L’affluenza registrata al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia rappresenta un dato politico e culturale di grande rilievo, che merita di essere letto oltre la semplice dimensione numerica. Quel 58,90% di partecipazione – oltre 27 milioni di cittadini – non è soltanto una percentuale significativa: è il segnale di un Paese che, pur attraversato da disillusione e stanchezza, non ha rinunciato a esercitare la propria responsabilità democratica quando in gioco vi è l’assetto delle istituzioni. Un segnale di discontinuità netta rispetto all’affluenza bassissima delle ultime due consultazioni elettorali: il referendum abrogativo del 2025 (quando votò il 29,8%) e le elezioni europee del 2024 (49,7%).

In un tempo in cui l’astensionismo sembra diventato la cifra dominante delle consultazioni elettorali, il ritorno alle urne di una così ampia parte dell’elettorato indica che esistono ancora temi capaci di mobilitare le coscienze. Il fatto che si trattasse di un referendum costituzionale – dunque privo del vincolo del quorum – rende il dato ancora più significativo: chi ha votato lo ha fatto per scelta, non per necessità. È un elemento che restituisce dignità alla partecipazione, sottraendola a logiche puramente strumentali.

Polling staff count the votes for the the Italian constitutional referendum on judicial system reform at a polling station, in Milan, Italy, 23 March 2026. ANSA / DANIEL DAL ZENNARO
Polling staff count the votes for the the Italian constitutional referendum on judicial system reform at a polling station, in Milan, Italy, 23 March 2026. ANSA / DANIEL DAL ZENNARO
Lo spoglio delle schede (ANSA)

Colpisce, inoltre, la distribuzione territoriale del voto. Il Nord ha fatto da traino ma il Sud, pur restando indietro per vari motivi (tanti studenti fuori sede che non potevano votare, un tasso di emigrazione più forte rispetto al resto del Paese) mostra segnali meno netti di disaffezione rispetto al passato. È un’Italia che rimane divisa nei comportamenti elettorali, ma che appare meno rassegnata di quanto spesso si racconti.

Le regioni dove si è votato di più, sempre secondo i dati parziali, sono Emilia Romagna e Toscana, con percentuali superiori al 66%. Segue l'Umbria con il 65%; la Lombardia, le Marche e il Veneto con il 63%; il Piemonte e la Liguria con il 62%. Si è votato di meno, invece, in Basilicata (53,27%), Trentino-Alto Adige e Sardegna (51%), Campania (50%). Per quanto riguarda le grandi città, il record di affluenza lo registra Firenze, con il 70%, seguita da Milano (64,6%) e Roma (62,56%). Al Sud i dati sono più bassi: affluenza del 53,9% a Bari, del 49,28% a Napoli, del 46,42% a Palermo.

Un altro elemento interessante riguarda la natura stessa del quesito. La riforma della giustizia è materia complessa, tecnica, non immediatamente accessibile. Eppure non ha scoraggiato i cittadini. Questo suggerisce che, quando il dibattito pubblico riesce a rendere percepibile la posta in gioco – anche attraverso la polarizzazione politica – l’elettore risponde. Non è dunque l’eccesso di complessità a generare l’astensione, ma piuttosto la percezione di irrilevanza.

Da questo punto di vista, il referendum si inserisce in una dinamica più ampia: la crescente personalizzazione e politicizzazione delle scelte istituzionali. Il voto non riguarda solo una riforma, ma diventa anche un giudizio sull’azione di governo. È un meccanismo che può semplificare la partecipazione, ma che rischia di ridurre la profondità del confronto sui contenuti. Resta però il fatto che ha funzionato nel riportare le persone alle urne.

Il confronto con le consultazioni recenti è eloquente. Se alle elezioni europee del 2024 aveva votato meno della metà degli aventi diritto e i referendum abrogativi più recenti si erano fermati ben sotto il quorum, questa tornata segna una controtendenza. Non siamo di fronte a un record storico, ma a un’inversione di rotta che non può essere sottovalutata.

La partecipazione non è soltanto un atto civico, ma una forma di corresponsabilità verso il bene comune. In un’epoca segnata dall’individualismo e dalla frammentazione, il ritorno a una partecipazione ampia indica che esiste ancora un tessuto di cittadinanza attiva, capace di interrogarsi sul futuro delle istituzioni.

Resta ora da capire se questo slancio sarà episodico o se potrà tradursi in una rinnovata abitudine alla partecipazione. La sfida, per la politica e per i corpi intermedi, è quella di non disperdere questo patrimonio. Perché una democrazia vive non solo delle sue regole, ma della vitalità delle persone che la abitano. E quando queste tornano a votare in massa, significa che – almeno per un momento – quella vitalità si è riaccesa.