Ci sono libri che non nascono soltanto da un progetto editoriale, ma da un debito d’amore. La Madonna del Carmine. La storia e il culto a Scala Coeli, di Raffaele Iaria, appartiene a questa categoria rara e preziosa: non è semplicemente un volumetto di storia religiosa locale, ma un atto di gratitudine verso una terra, una comunità e una devozione che hanno attraversato generazioni.

Il merito principale dell’opera sta proprio nella sua doppia anima. Da una parte c’è il rigore della ricerca, con il paziente lavoro sulle fonti, sui documenti, sulle tracce storiche del culto carmelitano e della presenza dei Carmelitani a Scala Coeli, paese d’origine dell’autore. Dall’altra c’è il battito affettivo di chi scrive non da osservatore esterno, ma da figlio di quella comunità. Iaria non finge distacco: dichiara fin dall’inizio che queste pagine nascono dal desiderio di non dimenticare. Ed è proprio questa sincerità a dare forza al libro.

Scala Coeli, questo borgo meraviglioso arrampicato su un monte che guarda da lontano il mare della Calabria, emerge non come un semplice scenario, ma come protagonista. Il paese dell’Alto Ionio cosentino, con la sua chiesa matrice dedicata a Santa Maria Assunta, la statua della Madonna del Carmine venerata dagli scalesi in Italia e nel mondo, le sue memorie religiose e civili, diventa il luogo in cui la fede popolare mostra la sua tenacia. In tempi in cui molti piccoli centri rischiano di scomparire prima dalla memoria che dalle carte geografiche, questo libro compie un gesto necessario: rimette al centro una comunità, le sue radici, i suoi simboli. Perchè la pietà popolare nasce indissolubilmente oltre che da una fede schietta e genuina, dall’amore per la propria terra, ovunque conducano le strade del mondo.

La copertina del libro.
La copertina del libro.
La copertina del libro.

Particolarmente riuscita è la parte dedicata alla spiritualità carmelitana. L’autore accompagna il lettore dalle origini dell’Ordine, sul Monte Carmelo, in Palestina, fino alla diffusione del culto mariano, senza appesantire la narrazione. Il racconto resta accessibile, caldo, comprensibile anche a chi non possiede una preparazione specialistica. È un libro che informa, ma soprattutto restituisce un clima: quello della devozione semplice, delle processioni, delle novene, dei canti, delle immagini custodite nelle case, del popolo che si riconosce sotto lo sguardo materno di Maria.

Il capitolo sullo Scapolare è uno dei passaggi più intensi. Qui il simbolo non viene ridotto a oggetto devozionale o a residuo folklorico, ma viene presentato per ciò che è nella tradizione carmelitana: un segno di appartenenza, protezione e stile di vita cristiano. È bello che Iaria riesca a tenere insieme teologia e popolo, dottrina e sentimento, memoria e attualità. Perché la vera religiosità popolare, quando è raccontata bene, non è mai superstizione da compatire: è linguaggio della fede, grammatica del cuore, forma concreta con cui un popolo ha imparato a rivolgersi a Dio.

Il volume ha anche un valore civile. In un’Italia che spesso guarda ai borghi solo quando diventano cartolina turistica o emergenza demografica, Iaria ricorda che i paesi vivono anche attraverso le loro feste, i loro altari, le loro confraternite, i loro riti. Riti che l’autore ha cominciato ad amare fin da bambino, come in un film di Tornatore. La festa della Madonna del Carmine non è la ripetizione stanca di ciò che si è sempre fatto: è un patto comunitario che si rinnova, un modo per dire che una storia continua, anche quando l’emigrazione disperde gli abitanti e il tempo consuma le pietre.

La prefazione di monsignor Maurizio Aloise coglie bene il cuore del libro: questo lavoro è “un piccolo scrigno” che custodisce un grande tesoro. Ed è davvero così. Non ha la pretesa del trattato definitivo, e forse proprio per questo convince. Ha la misura sobria dei quaderni destinati a durare, di quelle pubblicazioni che una famiglia conserva, una parrocchia consulta, un emigrato porta con sé per ritrovare un pezzo di casa.

Raffaele Iaria consegna a Scala Coeli un’opera lusinghiera, devota e utile. Un libro che salva dall’oblio una pagina di storia locale e insieme parla a tutti coloro che sanno quanto contino le radici. Perché una comunità che ricorda la propria Madre, i propri santi, le proprie chiese e le proprie feste non resta prigioniera del passato: trova nel passato la forza per continuare a camminare. E alla fine della lettura ci ritroviamo tutti scalesi.