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In una foto d'rchivio, un ragazzo davanti a una agenzia interinale di Pisa. Una manifestazione di disoccupati a Roma in una recente immagine d'archivio, 7 agosto 2021. Nel mondo del lavoro, il Covid ha colpito soprattutto i lavoratori autonomi. Tra febbraio 2020, mese che precede l'avvento della crisi pandemica, e giugno di quest'anno, l'Italia ha perso 470mila occupati. Di questi, 378mila (pari a oltre l'80% del totale) sono lavoratori indipendenti. A sottolinearlo è l'Ufficio studi della Cgia. In questi 16 mesi il numero totale delle partite Iva presenti in Italia è diminuito mediamente di 776 unità al giorno. Ad aver subito gli effetti più negativi dalla crisi innescata dalla pandemia sono stati prevalentemente i piccoli commercianti, gli esercenti, i collaboratori e tantissimi liberi professionisti. ANSA/ FRANCO SILVI
C’è un’asimmetria profonda, quasi un dolore nascosto, tra la fredda geometria delle statistiche economiche e la carne viva della società italiana. L’ultimo Rapporto annuale dell’Inps ci consegna un paradosso specchiato: da un lato, l’orgoglio dei numeri che celebrano il massimo storico dell’occupazione, con oltre 24 milioni di cittadini inseriti nei circuiti produttivi del Paese; dall’altro, l’evidenza silenziosa di buste paga che si accorciano, di destini previdenziali che si sfilacciano e di un’intera generazione sospesa sul ciglio della vulnerabilità.
La cifra simbolo di questa transizione è un numero preciso: 27.649 euro. È lo stipendio medio annuo lordo di un lavoratore dipendente in Italia. Un dato che a prima vista potrebbe persino suggerire un’illusione di progresso, un incremento nominale del 14,5% rispetto al 2019, ma che, se accostato alla realtà ordinaria dei consumi e della spesa quotidiana delle famiglie, si rivela per ciò che è: un fantasma statistico.


Qui si avverte la lezione più severa sulla tenuta delle nostre istituzioni sociali. Un Paese in cui il lavoro aumenta ma il salario reale si ritira è un Paese in cui il contratto di cittadinanza rischia la fessurazione. Tra il 2019 e il 2025, infatti, la fiammata inflazionistica ha divorato oltre il 18% del potere d’acquisto dei cittadini. Significa che l'aumento nominale delle retribuzioni è stato letteralmente fagocitato dal costo della vita. Chi lavora non è più automaticamente al sicuro dalla povertà. Abbiamo battezzato questa figura con un ossimoro feroce, quasi una contraddizione in termini: i working poor.
Uomini e donne che timbrano il cartellino, offrono il loro tempo e le loro competenze allo Stato e al mercato, ma non riescono a intravedere la stabilità economica, né per il presente né, tragicamente, per il futuro.


Il presidente dell'Inps, Gabriele Fava, lo ha detto con parole che suonano come un monito etico per la politica e per l'intera comunità nazionale: «Non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito. Se il lavoro è debole, la previdenza sarà fragile». È l’architettura stessa del nostro welfare a vacillare sotto il peso di una mutazione strutturale dell’economia, sempre più sbilanciata verso il macro-settore dei servizi, dove l'intermittenza contrattuale, il part-time involontario e la bassa produttività deprimono l’ammontare dei contributi versati.


Tradotto in termini umani, stiamo scientemente costruendo gli assegni della miseria per i pensionati di domani. Chi oggi accetta la frammentazione del proprio percorso professionale non sta solo pagando il prezzo di una flessibilità esasperata nel presente, ma sta rinunciando, pezzo dopo pezzo, alla dignità della propria vecchiaia. L’età media di uscita dal mercato del lavoro è già salita a 64 anni e 10 mesi – sette anni in più rispetto al 1995 – e la prospettiva dei 67 anni per la vecchiaia è ormai lo standard di fatto. Si lavora più a lungo, si guadagna meno in termini reali, si rischia di non avere abbastanza per vivere quando le forze verranno meno.


Eppure, tra le pieghe di questo scenario che lo sguardo puramente macroeconomico descriverebbe come una deriva irreversibile, emerge un dettaglio illuminante, un dato che ci costringe a cambiare prospettiva, a cercare quel senso profondo dell’esistenza che guarda oltre le apparenze della modernità tecnologica e della fretta metropolitana. È il legame, registrato dall’Istituto, tra lo smart working e la natalità. Nelle trame di una società accelerata, abituata a mercificare ogni istante e a confondere il valore con il prezzo, il lavoro agile si è trasformato per molte famiglie in uno strumento inatteso di riconciliazione con la vita. Non si tratta semplicemente di una modalità organizzativa o di una scorciatoia digitale per incrementare i profitti aziendali; è, nei fatti, la riconquista del tempo.


L’uomo non è fatto per essere un mero ingranaggio di una macchina che produce senza sosta, alienandolo dai propri affetti e dal proprio ambiente naturale. Laddove il lavoro esce dalla rigidità fisica delle vecchie strutture e restituisce al lavoratore una parvenza di controllo sul proprio quotidiano, l’esistenza torna a fiorire. Le culle tornano a riempirsi non perché sia aumentata la ricchezza monetaria, i 27.649 euro medi ci dicono esattamente il contrario, ma perché si è riaperto uno spazio di cura, di silenzio, di vicinanza. È una lezione immensa per un’Italia colpita da un inverno demografico che sembrava incurabile: i figli non nascono solo dove c’è un conto in banca capiente, nascono dove i genitori possono esercitare il diritto di esserci, di guardare i propri figli crescere senza l’ansia totalizzante di un tempo costantemente sottratto alla vita privata.


Tuttavia, questa oasi di conciliazione domestica non cancella le asimmetrie sistemiche, in particolare quelle di genere, che per la coscienza sociale rappresentano una ferita aperta. Il Rapporto Inps certifica che il divario uomo-donna nell’accesso al mercato e nelle retribuzioni continua a riverberarsi dolorosamente sulle pensioni: le donne rappresentano più della metà della platea dei pensionati, ma percepiscono complessivamente 163 miliardi di euro contro i 207 miliardi degli uomini. Una disparità di quasi un terzo che racconta una storia antica e mai risolta di carriere interrotte, di sacrifici familiari non riconosciuti dallo Stato e di un welfare che spesso, paradossalmente, rischia di disincentivare il lavoro femminile attraverso sussidi passivi che si sostituiscono alla creazione di asili e servizi strutturali.
Non possiamo permetterci di guardare a questo Rapporto come a un semplice bilancio contabile o a un freddo elenco di flussi finanziari. Dietro le agenzie di stampa e le analisi macroeconomiche c’è l’anima stessa del nostro Paese. C’è la domanda di senso di un giovane che entra in un mercato frammentato, la fatica quotidiana di una madre che tenta di tenere insieme la professione e la culla, l’angoscia silenziosa di un anziano che vede svalutarsi il valore dei propri sacrifici. Risolvere l'equazione italiana non significa soltanto rincorrere una crescita percentuale dell'occupazione o calcolare algoritmi di trasformazione previdenziale. Significa rimettere al centro la persona, ridare un valore etico al salario e comprendere che il lavoro ha un senso profondo solo se serve a costruire la vita, a sostenere la famiglia e a generare la speranza del domani. Se smette di farlo, non è più progresso: è solo una statistica che ci consuma.











