Le automobili esalano calore, l’asfalto è rovente e, fin dalle prime ore della giornata, camminare inseguendo l’ombra non è un optional ma sopravvivenza. La notte non va meglio, anzi. Tramontato il sole, i palazzi continuano a irradiare il caldo accumulato: dormire senza aria condizionata o ventilatore è un’impresa. Non è un film apocalittico, ma quel che soffre quotidianamente la metà della popolazione mondiale, quella che vive nelle città. Luoghi bollenti, soffocanti, invivibili, proprio come da diversi anni ormai sperimentiamo anche in Italia. Dopo le estati “di fuoco” degli ultimi dieci anni, quella che stiamo vivendo non farà eccezione: ci aspetta un’ennesima stagione di caldo record, soprattutto nelle aree urbane.

Palermo, Milano, Roma, Firenze, Bologna, le nostre metropoli sono messe alla prova dalla crisi climatica. «E lo saranno sempre più, nei prossimi anni gli impatti saranno via via più rilevanti», mette in guardia Gabriele Nanni dell’Ufficio scientifico di Legambiente. Con il progetto Che caldo che fa l’associazione ambientalista ha condotto un monitoraggio in cinque dei maggiori capoluoghi italiani: «La scorsa estate la temperatura ambientale media registrata è stata di 35,4°C, quella superficiale – su asfalto, aiuole, sampietrini, automobili e così via – di 45,6°C. I tappetini antiurto dei parchi giochi? Al sole hanno raggiunto una temperatura media di 70,9°C».

28/07/2024 Roma, la croce di una farmacia segnala una temperatura esterna di 43 gradi Celsius a causa dell'anticiclone Caronte
28/07/2024 Roma, la croce di una farmacia segnala una temperatura esterna di 43 gradi Celsius a causa dell'anticiclone Caronte
43°C a Roma (ZUMAPRESS.com / AGF)

Dati più che allarmanti. Le città bruciano, e non si tratta di una percezione. «Gli esperti definiscono il fenomeno “isola di calore urbana”. Rispetto alle aree rurali circostanti sono più calde di 4°C», spiega Nanni, 46 anni. Le metropoli dell’area mediterranea si trovano nel punto più critico del girone infernale climatico. All’aumento delle temperature medie globali sommano infatti il record europeo di continente con medie più alte e il primato del Mediterraneo, fra i principali hotspot climatici mondiali. Non a caso il rapporto L’estate che scotta di Greenpeace Italia documenta come nella Penisola la quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32°C sia passata dal 39% nel periodo 1991-2000, al 62% fra il 2021 e il 2025.

I cittadini boccheggiano, i cani non si muovono dal punto più “fresco” degli appartamenti e le foglie degli alberi sono già accartocciate a terra, il tutto mentre Ferragosto è di là da venire. Le cause che rendono le città isole di calore sono molteplici, dalla cementificazione selvaggia alla scarsità delle aree verdi, passando per la densità delle abitazioni – causa di scarsa ventilazione – e la presenza pervasiva dei veicoli a combustione. Fiumi e canali d’acqua sono stati spesso coperti, poi ci sono intonaci che non riflettono la luce, materiali edili poco termoisolanti, e un numero infinito di impianti di condizionamento, vero e proprio paradosso termodinamico. «Un tipico caso di mal adattamento» – chiosa Nanni – «per rinfrescare producono aria bollente con un dispendio energetico non indifferente. Non a caso i picchi di consumo di energia si sono spostati dall’inverno all’estate».

C’è un ulteriore aspetto che rende difficilmente accettabile la questione, ed è quella che gli esperti definiscono cooling poverty, ovvero la povertà di raffrescamento. Il clima estremo non colpisce in modo uniforme la popolazione. Anziani e bambini sono i soggetti che maggiormente ne patiscono le conseguenze: Greenpeace stima in 283 mila piccoli sotto i 5 anni e 1,1 milioni anziani sopra i 74 anni i concittadini che vivono in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime estive supera i 40°C.

«Esistono poi forti diseguaglianze termiche tra quartieri con diverse caratteristiche economiche e infrastrutturali», conferma anche Nanni. «Nei quartieri a basso reddito la mancanza di spazi verdi e di soluzioni di raffrescamento aumenta l’esposizione al caldo e il conseguente rischio di malori, mentre nei quartieri più benestanti si trovano migliori condizioni di mitigazione del calore: parchi e aree verdi, ventilazione naturale e una maggior presenza di impianti di climatizzazione».

