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Una donna in gravidanza accarezza il pancione nella serenità della propria casa
Quando si nomina il parto a domicilio non pochi storcono il naso, forse perché si cita perlopiù in concomitanza con tragedie, come nel caso della piccola recentemente deceduta a Udine. L’accostamento è, però, fuorviante. Non si può accostare il decesso al setting della nascita: le cause possono essere molteplici e di natura diversa. «Il parto in casa è un’opzione sicura se supportata da un’adeguata preparazione, da assistenza qualificata e da un sistema capace di intervenire rapidamente in caso di complicazioni», dice Silvia Vaccari, alla guida Federazione nazionale degli ordini della professione di ostetrica. In Italia il parto domiciliare è regolato in maniera rigorosa, limitato a contesti selezionati e garantiti da presidi sanitari competenti. «Oggi nel nostro Paese è una pratica ancora poco diffusa, più o meno conosciuta a seconda dalle sensibilità e delle normative regionali, ma si tratta di una valida opzione per le donne con gravidanza a basso rischio», dice ancora la presidente delle ostetriche italiane. Secondo i dati del CeDAP – il Certificato di Assistenza al Parto, previsto dal Ministero della salute - nel 2020 il parto domiciliare è stato scelto da circa lo 0,12 % delle donne, mentre nel 2021, complici i fattori legati alla pandemia, la percentuale è salita allo 0,15 %. Una quota minima delle nascite complessive, ma percentualmente in crescita.


In cosa consiste il parto domiciliare?
«Nel parto nella propria abitazione, alla presenza di almeno due ostetriche dotate di formazione in rianimazione neonatale e negli adulti, e con esperienza specifica nel setting domestico».
Chi può prenderlo in considerazione?
«Il parto domiciliare è riservato a gravidanze considerate a basso rischio. Ci sono alcuni parametri di salute della donna e del nascituro, preconcezionali e della gestazione, che necessitano di accurata valutazione da parte delle ostetriche. Non possono accedere al parto in casa donne con precedenti cesarei, patologie materne importanti come preeclampsia o cardiopatie, gemellarità, placenta anomala o difetti fetali che potrebbero richiedere assistenza specialistica immediata. Solo in presenza di gravidanza singola, presentazione cefalica e assenza di complicanze si può procedere, dopo valutazione specialistica, anche quando si riscontrano condizioni quali diabete gestazionale o streptococco di gruppo B».
Come si procede nella pratica?
«La presa in carico deve avvenire entro la 32ª settimana di gravidanza. Dalla 37ª settimana e fino a una settimana dopo il parto le ostetriche garantiscono una reperibilità 24 ore su 24. Al momento del travaglio è previsto un contatto immediato con il reparto ostetrico e neonatologico dell’ospedale più vicino, che deve essere raggiungibile in non più di 30 minuti, in modo da garantire interventi tempestivi in caso di emergenza».
Tutte le abitazioni sono adatte al parto domiciliare?
«No. Dicevamo, appunto, che dall’abitazione si deve poter raggiungere l’ospedale di riferimento entro 30 minuti. E poi occorre valutare la situazione specifica e chiedersi se, in caso di necessità, il trasporto in ospedale sarebbe agile e fattibile? Un appartamento al quarto piano senza ascensore, giusto per fare un esempio, non sarebbe indicato».


A chi spetta decidere il luogo del parto?
«Alla donna, che nella sua autodeterminazione scegliere dove partorire, con chi partorire e in quale maniera».
Il parto a domicilio è previsto dal Sistema sanitario nazionale?
«Dipende dalle Regioni. Piemonte, Emilia‑Romagna, Marche, Lazio e le province autonome di Trento e Bolzano hanno attivato convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale per rendere il parto a domicilio più accessibile. Alcune Ausl – come quelle di Torino, Reggio Emilia e Modena – offrono servizi gratuiti o parzialmente rimborsati. Tuttavia, la copertura regionale rimane frammentata e la parzialità del rimborso può scoraggiare molte coppie, soprattutto dal punto di vista economico».
E nelle Regioni dove non c’è una normativa specifica?
«Dove non c’è la legge a guidare l’operato delle ostetriche sono le linee di condotta regionali o delle associazioni di riferimento. L’ostetrica che segue privatamente la coppia dovrebbe attivare 118 comunicando dove è previsto il parto, e l’ospedale vicino».
Cosa spinge una donna a partorire in casa?
«Il parto a domicilio è annoverata come un’esperienza naturale. Spesso lo si desidera per il bisogno di sentirsi accolte, rispettate e seguite in modo personalizzato. Durante la gravidanza e il parto sicurezza e umanizzazione del percorso dovrebbero sempre andare a braccetto».


Quali sono gli esiti di salute per donne e neonati, dopo un parto domiciliare?
«Quando la gravidanza è fisiologica gli esiti sono ottimi. Durante la gestazione poter contare sulla continuità assistenziale delle ostetriche è rassicurante. Dopo il parto poter tenere sempre con sé il piccolo ed essere nel proprio ambiente familiare favoriscono poi la tranquillità di mamma e bambino e l’avvio dell’allattamento al seno. I piccoli si abituano subito all’ambiente, inserendovisi anche a livello microbiologico. Io stessa per i miei figli avevo optato per parto a domicilio: una scelta che rifarei ancora. Nei miei 46 anni di professione, per 12 anni mi sono occupata dei parti a domicilio come ostetrica del servizio sanitario nazionale: conta molto la preparazione, l’esperienza, la competenza e la prontezza che si acquisiscono con l’esperienza. Ho seguito 220 parti a domicilio: non si deve lasciare niente al caso, ma veder nascere la vita è quanto di più bello possa capitare».






