Lo sa bene chi abita nei grandi centri urbani: in città le temperature superano di 4 gradi quelle delle aree rurali circostanti. Il fenomeno si chiama “isola di calore” ed è una conseguenza della cementificazione selvaggia e della scarsità delle aree verdi, come della presenza pervasiva di veicoli a combustione e impianti di condizionamento, che per raffrescare producono aria calda. La transizione verso metropoli meno roventi è più vivibili è sempre più indispensabile, per questo alcune città stanno provando a sperimentare strategie e progetti di coesistenza con il caldo estremo. Ne parliamo con Ombretta Caldarice, professoressa associata di Urbanistica al Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) del Politecnico di Torino e coordinatrice di DUT MAINCODE, progetto europeo che promuove appunto la trasformazione dei cortili scolastici in rifugi climatici urbani con la natura e tramite processi di co-progettazione.
 

Ombretta Caldarice, urbanista

Cosa può fare l’urbanistica per mitigazione delle temperature?
«Gli urbanisti hanno una competenza specifica nel disegnare città pronte a coesistere con il caldo estremo. Ci sono tantissime soluzioni, più o meno tecnologiche. Al Dist portiamo avanti un progetto per trasformare i cortili scolastici in rifugi climatici urbani».
Cosa sono i rifugi climatici urbani?
«Spazi pubblici e a uso pubblico in cui le persone, in particolare quelle più vulnerabili, trovino riparo dal caldo estremo. Possono essere spazi al chiuso, come biblioteche o centri civici ad accesso libero, o all’aperto come i cortili scolastici. Una definizione scientifica condivisa di rifugio climatico oggi ancora non esiste ma, riferendosi agli spazi all’aperto, la grammatica minima prevede la presenza di verde, acqua e ombra, ad accesso libero ma regolamentato. I rifugi climatici sono una strategia di lungo periodo che unisce cura del territorio, adattamento alla crisi climatica, dimensione educativa e sociale. Sono un nuovo paradigma urbano».
Perché li definisce “nuovo paradigma urbano”?
«Perché intrecciano transizione ecologica, giustizia climatica e benessere collettivo. I rifugi climatici costruiscono consapevolezza e cura del territorio: puntano a integrare comfort climatico e inclusione sociale».

Dove nasce l’idea dei rifugi climatici?
«I cooling spots, i punti di raffrescamento climatizzati, furono ideati negli anni Novanta degli Stati Uniti. In Europa guardiamo però al modello Barcellona, dove dal 2018 la città ha iniziato a lavorare sui rifugi climatici proprio iniziando a rigenerare i cortili delle scuole, aprendoli a tutti in orario extrascolastico. Depavimentati e arricchiti di ombra, acqua e natura, i cortili rigenerati permettono da un lato a bambini e bambine di far esperienza di didattica educativa in uno spazio aperto, verde e fresco, dall’altro sono un’oasi per cittadini e turisti. Oggi il 98% della popolazione di Barcellona ha a disposizione un rifugio climatico estivo a 10 minuti a piedi. Entro il 2030 l’obiettivo è che averne entro i 5 minuti».
Cosa prevede il progetto DUT MAINCODE?
«Partendo dal concetto di “open schooling”, ovvero il considerare la scuola come uno spazio aperto, collaborativo e orientato alla comunità, lavoriamo con bambine e bambini, insegnanti, famiglie e comunità locali, per ripensare lo spazio pubblico. I progetti pilota sono due, uno alla scuola Carlo Levi di Torino, uno in un istituto di Halandri, Comune dell’area metropolitana di Atene».

Il lavoro di coprogettazione con i bambini (Fonte: www.main-code.eu)

Perché coinvolgete direttamente i bambini?
«L’obiettivo non è solo adattare le città a un clima sempre più caldo, ma anche investire nel futuro educativo, sociale e culturale delle comunità locali. Sappiamo tutti che all'ombra si sta meglio che al sole, ma crediamo nel valore della partecipazione e nell’importanza della sensibilizzazione. La coprogettazione alla scuola Levi, in un contesto vulnerabile e non solo a livello climatico, ha previsto il coinvolgimento dei 600 alunni tramite alcuni ambasciatori per classe. I bambini hanno disegnato il cortile che vorrebbero: verde, con l'acqua, orto, panchine, altalene e così via: un cortile dove poter fare lezione all’aperto ma anche giocare con la sabbia, ad esempio. Ora attraverso un Premio di architettura chiediamo ai professionisti di concretizzare le idee in un progetto esecutivo. L’inaugurazione è prevista per la prossima estate».
Anche la cittadinanza è stata coinvolta?
«Certamente, stiamo lavorando molto con il territorio. Verrà firmato anche un patto di collaborazione fra città e scuola».
In Italia a che punto siamo a proposito di strategie di adattamento?
«Torino è la prima città italiana ad aver integrato il concetto di rifugio climatico nel proprio Piano di Resilienza Climatica, nel 2020. A Milano, Bologna e Firenze le amministrazioni comunali hanno prodotto una mappa dei rifugi climatici della città. Per legge, ogni città ha il piano regolatore, ma non uno di adattamento alla crisi climatica».

Il \\\"modello Barcellona\\\" prevede che entro il 2030 i cittadini abbiano a disposizione un rifugio climatico a una distanza percorribile in 5' a piedi (Fonte: https://www.barcelona.cat/ca)
Il \\\"modello Barcellona\\\" prevede che entro il 2030 i cittadini abbiano a disposizione un rifugio climatico a una distanza percorribile in 5' a piedi (Fonte: https://www.barcelona.cat/ca)
Un rifugio climatico a Barcellona

Perché è indispensabile trovare soluzioni?
«L'Europa è il continente che si riscalda di più rispetto al contesto globale e in Italia le morti relative a effetti diretti e indiretti del caldo estremo sono superiori al cosiddetto saldo di variazione naturale. Siamo al lavoro anche per istituire un coordinamento europeo, l'idea di far rete fra chi si occupa di rifugi climatici: il caldo di queste settimane non è un'eccezione ma la nuova normalità, non possiamo non tenerne conto».