Aldo Moro resta ancora oggi imprigionato da quei cinquantacinque giorni nei quali la storia lo ha fatalmente intrappolato, giorni ancora oggi avvolti dal mistero e da una domanda ancora oggi inevasa: chi c’era dietro le Br? Ma questa pur necessaria sete di verità rischia di nasconderci il Moro maestro di democrazia che ancora oggi nutre il pensiero di qualunque sincero repubblicano e che l’ideologia paranoica e sanguinaria dei terroristi non ha potuto spegnere.

Il saggio Aldo Moro. Le idee, il metodo, l’eredità, edito da Baldini e Castoldi (la prefazione è di Pier Ferdinando Casini), contribuisce a questa esigenza: gli restituisce tutto il suo spessore politico, morale e umano. È questo il primo e forse più importante merito del volume di Tino Iannuzzi e Alberto Losacco: riportare alla luce lo statista, il costituente, il cattolico democratico, l’uomo di governo e il protagonista della politica internazionale che troppo spesso sono rimasti nascosti dietro la sagoma tragica della vittima delle Brigate Rosse.

Moro non viene sottratto alla tragedia del 1978, né quella tragedia viene ridimensionata. Viene però ricollocata dentro una storia assai più grande: oltre trent’anni di attività politica, parlamentare, accademica e istituzionale. Prima di via Fani e di via Caetani c’erano stati l’Assemblea Costituente, la costruzione del Centrosinistra, i cinque governi presieduti, la politica europea e mediterranea, la strategia dell’attenzione verso il Partito comunista che portò al famoso compromesso storico. C’era soprattutto un pensiero coerente, sorretto dalla centralità della persona (Moro era uno studioso di Mounier e Maritain, i due pensatori che facevano da collante culturale e teologico alla sua amicizia con Montini) e dalla convinzione che la democrazia dovesse continuamente allargare le proprie basi sociali e popolari.

La struttura tematica scelta dagli autori consente di cogliere l’unità profonda di una figura spesso descritta attraverso frammenti separati. Il Moro costituente, il cattolico democratico, il leader politico, il meridionalista e l’uomo di politica estera non sono personaggi diversi. Sono espressioni della stessa concezione della politica, facce dello stesso prisma: un’attività profondamente umana, nutrita di studio, responsabilità, ascolto e capacità di leggere il movimento della storia.

Da giovane costituente, Moro contribuì a immaginare la Carta repubblicana come una «formula di convivenza», una casa comune nella quale culture politiche e ideali differenti potessero ritrovarsi senza rinunciare alla propria identità. Questa idea della Costituzione come patto tra diversi contiene già il nucleo del suo metodo. La politica non consiste nell’eliminare l’avversario, ma nel riconoscerne l’esistenza, comprenderne le ragioni e cercare un terreno condiviso sul quale edificare istituzioni solide. Una lezione particolarmente preziosa oggi, quando ogni tentativo di riforma sembra trasformarsi immediatamente in una sterile resa dei conti tra maggioranza e opposizione che ha come oggetto la conquista del potere.

Anche la celebre prudenza morotea viene riletta in modo convincente. Moro è stato spesso rappresentato come l’uomo del rinvio, delle formule oscure e delle decisioni rimandate, delle “convergenze parallele” (espressione ossimorica a lui attribuita dal celebre giornalista poliico Gianfranco Piazzesi ma che lui non ha mai pronunciato). Il libro mostra invece come la sua cautela fosse funzionale alle grandi trasformazioni. Moro non rallentava il cambiamento per impedirlo, ma lo preparava perché potesse durare. Sapeva che le svolte imposte dividono, mentre quelle spiegate e maturate possono modificare davvero il Paese.

Fu così per l’ingresso dei socialisti nell’area di governo, preparato attraverso le “convergenze parallele” e realizzato con la nascita del Centrosinistra. Fu così, anni dopo, per la «strategia dell’attenzione» verso il PCI e per la solidarietà nazionale. In entrambi i casi Moro affrontò resistenze enormi: dentro la Democrazia cristiana, nel mondo cattolico, negli ambienti economici e persino tra gli alleati internazionali (celeberrima la minaccia di Kissinger testimoniata dalla moglie Eleonora e ricostruita dal fedele portavoce Corrado Guerzoni). Eppure non arretrò. La sua moderazione non era debolezza, ma la fermezza di chi conosce la meta e sa che per raggiungerla deve portare con sé anche chi inizialmente la teme.

L’eredità più forte che emerge dal volume è proprio questa: la democrazia non è una condizione acquisita una volta per tutte, ma un organismo fragile, che deve essere continuamente curato, ampliato e protetto. Moro lavorò per portare dentro il circuito costituzionale masse popolari che ne erano rimaste ai margini. Il centro-sinistra e il dialogo con il PCI non furono semplici operazioni parlamentari, ma tappe di un progetto volto a integrare nel governo democratico del Paese le grandi culture politiche e sociali dell’Italia repubblicana.

