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Mentre a Teheran la processione funebre di Ali Khamenei attraversa per dodici ore le strade della capitale, con la bara esposta in una teca di vetro, milioni di fedeli in lutto rituale, propaganda politica e lamento nazionale fusi in un'unica liturgia, la Russia di Vladimir Putin sta costruendo il suo proprio monumento al potere assoluto. Non attraverso le piazze e i riti, ma attraverso la sottrazione silenziosa di corpi.
È la mobilitazione ombra, quella che il Cremlino continua a negare mentre i documenti da una decina di province russe raccontano l'opposto: aziende obbligate a fornire quote di soldati, fabbriche trasformate in centri di reclutamento forzato, università dove almeno il due per cento degli studenti deve firmare contratti militari.


È il ritmo della nuova liturgia del potere autoritario nel ventunesimo secolo. Non i tamburi che annunciano la guerra, ma il silenzio spezzettato dalle convocazioni negli uffici risorse umane. Non l'arruolamento di massa che provoca esodo e panico (come nel settembre 2022), ma l'erosione quotidiana: due uomini qui, tre lì, cinque nella fabbrica accanto. Una strategia che i servizi segreti russi, quell'FSB che nel febbraio scorso rivelava i piani di pace di Putin a un think tank ad essi collegato, hanno perfezionato come un'arte. Il controllo non per coercizione visibile, ma per dislocazione capillare della paura.
Putin è diventato quello che gli ayatollah iraniani sono sempre stati: un sovrano che governa attraverso l'apparato securitario, trasformando lo Stato in una macchina di mobilitazione permanente. A Teheran, Khamenei (ucciso nel bombardamento israeliano del 28 febbraio) aveva trasformato la morte stessa in uno strumento di governo, un evento che costringeva milioni di persone a partecipare al rito della lealtà coatta.
A Mosca, Putin sta facendo qualcosa di analogo: la guerra in Ucraina non è più un evento da annunciare, ma una condizione permanente che il sistema deve assorbire dal basso, attraverso pressioni diffuse che non lasciano traccia formale.


I numeri sono spaventosi. L'esercito russo ha subito oltre un milione di perdite in Ucraina, tra morti e feriti. Per colmare questo vuoto umano senza provocare il caos interno che una mobilitazione formale comporterebbe, il Cremlino sta ricorrendo a una tattica di dissanguamento progressivo e clandestino.
Nel governatorato di Ryazan, per la prima volta ufficialmente confermato, il decreto del governatore Pavel Malkov impone a ogni azienda con più di centocinquanta dipendenti di fornire da due a cinque "volontari" al mese. È una coscrizione del tutto illegale che procede sotto il velo di una scelta individuale.


Questo è il controllo totale mascherato da libertà contrattuale. È la lezione che l'Iran ha insegnato al mondo: il potere assoluto funziona quando riesce a trasformare l'obbedienza in rituale, la coercizione in partecipazione spontanea, la morte in cerimonia pubblica. È ciò che Tiziano Terzani avrebbe chiamato la "servitù volontaria" del potere moderno, dove lo Stato non ha nemmeno bisogno di usare la forza perché la popolazione stessa diviene complice della propria sottomissione.
Tutto questo accade mentre in America, Trump celebra il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza al Mount Rushmore, con un discorso che evoca la minaccia comunista e la grandezza militare americana.


È significativo: mentre Putin costruisce l'apparato della repressione silenziosa, Trump, anch'egli affascinato dal tema della forza, celebra la violenza internazionale americana come la via della virtù. Il comunismo, ha detto dal palco di roccia scavato dai presidenti, è la minaccia più grande della storia americana: peggio della Seconda guerra mondiale, peggio dell'11 settembre. È la retorica del potere assoluto che si autocelebra.


Ma è anche una dichiarazione di guerra culturale. Nel momento in cui Putin mobilita in silenzio, in cui l'Iran consolidava (prima della morte di Khamenei) una presa totalitaria sulla società attraverso il rito religioso, Trump trasforma l'anniversario della democrazia americana in una festa della forza militare e della rivalità ideologica. Non ci sono dubbi: gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio del 2026 testimoniavano il consolidamento globale di un nuovo paradigma del potere.
È il momento in cui gli autoproclamati difensori della libertà (Trump) e i sistemi esplicitamente autoritari (Putin, il regime iraniano) convergono su una medesima lezione: il potere ha bisogno di controllare i corpi, le menti, le narrative.


Che lo faccia attraverso decreti firmati segretamente nei governorati russe, oppure attraverso processioni funebri di dodici ore a Teheran, oppure attraverso discorsi celebrativi che trasformano la democrazia in mito della forza nazionale, il risultato è il medesimo.
Riguarda anche noi, come diceva il titolo della fonte. Perché quando Putin mobilita in silenzio un milione di persone per una guerra che non è ufficialmente una guerra, quando l'Iran perpetua il controllo anche nella morte del suo leader, quando l'America celebra il proprio anniversario come un momento di rivalità bellica globale, il sistema internazionale non si sta liberando da qualcosa. Si sta irrigidendo intorno a nuove forme di dominio più sofisticate, più invisibili, più difficili da contrastare di quanto fossero quelle della Guerra fredda.
È la nuova liturgia del potere. Imparare a vederla è il primo passo per resistervi.















