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Giovedì prossimo, il 16 luglio, arriva nei cinema italiani "Odissea", il tredicesimo film di Christopher Nolan. È una scelta che torna a puntare i riflettori su una delle fondamenta più solide della letteratura occidentale, quel poema che Omero compose migliaia di anni fa e che ancora oggi, nel 2026, continua a parlarci con una voce singolarmente contemporanea. Non per niente Nolan, uno dei registi più stimati al mondo, ha potuto spendere più di 250 milioni di dollari per portare sullo schermo la leggendaria avventura di Ulisse verso Itaca. È una scommessa che rivela qualcosa di profondo: l'Odissea non è semplicemente una storia, come ebbe a dire lo stesso Nolan in un'intervista, ma la Storia, il DNA narrativo di tutta la civiltà che viene da qui, dal Mediterraneo e dai suoi eroi.
Quando apriamo l'Odissea, entriamo in un mondo dove la realtà e il mito si intrecciano in modo tanto naturale che la distinzione perde senso. Il poema racconta il lungo ritorno di Ulisse verso casa dopo la guerra di Troia, vinta dagli Achei proprio grazie allo stratagemma del cavallo da lui ideato. Un viaggio che dura dieci anni e che lo costringe ad affrontare prove di una durezza quasi insostenibile: il ciclope Polifemo, la maga Circe, le sirene, Scilla e Cariddi, gli dèi che si oppongono e a volte aiutano. Ma non è il catalogo delle avventure che rende immortale il poema. È piuttosto il modo in cui Omero costruisce la figura del suo eroe. Ulisse non è il guerriero invincibile che domina tutto ciò che incontra. È un uomo, e qui sta la vera innovazione del poema, che vince grazie a una combinazione di astuzia, coraggio, pazienza e umanità. Ha paura, vacilla, piange. E proprio in questa mescolanza di debolezze e forze, di virtù e di furbizia, di intelligenza capace di trovare il varco nelle mura impenetrabili della sorte, Omero ha tracciato il profilo di quello che l'uomo occidentale ancora oggi riconosce come un modello di se stesso.


Per ventisette secoli questa figura ha continuato a vivere. Non solo nelle pagine dei testi omerici, ma in ogni forma di espressione che l'umanità ha trovato per raccontarsi: nella poesia di Dante, che collocò Ulisse nel suo Inferno; nei versi di Leopardi e di Tennyson; nel capolavoro di James Joyce, che intitolò il suo romanzo più celebre proprio "Ulysses"; nei dipinti che ritraggono l'eroe legato all'albero della nave per sfuggire al richiamo delle sirene. E ora, con il film di Nolan, Ulisse continua questa peregrinazione attraverso il tempo, ritrovandosi ancora una volta di fronte a noi, ancora una volta capace di interrogarci su cosa significhi essere umani, cosa significhi il coraggio, la fedeltà, il desiderio di tornare a casa. Questo è il valore profondo dell'Odissea: non è un racconto chiuso nel passato, ma un prisma eternamente rifratto attraverso cui ogni generazione legge se stessa.


Venendo al film specificamente, ecco cosa occorre sapere. Nolan ha scelto un cast d'eccezione: Matt Damon nei panni di Ulisse, Tom Holland come Telemaco, suo figlio, Anne Hathaway come Penelope, la moglie che lo aspetta. Accanto a loro, Robert Pattinson nei panni di Antinoo, uno dei pretendenti di Penelope, Zendaya come Atena, dea protettrice, Charlize Theron come Calipso, e molti altri ancora. Quanto alla struttura narrativa, il regista ha indicato chiaramente che non seguirà una cronologia lineare, esattamente come fa il poema omerico stesso: il racconto sarà frammentato, intrecciando piani temporali diversi, ricostruendo gli eventi a mosaico. Questo approccio rispecchia sia la natura stessa dell'Odissea sia lo stile narrativo di Nolan, il quale ha sempre amato disseminare nelle sue storie pezzi di realtà che lo spettatore deve assemblare progressivamente. Il film è stato girato interamente su pellicola IMAX da 70 millimetri, un formato analogico che consente immagini di straordinaria qualità; purtroppo in Italia soltanto cinque cinema dispongono della tecnologia necessaria per proiettarlo in questa versione.


