«Un soldato cattolico non dovrebbe partecipare a questo spettacolo crudele. Credo che potrebbe rifiutare anche di far parte del plotone di esecuzione». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller non lascia spazio ad ambiguità. Nell’intervista al Corriere della Sera, il teologo tedesco, già prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, e considerato uno degli interpreti più autorevoli dell’ortodossia cattolica, invoca l’obiezione di coscienza di fronte al progetto degli Stati Uniti di trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, l’ex maggiore dell’esercito condannato per la strage di Fort Hood, in Texas, nel 2009.

Hasan uccise 13 persone e ne ferì altre 32 aprendo il fuoco nella base militare. La sua condanna a morte risale al 2013. Il Pentagono ha annunciato che l’esecuzione, prevista per il 3 dicembre in assenza di ricorsi, potrebbe essere trasmessa pubblicamente in streaming. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto l’iniziativa e Donald Trump ne ha inizialmente approvato la diffusione, affermando poi che prenderà una decisione definitiva. Se il progetto venisse confermato, si tratterebbe della prima esecuzione militare statunitense trasmessa in diretta online.

La gravità dei delitti di Hasan non è in discussione nelle parole di Müller. È proprio questo, però, il punto della sua critica: la condanna di un crimine, anche terribile, non autorizza lo Stato a trasformare la morte in uno spettacolo. «Questo è un atto barbarico», afferma il porporato, ricordando che anche le democrazie devono riconoscere limiti invalicabili nell’esercizio del potere, «Lo Stato, anche nelle democrazie, non ha il diritto di disporre del corpo umano. Ci sono limiti, che significano no alla tortura e no alla pena di morte».

Alcuni familiari delle vittime della strage di Fort Hood, in Texas, il 10 aprile 2015. L’attacco, compiuto il 5 novembre 2009 dall’allora maggiore dell’esercito Nidal Hasan, provocò 13 morti e 32 feriti
Alcuni familiari delle vittime della strage di Fort Hood, in Texas, il 10 aprile 2015. L’attacco, compiuto il 5 novembre 2009 dall’allora maggiore dell’esercito Nidal Hasan, provocò 13 morti e 32 feriti

Alcuni familiari delle vittime della strage di Fort Hood, in Texas, il 10 aprile 2015. L’attacco, compiuto il 5 novembre 2009 dall’allora maggiore dell’esercito Nidal Hasan, provocò 13 morti e 32 feriti

(EPA)

L’Onu: «È tortura»

Anche le Nazioni Unite hanno preso posizione, con parole che aggravano ulteriormente la portata della vicenda. «La trasmissione in diretta streaming di un’esecuzione equivale a un’esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura», ha affermato l’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani. Il portavoce Shabia Mantoon, richiamando le esecuzioni pubbliche in Afghanistan e in Iran, ha aggiunto che «tali esecuzioni costituiscono una forma di trattamento o pena crudele, inumano o degradante». Il richiamo dell’Onu sposta il dibattito anche sul terreno del diritto internazionale e della tutela della dignità umana: non è soltanto la pena capitale a essere contestata, ma la decisione di trasformare l’uccisione di un condannato in un evento pubblico trasmesso in rete. È contro questa spettacolarizzazione della morte che si concentra anche la denuncia del cardinale Müller, secondo il quale un militare cattolico dovrebbe poter rifiutare di partecipare all’esecuzione, senza considerare l’obbedienza a un ordine sufficiente a cancellare la responsabilità della propria coscienza.

La giustizia non è vendetta

La questione, dunque, va ben oltre le modalità con cui il governo americano intende eseguire una sentenza. Riguarda l’idea stessa di giustizia e il confine tra la legittima tutela della collettività e l'uso della violenza come dimostrazione di forza. Per Müller, trasmettere la fucilazione significa oltrepassare un limite morale, esponendo anche bambini e giovani alla rappresentazione pubblica di un’uccisione.

Il cardinale non risparmia le critiche all’amministrazione americana: «Non si può obbedire a questi ordini immorali», afferma a proposito della possibilità che i militari coinvolti si rifiutino di partecipare all’esecuzione. Una posizione che richiama il tema della responsabilità personale: l’obbedienza a un comando non cancella la coscienza di chi è chiamato a eseguirlo.

Il ragionamento si inserisce nella dottrina cattolica sulla pena capitale che non considera la dignità umana una prerogativa riservata agli innocenti. Anche chi ha commesso delitti gravissimi conserva una dignità che lo Stato è chiamato a rispettare. La Chiesa, con la revisione del Catechismo voluta da papa Francesco nel 2018, ha definito la pena di morte «inammissibile», riconoscendo che la dignità della persona non viene meno neppure dopo la commissione di reati gravissimi.

La distanza da Trump, dai vescovi al Papa

Le parole di Müller non sono una voce isolata. Il 9 ottobre l’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha reagito con «shock e grande dolore» alla decisione di trasmettere pubblicamente l’esecuzione. «Il nostro Dio è il Dio della vita. In nessun modo le azioni di Hasan possono essere giustificate, ma questa decisione è una promozione barbara di una cultura di morte e deve essere riconsiderata», ha dichiarato.

Coakley ha richiamato anche la Lettera ai Romani: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,17). Un monito che sposta il discorso dalla legittima indignazione per la strage alla responsabilità morale dello Stato: punire chi ha ucciso non significa dover riprodurre, in nome della giustizia, una logica di morte. Sulla stessa linea si è espresso il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano: «Non è accettabile che ci sia una spettacolarizzazione della morte, per quanto naturalmente la persona sia colpevole, però ci sono altri sistemi», ha affermato il 9 ottobre. Parolin ha ribadito che la posizione della Chiesa è di «opposizione totale» alla pena capitale, incompatibile con la dignità umana e priva, a suo giudizio, di una funzione deterrente. Anche papa Leone XIV ha ribadito l’inammissibilità della pena di morte, richiamando la posizione della Chiesa e la possibilità di garantire la sicurezza pubblica senza ricorrere alle esecuzioni. Il quadro che emerge non è quello di una contrapposizione tra la Chiesa e gli Stati Uniti, ma di una distanza sempre più evidente tra il magistero cattolico sulla dignità umana e una specifica decisione politica della Casa Bianca. I pronunciamenti di Coakley, Parolin e Müller convergono su un punto: nessuna esigenza di sicurezza e nessuna volontà di mostrare fermezza possono rendere moralmente accettabile la spettacolarizzazione della morte.