«La situazione qui è drammatica, siamo totalmente devastati, è tutto distrutto. La quantità di feriti e di morti è inestimabile. Siamo rimasti in pochi nel mio ospedale a essere sopravvissuti. Più del 60% dei miei colleghi di lavoro ha perso la vita sotto le macerie. Sto lavorando in una condizione di stress postraumatico indicibile», dice Alnayluz López, medica anestesista dell’Hospital José María Vargas de La Guaira. Lo fa con voce stremata e quasi in lacrime. Alnayluz ha perso la casa ma non la sua famiglia, e lavora ininterrottamente nonostante tutto. «I soccorsi continuano senza tregua. Ieri, 3 luglio, a distanza di più di una settimana dalle scosse, continuano a esserci persone vive sotto gli edifici crollati. È un miracolo, e noi speriamo di poterle salvare tutte. Nel mio ospedale stiamo procedendo con molte amputazioni sia nei bambini sia negli adulti, fasciotomie. Io sto curando lesioni molto gravi. Nelle strutture in cui sto operando tutti abbiamo perso qualcuno, ognuno di noi ha parenti, colleghi o familiari sotto le macerie. A un certo punto, siamo rimasti senza risorse, ma per fortuna sono arrivati gli aiuti in pochissimo tempo e le cose sono migliorate di ora in ora. Sappiamo che questa situazione durerà a lungo, ci vorrà molto tempo per uscirne, ma noi continueremo a fare il nostro lavoro fra un pianto e un abbraccio. I dispersi sono tanti, e una delle cose più tristi è che tantissime persone stanno cercando di riconoscere i propri cari ma non riescono perché il corpo è già in decomposizione e questo addolora perché ognuno in cuor suo vuole una degna sepoltura per un proprio caro», conclude la dottoressa Alnayluz.

In coda per il riconoscimento dei propri familiari, bare ordinate, corpi che attendono di essere riposti e sigillati, grida di disperazione e lacrime: è questa la fotografia attuale che ci arriva dal Venezuela. Fornire un numero preciso dei dispersi è impossibile, si parla di oltre 50mila, ma è una cifra che cambia rapidamente. Ognuno spera di non trovare in quel maledetto elenco le persone che ama.

La solidarietà delle imprese: bare, letti e aiuti per chi ha perso tutto

«La nostra decisione nasce dal valore che ha per noi la solidarietà, dal profondo legame che sentiamo con il nostro popolo che in questo momento sta vivendo una disgrazia terribile. Siamo molto provati. All’inizio sentivamo una sensazione di impotenza per non poterci mobilitare direttamente però poi abbiamo deciso di non stare con le braccia incrociate così con una impresa amica e vicina ci siamo uniti per dare una risposta urgente e abbiamo cominciato a costruire letti a castello per chi ha perso tutto e si trova senza un’assistenza, ma continuando con le urne e le bare che sono il nostro lavoro di sempre». Migdalia Araujo, 47 anni, socia di Insustrias Araujo, una impresa familiare di Barquisimento, a quasi 400 km da La Guaira, racconta che ogni giorno partono bare dalla loro sede operativa per raggiungere la Guaira. «La situazione è davvero difficile, la cifra ufficiale di chi ha perso la vita fra le macerie oltrepassa di tanto - tantissimo -, la nostra capacità produttiva. Come impresa stiamo dando il massimo ma le nostre risorse hanno un limite quindi, oggi più che mai, abbiamo la necessità che altre imprese o persone specifiche si uniscano a questa causa. Abbiamo bisogno di appoggio continuo con materiali e logistica per non bloccare la produzione. È una responsabilità che ci vede coinvolti tutti, e l’unico modo per uscire da questa terribile emergenza è la collaborazione», aggiunge Migdalia.

Dare un numero preciso di quante bare producono all’ora è complicato perché il processo produttivo attuale di Industrias Araujo dipende da due principali fattori: il materiale e i volontari che si sono uniti per dare una mano e velocizzare le consegne. «Molti non sono specialisti del mestiere quindi essendo volontari apprendono facendo, spinti dal forte desiderio di voler fare qualcosa per gli altri e, nonostante il nostro personale fisso, il motore principale di questo processo sono i volontari», conclude.

Alcune maestre volontarie a Caracas
Alcune maestre volontarie a Caracas

Alcune maestre volontarie a Caracas

È incredibile come la società civile venezuelana abbia messo su a pochissime ore dalle scosse una rete solida e solidale. Il progetto “Energía solidaria” di Aromía, la scuola di tecnologia gastronomica di Caracas, ha creato una crema spalmabile proteica, già pronta per essere consumata sia dalle persone coinvolte dal sisma che si trovano in condizioni di vulnerabilità sia dai soccorritori che trascorrono più di 24 ore senza un pasto. «Il nostro prodotto è stato già consegnato a oltre 2000 soccorritori, dobbiamo continuare la produzione affinché arrivi a molte più persone. La crema è fatta con frutta secca e cacao. Ogni sacca contiene 500 calorie. In questo momento abbiamo tutte le nostre macchine occupate nella produzione, per questo voglio rivolgermi agli altri produttori di cacao affinché si uniscano a noi. Saremmo davvero contenti di poter continuare insieme perché è solo in questo modo che si può essere più rapidi e soprattutto più efficaci», dice Victor Marquéz, direttore di Aromía.

Uno dei palazzi devastati dal sisma a La Guaira
Uno dei palazzi devastati dal sisma a La Guaira

Uno dei palazzi devastati dal sisma a La Guaira

I bambini al centro: le maestre volontarie riportano un po' di speranza

Le bambine e i bambini de La Guaira, di Caracas e di altri luoghi interessati dal doppio sisma che non riescono ad andare a scuola sono tanti, e per loro è nata la rete di “Docentes Solidarias por la Infancia”, una comunità di educatrici volontarie specializzate che cercano di impegnare il tempo della scuola, ancora chiusa, con attività educative e d’intrattenimento all’aperto, mentre a pochi passi continuano le azioni di soccorso. «Stiamo lavorando con i bambini che si sono ritrovati senza casa, siamo già 115 maestre, fuori e dentro il Venezuela, riunite in diversi punti della città per portare ossigeno ai bambini, e chi di noi vive lontano ci sta dando una mano con materiali e altro che può preparare a distanza», dice Yetsania Rosales, maestra volontaria specializzata nei disturbi dello spettro autistico, e continua: «I bambini si sentono felici, ci riconoscono quando arriviamo e ci aiutano a organizzare le attività. Sono tante le cose che ci raccontano e non possiamo fare a meno di piangere, ma bisogna insegnare loro che si va avanti, che la vita continua, così ci asciughiamo le lacrime e riprendiamo a giocare. Loro in questo momento hanno un livello di attenzione molto basso quindi ci stiamo concentrando sul racconto di storie, su attività ludiche e artistiche che li aiutano a distogliere la mente dai discorsi sul terremoto che fanno gli adulti davanti a loro. La cosa bella è che negli spazi in cui siamo non si avvicinano solo i bambini ma anche i loro genitori che ci danno una mano nell’organizzazione del tempo e delle attività».