Hanno scritto che con la morte di Pippo Baudo se ne va l’ultimo democristiano. Il patron di Striscia la notizia Antonio Ricci, suo amico-nemico, lo aveva definito il vero segretario della Dc. Ma allora conviene spingersi oltre in questa metafora simbolica: il Pippo Nazionale non è solo l’ultimo uomo, bensì l’ultimo respiro di quella creatura che per mezzo secolo ha retto l’Italia, e che non è finita né col crollo del Muro di Berlino, né con Tangentopoli, né con le elezioni del 1994 e nemmeno con la metamorfosi in Partito popolare. La Democrazia Cristiana (di cui Baudo non si perdeva un congresso e di cui frequentava i dirigenti, da Fanfani ad Andreotti, da De Mita a Forlani, proponendosi a volte come mediatore non richiesto tra gli spifferi delle correnti)  è spirata con lui, che ne incarnava l’anima oltre che da militante da figura-simbolo di un’Italia moderata, colta e soprattutto coesa. Perché non c'è dubbio che la Balena Bianca fosse un partito a vocazione maggioritaria e inclusiva, come la sua Tv. E perché, insomma, se Sanremo è Sanremo, la Dc è la Dc.

Questo “democristiano in smoking”, questo fuoriclasse che amava indistintamente le classi, aveva finito per incarnare il progetto centrista che fu di Ettore Bernabei e Biagio Agnes, come ci spiega Pierluigi Castagnetti, che se lo ricorda seduto in platea al congresso di Rimini del 1999 quando venne eletto segretario del Ppi con una maggioranza schiacciante. Castagnetti lo definisce «un democristiano progressista molto legato al popolo». Non a caso nel 1987 venne definito “nazional popolare” in tono sprezzante dal socialista Enrico Manca, allora presidente della Rai (lui rispose sarcastico che da quel momento in poi avrebbe fatto programmi “regionali e impopolari”).
Il suo amore per le origini siciliane, il suo meridionalismo, si sposavano perfettamente con quello di Sergio D’Antoni, il più brillante segretario della Cisl dopo Giulio Pastore e uno dei suoi migliori amici. «Tutto cominciò con un invito a una cena tra siciliani di Caltanissetta residenti a Roma fatto da un amico in comune», ricorda D’Antoni. «Baudo è sempre stato orgogliossimo delle sue origini catanesi, ma noi alla fine lo abbiamo fatto diventare un po’ nisseno cooptandolo in questo club siculo. Lo abbiamo invitato anche a Caltanissetta, alla processione che si svolge durante la Settimana Santa, ottenendo un successo straordinario. A lui piaceva proprio stare in mezzo alla gente. Il rapporto con le persone, di ogni genere e di ogni classe sociale, per lui era una gioia. Da qui la sua attenzione per i temi sociali e la sua vicinanza con il sindacato. Ci si ritrovava proprio dentro la Cisl: ascoltava e partecipava. Condivideva le mie linee guida: contrattare, concertare e partecipare. Era di una generosità unica e non ha mai chiesto una lira se veniva chiamato sul palco a moderare qualche dibattito». Il giornalista e scrittore Salvo Guglielmino, portavoce della Cisl, anch’egli siciliano verace, ricorda la partecipazione di Baudo, cui ha dedicato un capitolo del suo libro Microcosmo Sicilia (Rubbettino), nel tour sindacale cislino detto delle Cento città. «Un giorno a un’assemblea di quadri della Cisl si portò dietro anche Grillo. Il comico si esibì in uno strepitoso monologo prendendo in giro sia Baudo che D’Antoni, per nulla risentiti ma anzi molto divertiti».

Il vero popolare solitamente è anche molto colto, come lo era Pippo, che incarnava con garbo il centrismo, ma con autentiche venature progressiste e riformatrici. «Era un lettore onnivoro. Condividevamo l’amore per Camilleri, che avevamo scoperto ben prima che lo scrittore diventasse famoso. Il Birraio di Preston, una delle sue prime opere, lo abbiamo diffuso io e lui, raccomandandolo a tutti gli amici e conoscenti col passaparola. Aveva una cultura teatrale sterminata, poteva spaziare da Pirandello a Beckett, per non parlare della lirica. Si aggiornava di continuo su tutto: le sue valutazioni, anche quelle sindacali, erano serie e profonde». La sua passione politica centrista fu tale che nel 2001 fondò insieme con D’Antoni, sempre da “esterno”, il partito Democrazia Europea, che doveva diventare l’araba fenice della Dc, (vi fu candidata alla Camera anche la moglie Katia Ricciarelli), ma la nuova creatura politica non riuscì a superare lo sbarramento del 3 per cento. Baudo decise anche di sostenere la campagna elettorale (vincente) di D’Antoni per il seggio di Napoli-Ischia, non per convenienze, ma sempre per affinità, passione e amicizia. «Giravamo insieme nei quartieri spagnoli e la gente gli si stringeva intorno. Chi non poteva raggiungerlo perché infermo faceva calare il “panaro”, quei canestri che servono per la spesa, e lui infilava autografi e biglietti. Era uno spettacolo vivente in mezzo ai vicoli. Pippo si specchiava nella gente e la gente si specchiava in lui». Nessun conduttore ha mai partecipato così direttamente alle vicende di un'esperienza politica, da Gerry Scotti a Mike Bongiorno, da Carlo Conti a Bonolis, da Amadeus a Corrado a Renzo Arbore (ci sarebbe l'esperienza radicale di Tortora ma è una vicenda a parte). Al massimo qualcuno si limitava a qualche riverenza all'editore che li aveva strappati alla Rai, come fece Raimondo Vianello invitando con una fugace gag a votare il proprio datore di lavoro Berlusconi. Baudo invece era un democristiano di ferro, un militante dc i cui valori venivano trasmessi quasi ontologicamente nel suo modo di far tv. Con la sua popolarità avrebbe potuto divenire parlamentare, presidente della Regione Sicilia, europarlamentare, chissà forse anche inquilino del Quirinale. Ma per lui la politica restava pur sempre passione, mai potere. In realtà era un uomo di teatro, un intrattenitore dallo straordinario talento organizzativo: la sua vera missione era quella davanti alla telecamera o su un palcoscenico.

«Il popolarismo di Baudo non era quello di Sturzo, un progetto di democrazia e libertà contro il centralismo statale», conclude Castagnetti, «ma quello, appunto, del popolo in sé, della gente, della sua formazione e coesione, in questo senso concetto autenticamente democristiano. L’unità d’Italia non l’ha fatta il Risorgimento, che aveva unito solo le élite attraverso i moti e le guerre dei Savoia. La vera unità d’Italia l’ha fatta la Dc attraverso la televisione, che nel progetto di Bernabei e Agnes doveva rendere unito il popolo». Altro che Garibaldi e Cavour. Pippo Baudo è il vero eroe dei due mondi. Ha unito l'Italia. Bernabei soleva ripetere che “bisognava far scendere gli italiani dagli alberi” alludendo all'Italia contadina e dialettale delle regioni che andava integrata, istruita e amalgamata ma anche per estensione al ceto medio che doveva adeguarsi culturalmente al progresso del boom economico e il Pippo nazionale lo ha preso in parola, ha contribuito a compiere la missione, li ha fatti scendere. Oggi, a guardare certi programmi, c’è il rischio che tornino ad arrampicarsi sui rami.