Ci sono parole che, anche quando vengono pronunciate con l'intenzione di colpire un avversario politico, finiscono per rivelare qualcosa di più profondo. È il caso dell'allusione alle "ginocchiere" rivolta dal deputato del Movimento 5 Stelle Francesco Silvestri alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accusata di essere troppo remissiva nei confronti del presidente americano Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Una frase che ha suscitato immediate polemiche e che lo stesso parlamentare ha successivamente ricondotto a una metafora esclusivamente politica dicendo pure di essere stato «frainteso».

Eppure, il problema non sta soltanto nelle intenzioni di chi parla. Sta nel significato culturale che certe immagini continuano a evocare.

Perché quando il bersaglio è una donna che ricopre il più alto incarico politico del Paese, il riferimento alle ginocchiere richiama inevitabilmente un immaginario sessuale. È un'allusione che non colpisce semplicemente una linea politica o una scelta diplomatica ma attinge a un repertorio antico di stereotipi che accompagna da secoli il giudizio sulle donne che esercitano il potere.

La domanda che dovremmo porci è semplice: la stessa espressione sarebbe stata utilizzata se a Palazzo Chigi ci fosse stato un uomo? Probabilmente no. Nessuno avrebbe immaginato di descrivere con la stessa metafora un presidente del Consiglio maschio accusato di subalternità verso un leader straniero. Le critiche avrebbero riguardato il carattere, la strategia, il coraggio politico, la capacità negoziale. Non il corpo. Non una velata allusione sessuale.

Il deputato del M5S Francesco Silvestri
Il deputato del M5S Francesco Silvestri

Il deputato del M5S Francesco Silvestri

(ANSA)

È qui che emerge il nodo culturale della vicenda. Ancora oggi, quando una donna raggiunge posizioni di vertice, il suo ruolo viene spesso interpretato attraverso categorie diverse da quelle utilizzate per gli uomini. Se un uomo ottiene successo, si presume che lo abbia conquistato grazie alle sue capacità. Se una donna arriva ai vertici, troppo spesso si insinua che dietro vi siano relazioni personali, favoritismi o forme di compiacenza verso figure maschili più potenti. È un meccanismo tanto antico quanto persistente.

Le statistiche confermano che non si tratta di un problema marginale. L'Italia continua a registrare uno dei più ampi divari occupazionali di genere in Europa. Le donne lavorano meno degli uomini, guadagnano meno e sono ancora sottorappresentate nelle posizioni decisionali. Gli stereotipi che le confinano al ruolo di caregiver o che ne mettono in dubbio l'autorevolezza non appartengono al passato: continuano a influenzare il presente nei luoghi di lavoro come nel dibattito pubblico.

Per questo il sessismo non può essere considerato una semplice questione di linguaggio. Le parole contribuiscono a costruire la realtà sociale. A maggio ragione quando vengono proferite da uomini delle istituzioni nel luogo principale della nostra Repubblica: il Parlamento.

Quando una leader politica viene ridotta a un'allusione sessuale, il messaggio che passa è che il potere femminile abbia bisogno di una spiegazione diversa dal merito e dalla competenza e, in questo caso, dal voto democratico dei cittadini. È un messaggio che non colpisce soltanto la persona direttamente interessata ma tutte le donne che aspirano a ruoli di responsabilità.

Naturalmente questo non significa che Giorgia Meloni debba essere sottratta alla critica politica. In una democrazia le scelte del governo devono essere discusse, contestate e, se necessario, duramente avversate. Ma proprio per questo la critica deve restare sul terreno della politica e non scivolare nell'insinuazione sessuale o nell'offesa.

Da anni la società italiana cerca di combattere discriminazioni e pregiudizi che ostacolano una piena parità tra uomini e donne. Ogni volta che il dibattito pubblico ricade in queste dinamiche emerge quanto il cammino sia ancora incompiuto. E la responsabilità è ancora più grande quando a dare il cattivo esempio sono rappresentanti delle istituzioni.

Non è una questione di destra o di sinistra, di maggioranza o opposizione. È una questione di rispetto della persona e della qualità della nostra democrazia. Si può contestare Giorgia Meloni senza evocare stereotipi sessuali. Si può criticare una donna che governa senza ricorrere a immagini che non verrebbero mai usate contro un uomo. Anzi, è proprio questa la prova di una cultura politica davvero matura. Finché non saremo capaci di farlo, continueremo a parlare di uguaglianza senza averla realmente raggiunta.