Situazioni ingiuste e catastrofiche, impossibile ignorarle: in città il caldo tropicale è la nuova normalità e le conseguenze sono gravissime anche sul piano della salute. Oltre i 32°C il corpo umano entra infatti in condizioni di forte stress da calore: secondo la Commissione europea sulla resilienza climatica, nel Vecchio continente il caldo estremo causa circa il 95% delle morti legate a eventi climatici, mentre negli ultimi vent’anni i decessi da calore sono aumentati di circa il 30%. Nel nostro Paese le morti relative agli effetti diretti e indiretti del caldo estremo sono superiori al saldo di variazione naturale: in pratica, in Italia in estate si muore di più e più che in tutti gli altri Paesi europei.

Ondata di caldo a Roma, turisti al Colosseo. Mercoledì 27 Maggio 2026. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse) Heatwave in Rome, tourists at the Colosseum. Wednesday, May 27, 2026. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)
Ondata di caldo a Roma, turisti al Colosseo. Mercoledì 27 Maggio 2026. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse) Heatwave in Rome, tourists at the Colosseum. Wednesday, May 27, 2026. News (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)
Ancora l'ondata di caldo a Roma (LAPRESSE)

La transizione verso città meno roventi e più ospitali è sempre più indispensabile. «Non ci sono scorciatoie, dobbiamo ridurre le emissioni climalteranti», dice Federico Spadini, 40 anni, della Campagna clima di Greenpeace Italia. «I colossi industriali ci stanno condannando a una dipendenza dalle fonti fossili che non possiamo più permetterci». Nel mentre, però, è urgente adattarsi, cosa che in Italia stiamo facendo ma – probabilmente – troppo lentamente. Nel 2015 il nostro Paese ha adottato la “Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”, ma per vedere approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici abbiamo dovuto aspettare fine dicembre 2023. «L’iter sta andando avanti, anche se con grandi ritardi» – dice Nanni – «servirebbero finanziamenti, ma nelle ultime leggi di bilancio non c’è traccia di fondi per l’adattamento».

In attesa che le istituzioni facciano il loro, alcune città stanno provando a sperimentare strategie e progetti di coesistenza con il caldo estremo. Al Politecnico di Torino, ad esempio, il Dipartimento interateneo di scienze, progetto e politiche del territorio sta coordinando un programma per trasformare i cortili scolastici in rifugi climatici urbani, e la prossima estate inaugurerà il primo rifugio coprogettato con una scuola primaria della città di Torino.

Cosa siano i rifugi climatici è presto detto: si tratta di spazi pubblici e di uso pubblico in cui le persone, in particolare quelle più vulnerabili, possono trovare riparo dal caldo estremo. «La grammatica minima di un rifugio climatico è la presenza di verde, acqua, ombra data dagli alberi, l’accesso regolamentato», spiega Ombretta Caldarice, 41 anni, docente di Urbanistica e coordinatrice del progetto “Dut Maincode”. «I rifugi climatici sono una strategia di lungo periodo che unisce cura del territorio, adattamento alla crisi climatica, dimensione educativa e sociale».

Claudio Furlan / Lapresse 04-08-2018 Milano Italia Cronaca Caldo, milanesi cercano refrigerio nelle fontane di Piazza Gae Aulenti
Claudio Furlan / Lapresse 04-08-2018 Milano Italia Cronaca Caldo, milanesi cercano refrigerio nelle fontane di Piazza Gae Aulenti
I milanesi cercano refrigerio nelle fontane di Piazza Gae Aulenti (LAPRESSE)

Depavimentato e riprogettato, meglio se con il coinvolgimento diretto della cittadinanza, ogni spazio può trasformarsi in un alleato prezioso. Così come le biblioteche e i centri civici, a patto di poter accedervi liberamente. «I cooling spots, i punti di raffrescamento climatizzati, furono ideati negli anni Novanta degli Stati Uniti. In Europa guardiamo al modello Barcellona, dove dal 2018 hanno iniziato a rigenerare i cortili delle scuole aprendoli a tutti in orario extrascolastico», spiega ancora la docente.

Torino è la prima città italiana ad aver integrato il concetto di rifugio climatico nel proprio Piano di resilienza climatica, nel 2020. A Milano, Bologna e Firenze le amministrazioni comunali hanno invece prodotto una mappa dei rifugi climatici della città. «Per legge, ogni città ha il piano regolatore, ma non uno di adattamento alla crisi climatica», nota ancora Caldarice. Se oggi però Milano ha il clima di Tunisi e Copenaghen quello di Roma, non possiamo più far finta di niente: ne va della nostra sopravvivenza.