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Il brano di Matteo che abbiamo ascoltato oggi è una delle pagine più note e più toccanti del Vangelo. Gesù ci anticipa quello che sarà l’esame finale, l’ultimo esame della vita: non sarà altro che una interrogazione sulla misericordia.
Quando si prende la patente si dà prima l’esame di teoria e poi quello di guida. È inutile conoscere perfettamente tutte le leggi della strada e non saper guidare la macchina! L’esame finale, sulla misericordia, non sarà un esame di teoria, dove dovremo esporre le nostre riflessioni sulla misericordia e far rimanere S. Pietro a bocca aperta per le belle frasi “da baci perugina” che sappiamo pronunciare. Sarà un esame di pratica: come abbiamo vissuto le “opere di misericordia”?
Forse questa pagina del capitolo 25 di Matteo non è mai presa abbastanza sul serio. Forse non ci crediamo fino in fondo: “qualunque cosa avete fatto al più piccolo l’avete fatta a me!”. Possibile? Possibile che ci fosse veramente Gesù presente in quella persona che ho incontrato poco fa? In chi siede accanto a me o mi sta davanti in questo momento? In quel povero che chiede la carità? In quella vecchietta che non riesce ad attraversare la strada? In quella signora noiosa, che tutti evitano, perché non finisce mai di chiacchierare? In quel malato solo che nessuno va a trovare? In quel carcerato che ha fatto tanto male? In quel giovane sbandato? In quell’immigrato che aspetta assistenza, magari strampalato nei giardini pubblici? Eppure è proprio così. Leggiamolo di nuovo: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40).
Non dice: “è come se l’aveste fatto a me!”, dice proprio: “l’avete fatto a me!”. Basta chiederlo a Paolo. Non ha forse sentito il rimprovero: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,4). Quando Gesù gli è apparso sulla via di Damasco, non gli ha detto: perché perseguiti i miei discepoli? Gli ha proprio detto: perché mi perseguiti?
Se crediamo che Gesù è presente nell’Eucaristia perché ha detto: “Questo è il mio corpo” (1 Cor 11,24), allo stesso modo dobbiamo credere che è presente nel fratello, in ogni fratello, in particolare negli ultimi, perché con la stessa bocca e con la stessa chiarezza ha detto: “l’avete fatto a me!” (Mt 25,40).
Quanta devozione, quanto rispetto abbiamo per la Santa Eucaristia, ed è bene, per carità! Lo sanno bene i paolini che sono nati, si può dire, proprio di fronte all’Eucaristia in quella “notte della luce” con cui il mio condiocesano, il beato Giacomo Alberione, ha iniziato il XX secolo. Ma non dovremmo avere altrettanto rispetto e altrettanta devozione per i nostri fratelli? Quanti scrupoli se un ostia si perde o viene profanata. E le centinaia di fratelli che ignoriamo o, peggio, disprezziamo? Non sono anche queste vere e proprie profanazioni?
Di solito, quando parliamo della “carne di Cristo” ci riferiamo al sacramento dell’Eucaristia, dove crediamo che sotto la forma del pane è presente realmente Gesù, in corpo, sangue, anima e divinità. Gesù ha detto, infatti, “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in lui” (Gv. 6,56). Ma, e Papa Francesco lo ha sottolineato tante volte, la “carne di Cristo” è anche la carne dei poveri, dei deboli, dei malati, dei rifugiati, dei carcerati, nei quali possiamo toccare o rifiutare, abbracciare o allontanare, Cristo stesso, la sua carne umana: “L’avete fatto a me!”. Mi pare che questo sia uno dei temi più forti e forse più originali del magistero di Papa Francesco.
Rispondendo alla domanda di un giovane, una volta ha detto: “Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo! (…) quando io andavo a confessare nella diocesi precedente, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda: “Ma, lei dà l’elemosina?” – “Sì, padre!”. “Ah, bene, bene”. E gliene facevo due in più: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?” – “Ah, non so, non me ne sono accorto”. Seconda domanda: “E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?”. Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. (…) Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà, la povertà del Signore” (Piazza San Pietro, 18 maggio 2013).
E ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti: “Non dimenticate la carne di Cristo che è nella carne dei rifugiati: la loro carne è la carne di Cristo” (24 maggio 2013).
