Un filo rosso, per niente sottile, unisce programmi come “Quarto grado” (Rete 4, venerdì ore 21.15 ) e “Linea Gialla” (La7, martedì ore 21.10), passando anche per “Chi l’ha visto?” (Rai 3, mercoledì ore 21.05). Si tratta, per la precisione, di un filo color rosso sangue: il denominatore comune di queste trasmissioni è il continuo rimestare nei più recenti casi di cronaca nera, soprattutto quelli segnati da morti violente e da omicidi efferati.
I fattacci che puntualmente girano tra le fauci – pardon… tra le mani – di Gianluigi Nuzzi, Salvo Sottile e Federica Sciarelli sono l’assassinio di Melania Rea, l’omicidio di Yara Gambirasio, l’uccisione di Sarah Scazzi, l’ammazzamento di Meredith Kercher, la strage di Erba, cui si aggiungono di volta in volta quelli più recenti, come per esempio la morte di Federica Mangiapelo e del piccolo Cocò.
Come dite? Avete notato le variazioni lessicali sui termini che indicano la soppressione violenta di una vita? Proprio così, ma purtroppo questo è lo specchio di ciò che spesso queste trasmissioni fanno: cambiare qualche dettaglio linguistico per poter ripetere costantemente lo stesso tema...

Ancora più della ripetitività degli argomenti, sono insopportabili le modalità con cui si tratta ogni singolo caso: si scava a piene mani nell’intimità delle vittime (ma anche degli assassini e dei relativi parenti o amici), si formulano le ipotesi più assurde ma anche più spettacolari spacciandole per verosimili, ci si concentra sui particolari più scabrosi e sanguinolenti, si lascia la porta sempre aperta a ulteriori sviluppi da rivelare nella puntata successiva.

Se “Quarto grado” è più d’assalto, “Linea gialla” prova ad allargare il campo anche a fenomeni di attualità (femminicidi, maltrattamenti in ospizi o asili, incidenti provocati da pirati della strada) e “Chi l’ha visto?” mantiene un tono in apparenza più compassato, da programma di servizio pubblico (ma non dimentichiamo che proprio in questa trasmissione la Sciarelli comunicò in diretta alla madre la notizia del ritrovamento del cadavere di Sarah Scazzi). Resta comunque lo sguardo morboso, accompagnato dalle gigantografie dei volti delle vittime e dei presunti colpevoli che campeggiano nello studio, oltre che dalle saccenti voci degli “esperti” (criminologi, psicologi e cronisti specializzati) che riuscirebbero a imbastire un dibattito perfino sull’essenza dell’aria fritta.

Il resto lo fanno il piglio aggressivo dei padroni di casa e la disinvoltura degli inviati, sempre pronti a infilare un microfono sotto il naso di chi è stato segnato per sempre da una tragedia che solo dal di fuori può apparire come un argomento degno del sensazionalismo televisivo.
Raccontare in televisione (anche) la cronaca nera si può, ma gli spazi e i modi per farlo sono altri: non in prima serata (la fascia della programmazione “famigliare” si estende fino alle 22.30) e non in programmi che – nonostante siano prodotti da redazioni giornalistiche – spesso di informativo hanno ben poco e trasformano i fatti di sangue in uno showCi va bene così?