L’Europa ha deciso di voltare pagina. O forse, più brutalmente, di chiudere una porta. Con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astenuti, il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri, una delle riforme più dure della politica migratoria comunitaria dagli anni della Direttiva rimpatri del 2008.

Il messaggio politico è limpido: chi non ha diritto a restare nell’Unione deve essere rimpatriato più rapidamente. Meno discrezionalità nazionale, meno tempi morti, meno possibilità di spostarsi da un Paese all’altro per sottrarsi a una decisione di espulsione. Nasce l’Ordine europeo di rimpatrio, destinato a rendere riconoscibili ed eseguibili in tutta l’Ue le decisioni adottate da uno Stato membro.

È il vecchio progetto tecnocratico di Bruxelles applicato alla questione più incandescente del nostro tempo: rendere uniforme ciò che finora era frammentato. Solo che qui non si parla di mercato unico, di regole bancarie o di concorrenza. Si parla di uomini, donne, bambini, famiglie, persone respinte ai margini della storia in cerca di un futuro migliore.

Il regolamento introduce nuovi obblighi di cooperazione per i cittadini di Paesi terzi destinatari di una decisione di rimpatrio. Chi non collabora potrà subire conseguenze: riduzione di benefici, misure restrittive, controlli più severi. Il trattenimento amministrativo potrà arrivare fino a 24 mesi, con una possibile proroga di altri sei. Due anni e mezzo. Una soglia che avvicina la detenzione amministrativa a una pena, senza chiamarla pena.

Ancora più controversa è la possibilità di creare “hub di rimpatrio” in Paesi terzi, fuori dal territorio dell’Unione. È il modello che guarda all’accordo Italia-Albania e lo trasforma in opzione europea (e infatti la nostra premier, dal G7, canta vittoria). I sostenitori lo presentano come realismo. I critici lo chiamano “esternalizzazione delle responsabilità”: spostare lontano dagli occhi europei il costo umano della frontiera.

La destra europea canta vittoria. Il Ppe ha votato insieme ai conservatori di Ecr (di cui fa parte anche Fratelli d’Italia), ai “patrioti”di Orban e di Marine Le Pen e ai sovranisti di Afd. Una convergenza che racconta molto del nuovo baricentro politico dell’Unione. L’immigrazione non è più soltanto un capitolo della politica sociale o umanitaria. È diventata il terreno su cui si ridefinisce l’identità dell’Europa: sicurezza, sovranità, frontiere, controllo.

Ma proprio qui arriva la voce più scomoda, quella che non entra nei calcoli elettorali. Papa Leone XIV ha respinto la logica della “remigrazione”, intesa come espulsione degli stranieri in quanto stranieri. «Semplicemente dire: questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra una risposta cristiana», ha detto lasciando Castel Gandolfo.

È una frase che colpisce perché va al cuore della questione. Non nega il diritto degli Stati a governare le frontiere. Non propone l’ingenuità dell’accoglienza senza regole. Ma rifiuta la scorciatoia morale: trasformare il rimpatrio in lavacro politico, in gesto liberatorio, in espulsione del problema invece che della sua causa.

Leone XIV ricorda che dietro le migrazioni ci sono guerre, violenze, persecuzioni, fame, corruzione, collasso ambientale. «Molte volte non riconosciamo le ragioni per le quali queste persone hanno dovuto uscire dai loro Paesi», ha osservato. È il punto che l’Europa rischia di dimenticare: il migrante non nasce irregolare. Lo diventa dentro una catena di fallimenti geopolitici, economici e morali.

La Comece, la Commissione degli episcopati dell’Unione europea, ha espresso «profonda preoccupazione» per il nuovo quadro normativo. Il presidente, monsignor Mariano Crociata, mette in fila i punti critici: ampliamento della detenzione, limitazioni ai ricorsi effettivi, crescente trasferimento di responsabilità verso Paesi terzi. Tutti elementi che, secondo i vescovi europei, sollevano interrogativi etici e umanitari.

La migrazione, avverte la Comece, non è una faccenda di procedure, statistiche o gestione delle frontiere. Riguarda esseri umani, ciascuno portatore di una dignità inviolabile. Per questo l’Europa deve tenere insieme ciò che oggi la politica tende a separare: sicurezza e solidarietà. Non sono poli opposti. Sono le due gambe senza le quali l’Unione zoppica.

Il nuovo regolamento contiene garanzie formali: rispetto dei diritti fondamentali, divieto di respingimento verso Paesi dove si rischiano tortura o persecuzione, attenzione ai minori e ai vulnerabili. Ma la domanda è se queste garanzie reggeranno alla prova della realtà. Chi controllerà davvero gli hub in Paesi terzi? Chi garantirà che i ricorsi non diventino un simulacro? Chi impedirà che il trattenimento lungo produca disperazione invece che ordine?

C’è un paradosso antico nella storia europea. Il continente che ha costruito il più raffinato edificio giuridico dei diritti umani è anche quello che oggi tenta di amministrare la paura con strumenti sempre più duri. È comprensibile: le opinioni pubbliche chiedono controllo, gli Stati chiedono efficacia, le democrazie temono l’avanzata dei populismi. Ma la politica, quando rincorre la paura, raramente la disinnesca. Più spesso la legittima.

Il voto di Strasburgo non chiude dunque una partita. La apre. Perché la vera questione non è solo quanti migranti l’Europa riuscirà a rimpatriare. È quale idea di sé l’Europa vuole salvare mentre rimpatria.

Se l’Unione riduce la migrazione a un problema di ordine pubblico, tradisce una parte della propria storia. Se invece sa coniugare legalità, canali regolari, asilo, cooperazione internazionale e rispetto della dignità umana, allora può ancora dimostrare che sicurezza e umanità non sono nemiche.

Leone XIV e i vescovi europei non chiedono un’Europa senza frontiere. Chiedono un’Europa senza cinismo che ha come orizzonte l’accoglienza. Ed è una differenza decisiva.