Visitando l’ospedale San Francesco d’Assisi in Provvidenza, a Rio de Janeiro, ha detto ai tossico-dipendenti ivi ricoverati: “in ogni fratello e sorella in difficoltà noi abbracciamo la carne sofferente di Cristo. Oggi, in questo luogo di lotta contro la dipendenza chimica, vorrei abbracciare ciascuno e ciascuna di voi, voi che siete la carne di Cristo, e chiedere che Dio riempia di senso e di ferma speranza il vostro cammino, e anche il mio” (24 luglio 2013). Anche nel drogato che non riesce a liberarsi della sua dipendenza c’è la carne di Cristo!
Cito ancora un’ultima frase delle tante di Papa Francesco su questo argomento, quando ha scritto: “Non serve una povertà teorica, ma la povertà che si impara toccando la carne di Cristo povero, negli umili, nei poveri, negli ammalati, nei bambini” (8 marzo 2014).
Oggi celebriamo la festa di Cristo Re. Il Re davanti al quale ci presenteremo per l’esame finale, che ci chiede una logica diversa da quella del mondo, perché la logica del mondo è quella del dominio, la logica del Regno di Cristo è quella del servizio: “chi non vive per servire, non serve per vivere”, ha detto Papa Francesco proprio qui all’Avana, al termine della Messa celebrata in Piazza della Rivoluzione.
Siete venuti a Cuba, sulle orme dei Papi. Giovanni Paolo II, nel 1998, Benedetto XVI nel 2012 e Papa Francesco nel 2015 e 2016 hanno visitato questa Isola, lasciando ognuno un messaggio di speranza e un invito alla carità. “Che Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba”, profetizzò San Giovanni Paolo II. Come pellegrino della Carità, per i 300 anni del ritrovamento della Madonna della Carità del Cobre, venne Papa Benedetto, e Papa Francesco per lanciare un messaggio di riconciliazione sociale, di amicizia sociale, come lui l’ha definita a pochi passi da qui, invitando tutti a mettersi al servizio gli uni degli altri.
Nel mondo conta la bellezza, la gloria, la forza, il denaro… e ci si dimentica con troppa facilità chi non ha più bellezza, o forza, o gloria o denaro. Che sbaglio! Presi dalla logica del mondo, rischiamo di non preparaci all’esame finale, quando il RE non ci chiederà se eravamo belli, ricchi, forti, potenti, ma se abbiamo dato da mangiare agli affamati, se abbiamo vestito gli ignudi, se abbiamo visitato i malati, i carcerati, se abbiamo accolto i senza tetto… se abbiamo servito, non comandato!
“Questo non significa che Cristo sia re di un altro mondo, ma che è re in un altro modo – ha detto ancora Papa Francesco (Angelus, 22.11.2015) -, eppure è re in questo mondo. Si tratta di una contrapposizione tra due logiche. La logica mondana poggia sull’ambizione, sulla competizione, combatte con le armi della paura, del ricatto e della manipolazione delle coscienze. La logica del Vangelo, cioè la logica di Gesù, invece si esprime nell’umiltà e nella gratuità, si afferma silenziosamente ma efficacemente con la forza della verità. I regni di questo mondo a volte si reggono su prepotenze, rivalità, oppressioni; il regno di Cristo è un «regno di giustizia, di amore e di pace»” (Prefazio).
Sant’Agostino nella sua opera “La città di Dio” parlava di una città terrena e di una città celeste. Nella prima gli abitanti cercano i propri interessi fino ad arrivare a disprezzare Dio, nella seconda cercano il bene degli altri e così facendo arrivano a dar gloria a Dio: “L'amore di sé portato fino al disprezzo di Dio genera la città terrena; l'amore di Dio portato fino al disprezzo di sé genera la città celeste. Quella aspira alla gloria degli uomini, questa mette al di sopra di tutto la gloria di Dio. [...] I cittadini della città terrena son dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri; i cittadini della città celeste si offrono l'uno all'altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale.” (La città di Dio, XIV, 28)
La città celeste e la città terrena non sono, pertanto, due luoghi distinti, sono due modi di vivere diversi. Si può passare facilmente dall’una all’altra a seconda del Re al quale vogliamo servire: il Re dell’universo, con la sua logica di amore, o il proprio io, con la sua logica di potere e di invidia.
Chiediamo al Signore che ci aiuti ad avere la logica del Suo Regno, quella del servizio, quella di chi rispetta la carne di Cristo presente nel fratello, perché, come diceva S. Vincenzo de Paoli, “i poveri sono i nostri padroni”.




