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Per novanta minuti il rumore della guerra arretra. Non scompare, perché a Gaza nulla riesce davvero a cancellare il fragore delle esplosioni o il vuoto lasciato da chi non c'è più. Ma si fa più lontano. Lo coprono le urla per un gol, un rigore parato, un pallone che sfiora il palo.
Succede nelle sere dei Mondiali di calcio, quando un lenzuolo bianco steso fra edifici sventrati si trasforma in uno schermo e una piazza di tende diventa, per qualche ora, uno stadio senza tribune.


Le fotografie di Ahmed Younis che arrivano dalla Striscia raccontano una delle immagini più potenti di questo torneo: centinaia di persone sedute su sedie di fortuna o direttamente a terra, bambini con gli occhi rivolti verso una proiezione improvvisata, famiglie riunite sotto il cielo della notte. Alle loro spalle ci sono le macerie di una guerra che continua a scandire la vita quotidiana. Davanti, invece, scorre una partita di calcio. Due realtà inconciliabili che, per qualche istante, convivono nello stesso fotogramma.
Le proiezioni pubbliche sono state organizzate dal Comitato egiziano di soccorso a Gaza, iniziativa sostenuta dall'Egitto per offrire alla popolazione uno spazio di condivisione in un territorio dove perfino l'accesso all'elettricità è diventato un privilegio. In molti punti della Striscia l'energia arriva solo a intermittenza, le infrastrutture sono gravemente danneggiate e ogni attività richiede una continua ricerca di generatori, carburante o piccoli impianti alimentati da pannelli solari.
Anche il calcio, così, diventa una conquista.
Ma la guerra non conosce tregua. Martedì un attacco israeliano ha ucciso Mohammad al Waheidi, responsabile delle relazioni pubbliche del Comitato e tra i principali promotori delle proiezioni. Secondo i familiari stava raggiungendo uno degli schermi allestiti per assistere a una partita quando il taxi sul quale viaggiava è stato colpito. Nell'attacco sono morti anche due bambini e un altro uomo. L'esercito israeliano ha dichiarato che il bersaglio era un militante di Hamas, riconoscendo tuttavia di aver colpito anche civili.


L'episodio restituisce tutta la fragilità di una quotidianità nella quale persino un momento di svago può trasformarsi in tragedia.
Nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore nell'autunno scorso, la violenza non si è fermata.
Secondo il ministero della Sanità di Gaza (i cui dati sono sempre stati considerati attendibili dalle Nazioni Unite, dopo attente e lunghe verifiche), dall'inizio della tregua oltre mille palestinesi sono stati uccisi e quasi 3.500 sono rimasti feriti. Numeri che raccontano come la parola "cessate il fuoco" abbia assunto, nella Striscia, un significato molto diverso da quello che suggerisce il suo nome.
In questo scenario il Mondiale diventa qualcosa che supera lo sport. È un linguaggio condiviso, uno dei pochi ancora capaci di attraversare confini, macerie e isolamento. Per molte famiglie seguire una partita significa concedersi una parentesi di normalità, ricordare cosa voglia dire discutere di un fuorigioco invece che della distribuzione dell'acqua, esultare per un gol anziché contare i bombardamenti.
Non è evasione. È resistenza della vita quotidiana.
Non sorprende allora che gran parte del tifo palestinese si sia riversato sull'Egitto. Il legame geografico e storico tra i due popoli è profondo e l'appoggio espresso più volte dal commissario tecnico Hossam Hassan alla causa palestinese ha rafforzato un sentimento già radicato. Dopo la qualificazione agli ottavi di finale, il tecnico ha dedicato la vittoria sia al popolo egiziano sia a quello palestinese, trasformando il successo sportivo in un gesto di vicinanza che, a Gaza, è stato accolto come un riconoscimento della propria esistenza.
Per chi vive isolato da mesi, sentirsi ricordato sul palcoscenico più seguito del calcio mondiale ha un valore che va oltre il risultato.


Eppure il contrasto resta doloroso. Mentre milioni di persone seguono il torneo negli stadi americani o davanti ai televisori, il calcio palestinese continua a pagare un prezzo altissimo alla guerra. Campi sportivi distrutti, società ferme, giovani costretti ad abbandonare gli allenamenti, atleti uccisi o gravemente feriti. Anche lo sport, come le scuole, gli ospedali e le case, è diventato una delle vittime del conflitto.
Il pallone, che dovrebbe unire, finisce così per raccontare due mondi opposti: da una parte la festa globale del Mondiale; dall'altra una popolazione che lotta ogni giorno per conservare frammenti di normalità.
Le immagini dei teloni bianchi montati tra le rovine non parlano soltanto di calcio. Parlano della capacità dell'essere umano di cercare luce perfino quando tutto sembra perduto. Perché la speranza, spesso, non arriva con grandi gesti. Talvolta assume la forma semplice di una partita guardata insieme, di un bambino che applaude un gol, di una comunità che per qualche minuto torna a sentirsi tale.


La guerra può distruggere edifici, interrompere vite, spezzare progetti. Più difficile è cancellare il desiderio di ritrovarsi. E forse è proprio questo il significato più profondo di quelle sere di luglio nella Striscia di Gaza: non assistere a un Mondiale, ma ricordare al mondo che, anche sotto le macerie, continua ostinatamente a battere un cuore umano.
Foto del filmmaker palestinese a Gaza, Ahmed Younis













