PHOTO
Una bambina si rinfresca. Nelle strutture educative le temperature elevate non costituiscono più un fenomeno straordinario
“Sauna”, è scritto in rosso su un lenzuolo appeso all’ingresso della scuola dell’infanzia Pezzi a Milano. Sembra un sudario, l’aria è ferma e certamente il lenzuolo non sventola: penzola. Il caldo di questi giorni ha trasformato gli spazi dell’asilo in una sauna. E l’istituto della zona sud della città non è certo un’eccezione: il caldo, più o meno accentuato ma comunque insostenibile, è una costante in tutti gli istituti, tanto che in pochi giorni la petizione al Comune “Emergenza caldo nelle scuole comunali dell’infanzia e nei nidi – richiesta di interventi strutturali urgenti” ha superato le 4.250 firme.


«Le condizioni di caldo estremo all’interno degli edifici scolastici sono una situazione diffusa, reiterata e non più sostenibile – denunciano i genitori – Nonostante segnalazioni ripetute negli anni, raccolte firme e impegni assunti anche nell’ambito del “Piano Aria e Clima”, rileviamo una persistente mancanza di interventi adeguati e risolutivi, con forti disomogeneità tra le diverse strutture e, in molti casi, condizioni largamente insufficienti».
Chi accompagna i piccoli negli asili nido o alle scuole dell’infanzia lo sa: molti istituti sono caldi fin dalle prime ore del servizio. A farne le spese sono i bambini, che sudano in continuazione, riposano poco e male durante il sonnellino, e a fine giornata sono stravolti dalla stanchezza. Ad ausiliare, educatrici e maestre non va meglio: prendersi cura dei piccoli – per altro più richiedenti perché spossati dal caldo – con temperature che superano i 35° non è certo facile. «Non è più accettabile che le condizioni ambientali degli asili nido e delle scuole dell’infanzia comunali dipendano da interventi tardivi, insufficienti o non funzionanti, mentre le famiglie e il personale sono costretti a gestire quotidianamente le conseguenze», si legge ancora nella petizione.
I genitori mettono quindi in fila una serie di mancanze: «Assenza di sistemi di climatizzazione o raffrescamento adeguati, edifici non progettati o non riqualificati per far fronte alle alte temperature, interventi temporanei inefficaci o non funzionanti (es. dispositivi incompatibili con gli impianti), carenza di misure compensative minime (ventilazione, ombreggiamento, gestione degli spazi)». E conseguenze «gravi e diffuse»: «Permanenza dei bambini in ambienti con temperature non idonee alla loro salute e al loro benessere; difficoltà operative per il personale educativo; richiesta alle famiglie di ritiri anticipati o adattamenti organizzativi; trasferimento di fatto del problema dall’ente pubblico alle famiglie».
Lato lavoratori, sul tema è intervenuta anche la UIL Funzione Pubblica Milano, chiedendo di ridurre il servizio di nidi e scuole dell’infanzia: «Non è più possibile ignorare le condizioni ambientali critiche in cui versano le nostre strutture scolastiche, con carichi di lavoro resi massacranti dal caldo torrido e rischi concreti per la salute delle lavoratrici, dei lavoratori e dei minori», si legge nella missiva del sindacato indirizzata al Comune.
Per altro Milano non è l’unica realtà a trovarsi impreparata al caldo record divenuto normalità. Da Mestre a Firenze, situazioni analoghe si riscontrano nei nidi e negli asili di tutta Italia. Secondo gli open data del Ministero dell’Istruzione e del merito nel nostro Paese solo il 7,42% degli edifici scolastici è provvisto di un impianto di condizionamento e ventilazione. E non è solo una questione raffrescamento degli spazi: la trasformazione dei cortili in ambienti più vivibili perché depavimentati e dotati di ombra e punti d’acqua è di là da venire.
I bambini, assieme agli anziani e alle persone senza fissa dimora, pagano il prezzo più alto della crisi climatica. Il dato emerge anche dalla recente indagine L’estate che scotta di Greenpeace Italia, che svela anche come la quota di giornate estive con una temperatura media percepita superiore a 32°C, soglia oltre cui l’organismo entra in condizioni di forte stress da calore mettendo a rischio la salute delle persone, è passata dal 39% nel periodo 1991-2000 al 62% nel periodo 2021-2025.







