I pontefici non scelgono mai il nome per un capriccio. Ogni nome è una dichiarazione d’intenti, un messaggio teologico e politico, un sigillo del loro magistero petrino. Quello di Francesco, nel 2013, fu una rottura simbolica: nessuno prima di Bergoglio aveva osato ispirarsi al poverello di Assisi, il santo dell’incontro con l’Islam, della disobbedienza pacifica, della rinuncia al potere e soprattutto dell’amore per i poveri. Un gesto radicale. La scelta del cardinale Robert Prevost invece ha più il sapore della continuità, di un ritorno a una linea di successione simbolica: i tredici papi Leone. Per capire cosa ci aspetta, occorre rileggerli quei pontificati, soprattutto il primo e l'ultimo. Lì si disegna già il profilo del prossimo magistero all’insegna dell’annuncio e della missione.
Si parte da Leone I, detto Magno. Un santo. Siamo nel V secolo, l’Impero d’Occidente crolla sotto i colpi delle invasioni barbariche. Ma è il vescovo di Roma a trattare con Attila, il terribile e feroce re degli Unni, disinnescando una orrenda barbarie annunciata. Lo ferma con la forza della non violenza e del suo carisma ammantato di fede. Leone è l’icona dell’autorità morale che supplisce al vuoto del potere politico. Leone scrive, predica, costruisce l’ossatura dottrinale della Chiesa. È il pontefice della pace, in un’epoca di invasioni barbariche di morte e distruzione. Quando muore, nel 461, lascia un’eredità teologica che durerà secoli. È il primo a meritare il titolo di “Magno”, e non è un caso. Ed è lui che oltre 15 secoli dopo ispirerà il cardinale Prevost, che dalla loggia di San Pietro, dopo la sua elezione, nominerà per ben 10 volte la parola pace.

Leone II, sebbene vissuto solo un anno da papa (682-683), conferma il Concilio Ecumenico che condanna l’eresia monotelita, per la quale in Gesù ci sarebbe stata solo la natura divina. Non basta un anno per scolpire un’opera, ma lascia il segno nella difesa dell’ortodossia che probabilmente sarà una delle carettirstiche del ministero petrino del papa con doppia cittadinanza statunitense e peruviana. Leone III, nel 795, incorona l’imperatore Carlo Magno. È la nascita dell’Europa cristiana: Roma non è più la capitale imperiale, ma il cuore simbolico di una civiltà nuova; vi si può leggere tutta la missione per un’Europa da ricristianizzare, e da rispettare per il suo passato ammantato di fede e di monasteri. Poi c’è Leone IV: siamo nell’847. I saraceni minacciano la Città Eterna, e il Papa costruisce le famose Mura Leonine. La geopolitica entra nella geografia. La “Città Leonina” è una fortezza spirituale e militare. Dopo di lui, Leone V regna per soli 40 giorni. Deposto, imprigionato, forse assassinato: il papato non è mai stato un’oasi di pace. In questa carrellata di papi Leone facciamo un passo in avanti e arriviamo al 1513 dopo Cristo, quando sale al soglio pontificio Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico: sarà Leone X, protagonista della splendida epoca rinascimentale, mecenate di artisti e letterati. Ma anche colui che autorizza la vendita delle indulgenze, accelerando la frattura con Lutero. Il suo pontificato è magnificenza e rovina: il papato come potere temporale tocca l’apice, e inizia a scricchiolare. Suo lontano parente, Alessandro Ottaviano de’ Medici, diventa Leone XI nel 1605. Muore dopo soli 27 giorni. È l’epoca della Controriforma, ma il suo nome resta una nota a piè pagina.
Tutto cambia con Leone XIII. E qui, la scelta di Prevost trova la sua ragione più profonda. Nato nel 1810, eletto papa nel 1878, dopo il lungo pontificato di Pio IX, Vincenzo Gioacchino Pecci è un gigante intellettuale. In un secolo segnato dalle ideologie e dalla questione sociale, pubblica nel 1891 la Rerum Novarum, la prima enciclica sociale della Chiesa. Condanna il socialismo marxista e il capitalismo predatorio, proponendo la “terza via” del Vangelo. Difende la proprietà privata, ma solo se ancorata al bene comune. Esige salari giusti, dignità per il lavoro, diritti per le famiglie operaie. Scrive: “Il lavoratore non è una merce”. Centotrenta anni dopo, questa frase è ancora un grido profetico. In un mondo globalizzato dove le multinazionali licenziano con un algoritmo, dove la finanza detta legge sulla politica, Leone XIII resta più che mai tristemente attuale. È il pontefice che salva anche l’ordine agostiniano — al quale Prevost appartiene — dalla soppressione ottocentesca. Ma non è solo una questione di affiliazione spirituale. La scelta del cardinale delle due Americhe è una linea dottrinale di dignità e giustizia per gli ultimi. Come se la "Rerum Novarum" avesse trovato una sua dimensione globale, nel nuovo millennio, dai "desplazados" di Lima agli "hillbilly" sfollati della Rust Belt dell'Ohio.
Prevost viene dalle Americhe, da un continente lacerato dalle disuguaglianze: il Nord ricco, il Sud sfruttato. Portare il nome di Leone oggi è un atto politico, quasi rivoluzionario. È un avviso ai mercati e ai governanti: il prossimo papa si muoverà nel solco di Francesco, anche se non ha osato peerpetuare il nome di chi ha osato parlare ai padroni del mondo interpretando la voce degli ultimi. Si muoverà in questo solco, ma con un nome diverso.