sul quale ancora non si è fatta piena luce – che aveva costretto a interrompere la consueta serata con i media, è tornato a parlare davanti ai giornalisti delle principali testate americane, in un clima di massima sicurezza massima.
L’incontro al Waldorf Astoria di Washington, «una dimostrazione di incrollabile determinazione», si è aperto con il ricordo di quello che il presidente americano ha definito un «attacco atroce».
La serata è diventata il palcoscenico di una nuova, aggressiva offensiva di Trump contro due dei suoi bersagli preferiti: l'Europa e i media.
A pochi mesi dal vertice Nato di Ankara, dove aveva già accusato Italia, Germania e Francia di aver «voltato le spalle» a Washington, Trump è tornato a lanciare la sua crociata commerciale contro l'Unione europea.
Il pretesto sono state le multe antitrust inflitte dalle autorità europee a giganti tecnologici americani come Google, Apple, Meta e Amazon. Ma il tono è quello di un ultimatum: «Gli Stati Uniti non sono un salvadanaio per l'Europa, né permetteremo che lo diventino», ha dichiarato. Aggiungendo: «L’Unione europea pagherà un prezzo molto alto per questa condotta illegale e altamente non etica, sulla quale ho costantemente messo in guardia Bruxelles. Prevediamo di imporre loro pesanti dazi doganali il prima possibile». Il giorno prima della cena Trump aveva già annunciato una nuova ondata di dazi contro circa 60 Paesi. L'attacco all'Europa si inserisce in una strategia sistematica di delegittimazione degli alleati storici, dipinti come nemici che "derubano" l'America. Una visione che trasforma un'alleanza strategica in un rapporto di forza, in cui il rispetto delle regole europee (dalla concorrenza alla privacy) viene equiparato a un'ostilità da punire.
Il bersaglio principale, però, sono stati i giornalisti accusati di diffondere notizie false, di credere al rapporto Epstein e di essere ossessionati da lui.
«Questo posto è il più grande gruppo di persone affette da sindrome da ossessione per Trump», ha dichiarato sottolineando che «il 93 per cento delle notizie su di me sono negative». Notizie false, secondo lui, come quelle sulla guerra in Iran: «Ho sentito solo fake news. Ma la loro marina non esiste più, l'aviazione non esiste più, non hanno più radar. Stiamo parlando con loro proprio ora. Teheran deve scegliere tra un accordo e bombardamenti molto più massicci».
Trump ha preso di mira quanti considera suoi oppositori tra cantanti (Bruce Springsteen), media (Cnn e Nyt) e politici (l'ex presidente Joe Biden, il governatore dem della California Gavin Newsom e la senatrice dem Elizabeth 'Pocahontas' Warren), solo per citare alcuni dei suoi obiettivi.
Ha poi attaccato personalmente Kaitlin Collins della Cnn invitandola a «sorridere di più» e Jake Tapper, ribattezzato «Fake Tapper» e ha minacciato direttamente l’informazione: «Quando me ne sarò andato, sarete tutti in bancarotta».
Non una semplice battuta. L'amministrazione Trump ha già intentato cause contro numerose testate, ha escluso l'Associated Press dal pool presidenziale e ha limitato l'accesso dei giornalisti sgraditi al Pentagono. Proprio quella settimana, il Dipartimento di Giustizia era stato costretto da un’ondata di proteste a ritirare i mandati di comparizione contro i giornalisti del New York Times che avevano condotto un’inchiesta sull’Air force one.
Infine ha tirato fuori un cappellino rosso con la scritta Trump 2028 e l’annuncio tra il serio e lo scherzoso di volersi candidare per un terzo mandato, vietato dalla Costituzione.
«Sono lieto di annunciare la mia intenzione di candidarmi come presidente degli Stati Uniti», ha dichiarato. «Dovrebbe essere facile. Ormai sono diventato molto bravo a candidarmi alla presidenza. Ho vinto due volte. Ora lo farò di nuovo».
I giornalisti, però non sono rimasti a guardare, oltre 550 avevano firmato una lettera aperta chiedendo all'associazione di condannare pubblicamente gli attacchi dell'amministrazione alla libertà di stampa. Al gala hanno mandato in onda anche un filmato incentrato sulla libertà d'espressione e sul dovere del presidente di «accettare anche le domande scomode». Nelle immagini, inoltre, il presidente appare mentre insulta e intimidisce i giornalisti, mentre scorrono i commenti, a difesa della libertà di stampa, dei giornalisti veterani, tra cui il leggendario Dan Rather. Non solo, Trump ha dovuto anche stringere la mano ai premiati della serata tra i quali il team del Wall Street Journal che ha ricevuto un riconoscimento per la copertura giornalistica dei legami di Trump con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein.