Una questione che ha suscitato dibattiti riguarda il linguaggio: nel film originale, tutti i personaggi parlano inglese americano. È una scelta inusuale e sorprendente, perché nei film di Hollywood ambientati nell'antichità si utilizza quasi sempre l'inglese britannico. Alcune espressioni nei trailer, come il termine colloquiale "daddy" o l'esclamazione "Let's go!" – hanno suscitato perplessità tra gli appassionati per il loro tono troppo moderno rispetto all'atmosfera di un capolavoro della letteratura antica. Altrettanto interessante è la questione del nome del protagonista: nella versione originale Nolan ha scelto il nome greco "Odysseus" anziché "Ulysses", optando così per un approccio più filologicamente consapevole. Era una scelta cruciale, perché "Ulysses" rimanda istintivamente nella mente dei lettori anglofoni non tanto al poema omerico quanto alla variante dantesca e alle rielaborazioni letterarie moderne, a cominciare dal Joyce. Il "Odysseus" di Nolan è invece un segnale esplicito: questo è un adattamento contemporaneo del testo originale, non una delle sue infinite variazioni.


Ma al di là dei dettagli produttivi, quello che rende significativo l'arrivo di questo film – al livello culturale più alto – è il fatto che rappresenta l'ennesimo capitolo di una storia che non smette mai di raccontarsi. L'Odissea ha insegnato a tutte le letterature successive cosa significa narrare, cosa significa costruire un personaggio, cosa significa far risuonare nel lettore quella riconoscenza che Aristotele chiamava catarsi (κάθαρσις). Omero, e l’humus culturale che ha tradotto, interpretato e tramandato, ha “inventato” il romanzo psicologico duemila anni prima che il romanzo esistesse come genere. Ha mostrato come un eroe sia fatto di contraddizioni, di istinti e di ragione, di grandezza e di dubbio. Quando Penelope, in attesa del marito, passa le notti a disfar e di giorno quello che ha tessuto, compiendo un'opera senza fine, riconosciamo in questo il simbolo di ogni fedeltà umana, di ogni sacrificio, di ogni speranza rinnovata ogni giorno contro la certezza della disperazione. Quando Telemaco parte alla ricerca del padre senza sapere se lo troverà vivo, vediamo il tema di ogni generazione che cerca di ricongiungersi al passato.


Il fatto che un regista contemporaneo, uno dei più importanti della nostra epoca, dedichi due anni della sua vita e la somma astronomica di 250 milioni di dollari all'adattamento di un poema risalente a oltre duemila anni fa è una dichiarazione: l'Odissea conta ancora. Non come monumento archeologico, non come testo accademico relegato nei manuali scolastici, ma come fonte viva, come specchio in cui possiamo ancora riconoscerci. Perché l'Odissea non parla veramente di antichi greci: parla di noi. Parla del desiderio umano di tornare a casa, della fatica di una ricerca che dura più di quanto prevediamo, del valore della furbizia nel confronto con il potere, della fedeltà nei confronti di chi amiamo. Parla di quella virtù particolare che i greci chiamavano sophrosyne (σωφροσύνη), la saggezza nel vivere con moderazione, l'equilibrio tra il desiderio e la ragione. E in un'epoca come la nostra, frammentata e talvolta sperduta, questi insegnamenti non suonano affatto antiquati.


Quando Ulisse finalmente arriva a Itaca, nel poema, la sua patria non è quella che si aspettava. I Proci hanno occupato la casa e insidiato la moglie. Tutto è cambiato. Il ritorno, dunque, non è la fine, ma l'inizio di una nuova prova. E questa verità, che il ritorno a casa non ripristina il passato, ma costringe a confrontarsi con il presente, è una lezione che ogni generazione deve imparare di nuovo. Il film di Nolan avrà il compito di riportare questa verità alla luce, di mostrare su uno schermo gigantesco la bellezza e la difficoltà di quell'antico racconto. E se farà questo con intelligenza e sensibilità, farà più che intrattenere: farà ciò che l'Odissea ha sempre fatto. Parlerà a quella parte di noi che riconosce l'universale nel particolare, che vede nel destino di un eroe antico il riflesso della propria ricerca, della propria strada verso casa.