Questa concezione si legava a un’idea esigente del potere. Il voto autorizza a governare, ma non attribuisce un comando assoluto. La maggioranza deve rispettare le opposizioni, il Parlamento, l’equilibrio tra le istituzioni e i limiti posti dalla Costituzione. Solo così il potere democratico può conquistare quella che Moro definiva «autorità morale». Un principio che appare ancora più attuale in un’epoca segnata dalla personalizzazione della politica, dall’insofferenza verso i contrappesi e dalla tentazione di considerare ogni mediazione come un tradimento.

Altrettanto significativo è il rapporto tra diritti e doveri. Moro comprese e accolse la grande domanda di libertà, partecipazione e giustizia emersa con il Sessantotto, ma intuì anche il rischio di una società nella quale l’espansione dei diritti non fosse accompagnata da una nuova coscienza della responsabilità. Da qui il suo ammonimento più celebre: «Questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere». Non è un richiamo moralistico, ma la consapevolezza che nessuna comunità può reggersi soltanto sulle rivendicazioni individuali, senza solidarietà, disciplina civile e cura del bene comune.

Il libro restituisce anche la profondità del cattolicesimo democratico. La fede non fu per Moro né un fatto puramente privato né uno strumento di imposizione confessionale. Fu un’ispirazione capace di alimentare l’impegno pubblico, tradotta però in forme laiche, comprensibili e condivisibili anche dai non credenti. La centralità della persona, la dignità del lavoro, la solidarietà e la giustizia sociale nascevano da una motivazione religiosa, ma diventavano princìpi politici universali. Ma oggi – va detto con franchezza – se si esclude la presenza istituzionale dell’inquilino del Quirinale Sergio Mattarella, quasi l’epigono di quella stagione politica – il cattolicesimo democratico sembra ormai confinato in eventi congressuali, storici o commemorativi, schiacciato dalla radicalizzazione tra destra e sinistra, a rischio di irrilevanza politica nonostante gli ammirevoli sforzi di chi cerca di farlo uscire dalle paludi dell’emarginazione (un processo iniziato a partire dalla fine della Dc e dell’unità politica dei cattolici).

Lo stesso sguardo unitario emerge nella riflessione sul Mezzogiorno. Moro non considerava il Sud una questione assistenziale o una rivendicazione territoriale, ma il banco di prova dell’unità nazionale. Lo sviluppo meridionale doveva essere promosso dallo Stato, sostenuto dall’Europa e accompagnato dalla responsabilità delle classi dirigenti locali, dall’iniziativa privata, dalla scuola, dalla ricerca e dalla legalità. Il progresso del Sud, nella sua visione, non sottraeva risorse al Nord: rafforzava l’intera Italia.

Anche in politica estera Moro appare sorprendentemente moderno. Atlantista senza essere subalterno, europeista senza indulgere alla retorica, mediterraneo senza abbandonare l’Occidente, immaginava per l’Italia il ruolo di una media potenza capace di dialogare in tutte le direzioni. Credeva nel negoziato, nell’ONU e in un’Europa politica, autorevole e dotata di una propria voce nel mondo. Anche qui il dialogo non era arrendevolezza, ma difesa realistica e lungimirante dell’interesse nazionale.

Il volume non nasconde limiti, contraddizioni e lentezze dell’azione morotea. Ma evita di giudicarlo attraverso le caricature sedimentate negli anni. Ne emerge un gigante mite, non debole; uno statista prudente, non immobile; capace di mediare, ma anche di assumere decisioni coraggiose. Un leader profondamente legato al proprio partito, che tuttavia sapeva subordinare l’interesse della corrente e quello personale all’interesse generale dello Stato.

La vera lezione di Moro, ci ricordano Iannuzzi e Losacco (due giuristi che hanno saputo acutamente leggere le vicende morotee con la lente della filosofia politica), non consiste in una formula da riprodurre meccanicamente. Il mondo nel quale egli agì non esiste più. Rimane però il metodo: studiare prima di decidere, comprendere prima di giudicare, ascoltare senza rinunciare alle proprie convinzioni, costruire il consenso senza inseguire gli umori del momento, anteporre il bene comune alla carriera personale.

È questa l’eredità più preziosa del libro: il metodo. Restituire Moro alla storia significa restituire alla politica la sua dignità: non semplice occupazione del potere, ma servizio alla persona e alla comunità; non guerra permanente tra nemici, ma ricerca faticosa di una convivenza; non culto dell’immediatezza, ma capacità di preparare il futuro. Ed è proprio osservando la povertà del dibattito pubblico contemporaneo che si comprende quanto la sua assenza continui ancora a pesare. Piccola postilla: leggendo questo libro, che come detto non parla del suo sequestro, certamente si capiscono in modo deduttivo molte cose di quei 55 giorni, più di molti libri specifici dedicati a quelle tragiche vicende che hanno scosso la nostra Repubblica.